La gita

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Due ragazze in gita in Olanda.

Le porte dell’autobus della gita si chiudono e gli schiamazzi degli studenti, carichi di adrenalina, salgono subito a riempire il mezzo, che sembra improvvisamente diventato troppo piccolo. Io e Claudia ci sediamo nei primi posti, visto che gli ultimi sono “riservati” al branco maschile e alle ragazze “in”. Sbatto la borsa sul sedile e guardo la mia amica spegnere tatticamente il cellulare, per evitare il bombardamento di telefonate dei suoi parenti.

«Dove ti metti?» Le chiedo sfoderando il mio sguardo più languido e seducente. Lei ride e ribatte, fintamente infastidita.

«No! Stavolta sto io vicino al finestrino! L’anno scorso sono tornata a casa con una spalla nera a forza di gente che passava avanti e indietro!»

«E daiiii! Sai che non mi piace stare in mezzo!»

Claudia sbuffa, mette il muso e, alla fine, si sposta, lasciandomi sedere vicino al finestrino. Io appoggio le spalle al vetro e allargo le braccia nella sua direzione. Lei controlla velocemente il resto dell’equipaggio, verificando che, come al solito, veniamo tranquillamente ignorate. Così si sdraia e la tengo stretta, per non farla cadere nelle curve. Italia-Olanda. Milano-Amsterdam, il tragitto da compiere. Un bel po’ di ore di viaggio, tanto tempo da far passare. Claudia si allunga a prendere la mia borsa per cercare l’I-Pod e ascoltare un po’ di musica. Cominciamo dai Blue ma, quando ci svegliamo, sono già passate quattro ore e la musica è finita da un pezzo. Scendiamo in un autogrill tedesco e entriamo per la colazione. Claudia si fionda sull’alzatina con le brioches, mentre gli altri sono assiepati intorno alla vetrinetta dei panini e le ragazze intorno ai frigoriferi per lo yogurt.

Io mi avvicino al bancone e ordino in inglese per entrambe. Un caffè espresso macchiato, un cappuccino e una brioches alla marmellata. Claudia mi guarda e ride. Non capisco subito. Poi vedo la faccia del cameriere che, attonito, cerca di capire cosa volessi dire con “One espresso macchiato”. Come al solito era andato tutto bene fino a quel maledetto goccio di latte che potevo anche chiamare “milk”, visto che lo sapevo! Pazienza. Mi spiego e finalmente ci sediamo per la colazione. Un caffè osceno, un cappuccio che sapeva vagamente di caffeina sbrodolata con l’acqua e si riparte per Amsterdam.

All’arrivo iniziamo subito a girare la città e seguire la guida che parla un buon italiano, con forte inflessione francese. Ancora mi chiedo chi avesse scelto la guida turistica.

Verso l’ora di cena ci dirigiamo finalmente in hotel, dove i professori ci smistano nella varie camere. Fatti passare avanti i soliti scalmanati e dopo aver lottato con l’addetto alla reception, arriva il nostro turno. Siamo rimaste in sei più gli insegnanti. Sono rimaste tre camere doppie e due triple. Io e Claudia ci guardiamo ansiose e lei fa la prima mossa.

«Professore mi scusi. Noi vorremmo prendere una doppia, se per voi va bene.»

Il professore di storia ci guarda di sbieco, poi guarda le altre quattro e inizia la solita ramanzina mista ad interrogatorio. «Siete sicure? Voi due da sole? In camera? Non avete paura? Perché non andate in camera con le altre? Noi insegnanti teniamo le doppie e vi dividete in due gruppetti. Non sarebbe più divertente in tre?»

Come sempre sono la prima a perdere la pazienza e ribattere senza tante cerimonie. «Mi scusi, ma non sappiamo nemmeno chi sono loro quattro? Le nostre compagne di classe sono già a posto. Preferisco stare in coppia che in trio con una persona che non conosco. Grazie.»

L’uomo cerca di replicare ma sono più veloce. Mi accaparro la chiave di una doppia al quarto piano, lascio nome e numero di telefono, ringrazio e, insieme a Claudia mi avvio verso le scale.

Mentre saliamo Claudia ride sotto i baffi e fa il verso a me a al prof. Arrivata davanti alla stanza mi sono già innervosita e apro con molta poca grazia, poggiando la valigia in centro al pavimento davanti al letto. Un rumore sinistro ci fa girare entrambe verso la mia valigia, che è sprofondata nell’imbarcatura della assi del parquet di circa cinque centimetri. Lentamente e con cautela ci spostiamo per la stanza tastando la solidità del pavimento. Trovata la rotta più resistente iniziamo a cambiarci.

«La prossima volta scelgo io la camera e parlo io con i prof. Sembri sempre una tigre in gabbia con loro.»

«Va bene. Ma non esiste che qualcuno entri in camera con noi. Abbiamo aspettato mesi questa gita. Non è che tutti i week-end io e te possiamo uscire. Per una volta che siamo tranquille, vorrei evitare scocciature e gente che faccia domande…»

«Vuoi evitare le domande o vuoi evitare i pettegolezzi?»

Claudia. Quella timida e quasi fragile ragazza che riesce sempre a dire la frase giusta, nel momento giusto e metterti con le spalle al muro. Carattere e aspetto divergono come poli opposti. Questo è il suo punto di forza, il suo pregio. Sempre silenziosa e, quando parla, la sua voce dolce e sottile stride terribilmente con quello che vorrebbe dire realmente e con quello che dice quando è con me.

Sono passati quattro giorni dall’inizio della gita e siamo tutti stanchi di girare come trottole per la città ascoltando quella specie di disco rotto della guida. Parla lentamente, con quell’accento francese soporifero, e tu devi stare sveglio perché appena smette di parlare scatta come una molla e sfreccia nella vie della città mostrandoti una volta a destra, una a sinistra, tutto quello che dovresti già sapere che esiste. Finalmente nel pomeriggio, ci viene dato il permesso di girare per negozi e ci imbuchiamo in un centro commerciale alla ricerca di cibo che non sia una falsa copia della cucina italiana. Io e Claudia ci separiamo dal gruppo che si divide tra negozi di vestiti, di elettronica e librerie, per rintanarci nel piano inferiore, dove troviamo qualche negozietto di souvenir e cartoline, senza scordare di fare tappa in un intrigante negozio di scarpe. Arrivate davanti a una vetrina entriamo e iniziamo a sbirciare tra gli oggettini esposti, nella speranza di trovare qualcosa da portare a casa che non sembri proprio un oggetto inutile, tra portachiavi con il nome della città e piattini decorati, metto gli occhi su un set da sei bicchierini da liquore e una borsa mentre lei sceglie le solite calamite e delle presine da cucina. Ridendo e scherzando ci troviamo di fonte alla commessa. Una donna matura, ben vestita (ed è tutto dire considerando il poco gusto di quelle zone), che sorride furba e finge di non averci notate. Diamo un’ultima occhiata in giro e decidiamo di pagare.

La conversazione in inglese verte sugli acquisti e sui prezzi finché la donna non chiede allegramente: «Are you Italian?»

Evidentemente il pessimo accento inglese ci ha tradite, ma la donna continua indicando i vestiti e facendoci capire che siamo vestite eleganti. Per questo motivo ha pensato all’Italia. Sinceramente non c’era nulla di sofisticato nel nostro vestiario. Pantaloni di velluto e maglione a collo alto neri, accompagnati da anfibi alti, per me, e jeans, camicia e maglione sui toni dell’azzurro per Claudia. La domanda fatale arriva subito dopo. La commessa si rivolge a me: «Very nice your girlfriend. Could you be considered a couple in Italy?»

Claudia mi tira la manica del maglione chiedendomi di pagare e andare via in fretta.

La donna comprende di aver fatto una domanda di troppo e, senza mai smettere di sorridere, ci prepara i pacchetti regalo, scusandosi e facendo finta di niente.

Claudia non vuole che qualcuno sappia. Non vogliamo che capiscano che l’amicizia non è il solo sentimento che ci lega. I compagni non capirebbero, gli insegnanti cercherebbero di farci cambiare idea, i genitori… non lo sappiamo. Fatto sta che quella donna. Quella commessa che non ci aveva mai viste prima e che non ci rivedrà mai più, in pochi minuti ha capito tutto ciò che noi avevamo tenuto nascosto per quasi un anno.

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Chi lo ha scritto

Tamara V. Mussio

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Laureata in Storia della Lingua italiana all'Università Cattolica del Sacro Cuore di Brescia. Follemente innamorata di tutta la letteratura classica greca e latina, vivo di caffè, libri e musica. La parola d'ordine nella mia vita è "conoscere", per poter "cambiare". Sono una ragazza pratica, diretta, che non crede nel destino. Il mio motto è "Homo faber fortunae suae", "L'uomo è artefice del proprio destino", a sottolineare la forza di ogni persona che voglia raggiungere i propri obbiettivi. Leggo e ascolto di tutto, ma il mio romanticismo marmoreo mi impedisce di apprezzare i romanzi rosa. Dall'alto della mia bassezza (1,48 m) cerco di mettere a frutto tutti i pregi e i difetti che ho.

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