La rivincita degli anni Novanta: Sailor Moon Crystal

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C’era una volta, tra gli anni ’90 e gli inizi del 2000, una bambina come tante. Aveva i capelli castani e gli occhi vispi. Ogni pomeriggio guardava col suo papà “Bim Bum Bam” su Italia 1. I cartoni animati, come si definivano semplicemente all’epoca senza isterie di massa i disegni in movimento, le piacevano parecchio. Ma uno in particolare aveva attirato la sua attenzione: Sailor Moon. Quella bambina, come la maggior parte delle sue coetanee, era rapita dalle movenze delle guerriere che vestivano alla marinara, dai colori pop, dalle sofisticate trasformazioni delle eroine pronte a difendere gli innocenti “in nome della luna”.

Il sogno nel cassetto:  limonare Marzio

Il sogno nel cassetto: limonare Marzio

E poi c’era lui: Marzio, l’eterno amore della protagonista pasticciona e dinoccolata, svogliata a scuola e piena di sfighe in cui tutte le bambine potevano immedesimarsi. Marzio si trasformava nel suo alter ego, Mylord: un perfetto gentlemen con tanto di smoking e cappello ottocentesco, il quale, anche se in realtà non combatteva e non sconfiggeva nessun cattivo (anzi, era proprio inutile. Sciorinava solo ridicoli sermoni ad ogni apparizione), faceva sospirare tutte le bimbe che guardavano Sailor Moon. In fondo tutte sognavano un amore da favola già scritto nell’eco del tempo e predestinato ad un lieto fine, con un belloccio dagli occhi di ghiaccio pronto a lunghe e romantiche passeggiate notturne in riva a laghi immaginari (ora come ora le bambine penserebbero “che palle!” abituate come sono alle leccate ai martelli di Hanna Montana o agli sculettamenti di Violetta, ma nella mente di una bambina di 6 anni degli anni ’90 quello era il top del romanticismo).

Poi quella bambina è cresciuta. Ha scoperto che in realtà non ha mai visto né l’inizio né la fine di quello che ingenuamente definiva “cartone animato” perché Mediaset trasmetteva le puntate “alla cazzo di cane” come direbbe il buon Renè Ferretti di Boris. A Mediaset non importava la continuity del racconto, importava solo riempire il grande calderone dei programmi pomeridiani per bambini. Ecco perché certe puntate venivano ripetute o addirittura nello stesso pomeriggio venivano trasmesse la fine di una stagione e l’inizio di un’altra. Si perché anche i “cartoni animati” come Sailor Moon erano e sono divisi per stagioni come tutti i telefilm o le serie animate che si rispettino. Quella bambina ringrazia ancora internet e chi l’ha inventato per questa scoperta.

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Poi le fans di Sailor Moon sono cresciute (e organizzano cosplay in lingerie a tema)

La bambina del nostro racconto che ormai è cresciuta quasi del tutto, tette e fidanzatino brufoloso lontano anni luce da Mylord compresi, approda al liceo e scopre il mondo degli Hipsters amanti del Giappone e delle loro nuove, androgine e inutili sottoculture. Questi individui, che chiameremo amorevolmente JappoMinkiaFan, la bacchettano con fare hitleriano perché chiama “cartoni animati” quelle storie colorate che guardava nei pomeriggi della sua infanzia. “No!” la sgridano con latente isterismo “Quelli si chiamano anime e per lo più sono tratti dai manga! Hai mai letto un manga te?”

Il tempo passa, il passa tempo

Il tempo passa, il passa tempo

“Ma che ne so! Io leggevo Topolino o al massimo L’Uomo-Ragno se stai parlando di fumetti”. Risponde lei stordita da così tanto fervore.

“ERESIA!” Le rispondono quelli, mentre cercano di indottrinarla ad una sottocultura di cui solo sanno riempirsi la bocca con parole orientaleggianti delle quali disconoscono il vero significato. Moda? Femmineo esibizionismo di una virilità che stenta a palesarsi negli anni degli scombussolamenti ormonali? Semplice demenza adolescenziale che magari (si spera) prima o poi passerà? Forse un po’ di tutto.

Ecco, i JappoMinkiaFan hanno quasi del tutto cancellato dalla memoria e dai cuori delle bambine romanticone degli anni ’90 le Guerriere Sailor e il bel Marzio. Solo a pensare a capelli e capigliature dai colori improbabili e a grandi occhi luccicosi sale su per la gola un conato di vomito.

Ma in Giappone, ora che quelle bambine hanno vent’anni o poco più, decidono di fare un reboot di tutta la serie di Sailor Moon. E’ l’occasione giusta per vedere tutto dall’inizio in ordine cronologico, è l’occasione giusta per fare i conti con la strana idea di uomo ideale inculcata a forza in quella generazione, è l’occasione giusta per sentirsi come si sentì Proust mangiando le Madeleine, è l’occasione giusta per alzare un dito medio a tutti i JappoMinkiaFan e alle loro elitarie terminologie “sofisticate” (leggere come sinonimo di “vuote”) per dirgli “Ciò che vedo lo chiamo come mi pare e in onore del fanciullino pascoliano che vive in un monolocale nel mio animo quelle robe li continuerò a chiamarle cartoni animati! Hasta Cristina D’Avena Siempre!”.

Tutta la balotta di Sailor Moon al gran completo

Tutta la balotta di Sailor Moon al gran completo

E poco importa se Bunny si chiama Usagi, Mylord ora è Tuxedo Mask e se quel secchione rompi scatole di Ubaldo ha in realtà un nome giapponese. La storia d’amore c’è, le trasformazioni che partono dalle unghie smaltate pure, per non parlare dei monologhi inutili del belloccio della serie. Bisogna tornare bambine, mettersi d’avanti alla tv (in questo caso d’avanti al pc) magari mangiando un bel cucciolone con tanto di vignette imbarazzanti ed esultare per le avventure di Sailor Moon, Sailor Mercury, Sailor Mars, Sailor Jupiter e Sailor Venus. E se per strada vi scontrate con un gattino fermatevi e parlateci un po’, coccolandolo: se vi graffia adottatelo e chiamatelo Luna. 

P.S. Sicuramente non metto in dubbio l’esistenza di veri fan della cultura Giapponese (cultura millenaria di tutto rispetto) ma nella mia generazione ormai tutto è moda, anche le tendenze sessuali purtroppo. Ho solo dato la mia opinione e raccontato sarcasticamente la mia esperienza in base ai numerosi soggetti affetti da JappoMinkite acuta incontrati fin adesso nel mio personale percorso di vita.

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