Giustizia ad occhi aperti (prima parte)

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Un viaggio che diventa un incubo.

La notizia del quadruplice omicidio di Torino giunse, trasportata dalla mefistofelica onda dei media globali, mentre ero impegnato nel mio consueto lavoro di ricerca astrofisica nell’osservatorio di Monte Palomar, in una notte di incredibile serenità, con un cielo che sembrava dipinto, mentre le costellazioni e le nebulose brillavano più vicine a noi. Sarebbe stata l’ultima volta in cui avrei guardato la sfera del cosmo con l’affetto e la razionalità dei miei anni più fiduciosi.

Quella mattina, a Torino, il guardiano del Museo del Mistero e del Paranormale, nell’aprire il portone e nel percorrere le sale ricolme di oggetti enigmatici, o presunti tali, aveva trovato nella sala della ghigliottina i corpi di quattro donne con la testa tagliata, quattro scienziate, quattro astrofisiche di quattro paesi diversi. Si trattava di Martina Camilleri, di Torino, di Gertrude Mandel di Amburgo e di Susan Hartford di Melbourne. La quarta era Emily Cohen, la mia migliore amica. Secondo i giornali, era stata lei l’assassina, colei che aveva azionato la ghigliottina sulle altre e su sé stessa. Le impronte digitali lasciate sulla macchina non lasciavano dubbi. Ignoto il movente, incomprensibili le modalità. Era stato un omicidio? Ma perché le tre donne non avevano opposto resistenza? Era stato un suicidio collettivo? Oppure un macabro gioco finito tragicamente?

I media ricostruirono la giornata delle vittime nei minimi dettagli. Gertrude, Susan ed Emily erano giunte a Torino nel tardo pomeriggio con voli separati. Non era chiaro se si fossero messe d’accordo in anticipo per incontrarsi, non vi era nulla nei loro computer o telefonini da suggerire quest’ipotesi. Si erano fatte portare in centro città dove avevano atteso la notte, senza cenare e senza parlare con nessuno. Martina venne notata alla stazione Porta Nuova intorno alle nove. Un barista di Piazza Vittorio Veneto affermò di aver visto una donna assomigliante ad Emily che aveva passato la sera a fissare la facciata del museo dirimpetto.

Le quattro donne erano entrate nel museo poco dopo la mezzanotte, senza usare chiavi né forzare la serratura. L’allarme non era scattato e, curiosamente, le telecamere di sorveglianza non avevano registrato nulla. Emily aveva uccise le altre tre donne con la ghigliottina e infine si era suicidata nello stesso modo. Sapevo che era un’assurdità: Emily era la persona più pacifica e amante della vita di questo mondo. Che motivo aveva di assassinare le sue colleghe? Come era riuscita a costringerle ad infilare la testa sotto la lama senza drogarle né usare alcuna violenza? Le vittime si erano volontariamente sottoposte al supplizio? Uno spettacolare suicidio collettivo ma nessuna di loro, a parte Susan, aveva mai mostrato problemi psicologici tale da giustificare un’estrema misura. Alcuni fecero notare che Emily non avrebbe potuto azionare la ghigliottina su sé stessa. Ciò suggeriva la possibilità che vi fosse stata una quinta persona, così abile da non lasciare alcuna traccia. Era stata questo fantasma a sostituire la falsa lama di plastica con una di acciaio? E come aveva fatto? Non si va in giro per una città di un milione di abitanti con una lama sotto il braccio.

Nell’incapacità di risolvere i molti interrogativi, i media specularono selvaggiamente su un’ipotesi sovrannaturale. Come scienziato rifiuto qualsiasi ipotesi non scientifica. Se gli investigatori fossero stati meno pigri nell’immergersi nelle vite delle condannate, avrebbero trovato i fili che, pazientemente annodati, avrebbero composto una spiegazione. Sono giunto alla conclusione che solo una follia collettiva possa aver provocato una simile tragedia. Più che carnefice, Emily fu una vittima di ossessioni mai risolte, di uno spirito di vendetta portato all’eccesso. Il resto non conta. Sappiamo bene che l’animo umano, quando portato all’esasperazione, è capace di prodigi apparentemente inspiegabili. Ma non c’è niente di sovrannaturale: l’unico angelo nero è quello appostato dietro i nostri più crudeli desideri.

* * * * *

Accadde la scorsa estate. Un luglio di roghi, di cieli incendiati dalle comete e dai prodigi. Monte Palomar ferveva di eccitazione. Grandi scoperte erano nell’aria. Emily entrò nel mio studio come un uragano. Era stata invitata a partecipare ad una conferenza di astrofisica a Torino. Il solo pensiero di un viaggio in Italia l’aveva posta in stato di ipereccitazione. Le solite illusioni che incantano le donne americane: il cibo, i paesaggi, gli uomini. Soprattutto gli uomini. Emily era la mia migliore amica dai tempi dell’università. Sulla soglia dei vent’anni ero stato per lei uno dei suoi amori, uno dei più accesi e duraturi, ben undici mesi. Dopo essere stato scaricato senza ragione, avrei preferito dimenticarla, invece lei mi restò accanto. Avevo guadagnato il privilegio di diventare il suo confidente. Per anni ho ascoltato i suoi sogni, che divennero il grano di follia femminile nella mia vita ordinaria, un petalo sopra uno scoglio, una tempesta di petali intorno ad uno scoglio. Emily inseguiva le novità e le avventure, fisiche e mentali, eppure era razionale come un codice binario, uno e zero, nero e bianco, vero e falso. Sul lavoro era maniacale, precisa e pignola fino all’aridità: per lei tutto doveva essere tangibile ed immediatamente misurabile. Come conciliasse queste contraddizioni era il segreto del suo equilibrio e del suo perenne buonumore.

“Mi offrono viaggio, soggiorno e una cascata di monete d’oro.”

“Come mai tanta generosità?”

“Stephen. Non essere sempre così sospettoso.”

“Non esistono pranzi gratis.”

“Gli organizzatori si preoccupano di farci divertire. Guarda un po’. ‘Se non sapete cosa fare dopo il lavoro, oppure la conferenza vi fa addormentare, chiedete a Martina Camilleri dove trovare il miglior ristorante, dove bere del buon Barolo, dove andare a ballare. Potrete visitare anche il nuovo Museo del Mistero e del Paranormale. Per scoprire il lato oscuro della scienza.’

Emily aveva sempre trovato molto divertenti le pretese dei parapsicologi, degli occultisti, dei decifratori di Nostradamus, come degli pseudoarcheologi che misurano le piramidi. Disse allegramente “sai che Torino è considerata la capitale della magia nera e bianca? Bianca con Lione e Praga. Nera con Londra e San Francisco.”

“Io sono londinese di origine.”

“Ed io sono di San Francisco.”

“Questi triangoli mi suonano un po’ equivoci.”

“Perché non vieni anche tu? Potremo dare l’assalto ai cavalieri dell’oscurità.

“Mandami un gufo quando arrivi.”

Emily rise. Che altro doveva fare? Era un viaggio di lavoro come tanti altri. Nelle mail Emily si lamentava del cibo che non era né gratis né saporito, il che nel suo linguaggio significava che non aveva conosciuto nessun uomo interessante. Tornò una settimana dopo completamente cambiata, con i nervi scossi. Con le guance scavate, il volto terreo, era consumata come se avesse traversato il deserto. Aveva perso la sua naturale allegria, il suo inconfondibile sarcasmo; attaccava briga per una sciocchezza, non era concentrata sul lavoro e combinò un mucchio di disastri. Vi era poi quel suo rifiuto di usare il telescopio, tanto più sorprendente dato che Emily aveva sempre amato trascorrere la notte a scrutare il cielo. Dopo aver mal impostato il programma per una ricerca su certe particolari formazioni stellari e aver mandato in fumo tre ore preziose al telescopio, il direttore le ordinò di prendersi un po’ di riposo. Lei protestò di stare benissimo. Disse semplicemente che non riusciva a recuperare il jet-lag.

Al rientro il suo umore era ancora cupo ma, per evitare altri guai, passava il suo tempo da sola, attaccata ossessivamente al computer. Finalmente mi disse che aveva paura di guardare le stelle.

“Che ti è successo in Italia? Ti sei innamorata di un astrologo che ti ha fatto l’oroscopo.” Scherzai cercando di stimolarla ad aprirsi, ma lei non cadde nel tranello e non rispose.

Per aiutarla a recuperare, mia moglie Maria ed io la invitammo a passare un weekend nella nostra casa al mare vicino Oceanside. Maria era una delle migliori cuoche della California meridionale: avrebbe resuscitato Lazzaro con le sue enchiladas. Io preparai un paio di bottiglie di vino della Napa Valley. I miei figli pensarono al resto. Quel sabato il vento era violento come un dio dell’Olimpo e spazzava via i volti biancastri formati dalle nuvole. Max e Diego trascinarono Emily in mare a combattere contro le onde. Fu una lotta da titani, ma l’energia della natura riuscì nell’impresa di riportare l’allegria nel suo volto. Quando venne fuori, stavo leggendo le ultime notizie sul portatile. Emily mi venne accanto asciugandosi i capelli e sorridendo.

“Che succede nella palla spaziale?”

“Uhm… ministro italiano in odor di mafia morto in uno strano incidente a Roma.”

Il cerchio delle labbra di Emily si serrò all’istante. “Un assassinio?”

“Pare di no. Usciva dal ministero quando un emblema di pietra dello stato gli è caduto addosso, schiacciandolo.”

“Che modo assurdo di morire.”

“Non trovi ci sia una bizzarra logica? Un uomo di potere schiacciato dal simbolo del potere.”

L’espressione di Emily cambiò ancora. Questa volta, complice un improvviso violento raggio di sole, il suo volto apparve coperto di fittissime rughe come una ragnatela. “Come si chiamava?”

“Silvio Cavallaro.”

Gli occhi tremarono come scossi da un ricordo doloroso, scariche elettriche le trapassarono i muscoli, le sue mani si infilarono nei capelli, scesero sulla faccia, le unghia si conficcarono con forza nelle guance. Gocce di sangue uscirono dalle ferite. Guardai con orrore la sua trasformazione in un’orrenda arpia, poi lei scappò corse verso il mare urlando “è impossibile!” Si gettò in acqua con un gesto suicida accanto ai ragazzi, che credettero che fosse venuta a giocare e le spruzzarono addosso i cavalloni.

Mia moglie Maria, richiamata dalle grida, vide una scena di follia: Emily si agitava nell’acqua come punta da una medusa, con gesti scoordinati da ubriaca. I ragazzi si resero conto che qualcosa non andava. Max toccò Emily che si fermò paralizzata e iniziò a piangere con il viso tra le mani. La presi per il gomito e lei mi gettò le braccia al collo, disperata, facendosi riportare a casa. Maria con un batuffolo di cotone le medicò i tagli. “Madre de dios. Ti sei fatta male per davvero.”

Emily si toccò le guance. “Scusatemi. Voi siete così buoni con me. Non lo merito.” Si sedette sulla sabbia, apparentemente più calma.

“Bevi un po’ di vino” disse Maria.

“Mi dispiace se ho detto qualcosa di sbagliato” dissi incerto.

“Non è colpa tua. E’ quel Cavallaro.”

“Perché t’importa tanto? Lo conoscevi?”

Emily rise, una risata isterica ed insana, e tacque guardando il mare. Attese che Maria rientrasse in casa, si voltò verso di me e disse “devo raccontarti una storia” e, senza che io avessi risposto, Emily iniziò a parlare.

E parlò senza fermarsi, come se dal suo petto tormentato fosse sgorgata un’inarrestabile acqua nera e limacciosa. Il mondo intorno a noi scese nella penombra, scomparvero gli allegri suoni dei ragazzi in acqua e i piacevoli rumori della casa. Scese il tramonto tra i veli di nebbia che disegnavano figure ultraumane all’orizzonte. Le gelide correnti silicee della sabbia risalirono dal basso in direzione del cuore e della testa, mentre lei raccontava la terribile vicenda che era accaduta in Italia.

* * * * *

“Che città meravigliosa è Torino. Circondata dalle Alpi, con una pianta razionale e regolare, molto diversa dalle tortuose città europee medioevali, creata, come l’America, in un’epoca di progresso e di illuminismo. Ma in quei giorni la città era invasa da migliaia di persone convenute per l’apertura del Museo del Mistero e del Paranormale. Mi sentii subito oppressa da una pesante atmosfera di irrazionalità. Tu sai che di solito rido di queste cose, ma questa volta era diverso: mi sentivo circondata. Quanta gente strana in giro: i seguaci dei faraoni, falsi mistici tibetani, venditori di pietre guaritrici o di prismi catturatori di energia, lettori di mani e ombelichi. La folla delle persone comuni era soggiogata dai mercanti di illusioni. Non faceva domande. Accettava qualsiasi cosa senza ragionare. Torino si svegliava con i canti a padre sole e alla madre terra. Le vie erano profumate di incensi che dovevano cacciare gli spiriti maligni. Una ragazza di manco vent’anni mi disse che la scienza non riusciva a spiegare tutti i fenomeni. Quando le ho chiesto se continuava a credeva che i lampi fossero provocati dalle saette di Zeus, mi ha detto ‘ma che c’entra? Mica sto parlando dei fenomeni naturali.’ Ma forse i peggiori erano quei giovani, ben vestiti e nutriti, che invocavano i mostri di Cthulhu. Perché? Cosa c’è nel mondo di così noioso da aver bisogno dei vampiri?”

“Il secondo giorno si diffuse la notizia che in campagna erano stati scoperti i resti di cerimonie sataniche. La folla bianca scese in strada con bizzarri rituali per contrastare gli spiriti maligni. Questo spreco di tempo ed energia era comico in un certo modo. Ma allo stesso tempo per la prima volta mi accorsi che queste pratiche magiche non erano uno scherzo. Tutta quella folla di maghi e persone comuni voleva vivere in un mondo dominato da forze sovrumane e mostruose.”

“Non ti sembra di esagerare?”

Emily storse la bocca come invasata e disse seccamente. “E’ accaduto, Stephen.”

“Che cosa è accaduto?”

“L’ultimo giorno della conferenza feci colazione con Gertrude Mandel, un’astronoma tedesca che conoscevo solo per e-mail. Quella mattina non avevo voglia di ascoltare altre relazioni scientifiche e accettai di andare a vedere le vetrine con lei. Gertrude era una persona gradevole ed allegra, scherzavamo come ragazze del liceo. Davanti al Museo del Mistero incontrammo un gruppo di ragazzi che ci invitarono a partecipare ad una lezione sul potere di guarigione che nasce dalla lettura della vera Bibbia quella, ovviamente, che solo loro possedevano. Una cosa da ridere ma Gertrude, con un ghigno feroce, si scagliò contro di loro. Gertrude era animata da una furia sotterranea che contrastava completamente con la pace serafica del resto della mattina. Disse ‘se aveste un po’ di cervello, capireste che ci sono più cose meravigliose nel mondo che in quella spazzatura che chiamate libro sacro.’”

“Quelli pensarono di avere il diavolo di fronte. Il loro capo rispose ‘voi scienziati non volete vedere la realtà della vita.’”

“‘Cosa capite voi della vita, imbecilli?’ rispose e, alzando la camicetta, rivelò sulla schiena una serie di piaghe provocate dalle frustate. Gli altri si ritrassero, non si sa per aver visto Gertrude spogliarsi in pubblico o per la frase che sibilò ‘me l’ha fatto uno di voi!’ Portai via Gertrude e ci rifugiammo in un caffè. Si calmò, mi chiese scusa e mi raccontò la sua storia, anche se forse avrei preferito non conoscerla.”

“Gertrude veniva dalla Germania Est. Lei e il marito avevano un buon lavoro di ricercatori. Quando il muro cadde, il marito venne accusato ingiustamente di essere una spia della Stasi. Entrambi furono licenziati. Lei dovette ricominciare da zero, lui cadde in una profonda depressione, cominciò a bere e finì per essere plagiato da un gruppo di cristiani fondamentalisti guidati da un certo Padre Simpson, una specie di diavolo in terra. Grazie a loro, trovò un lavoro, lasciò l’alcool, ma al prezzo di rinunciare a ragionare. Né divenne più felice. Si fece anzi sempre più esigente con lei e con i figli, sottoponendoli a continue letture della Bibbia e usando la violenza ad ogni segno di ribellione. Lei, che continuava a volergli bene, cercò di aiutarlo a ritornare in sé e questo lo rese ancora peggiore. Diceva che doveva purgare il male da lei. Un giorno lei rimase incinta e, senza dirgli niente, decise di abortire. Lui lo scoprì e diventò una furia. Con l’aiuto di Padre Simpson la sequestrò in casa, sottoponendola a vere torture. Ma lei riuscì a fuggire, portando via i figli. Si nascose ad Amburgo, mentre lui e Padre Simpson la cercavano per ogni dove. ‘E’ stato quel demonio a trasformare il mio buon marito in un mostro. Pagherà per questo’ disse con la più terribile espressione che abbia mai visto.”

“Avevo pensato di passare un’altra settimana in città, ma ero esaurita. Il malumore cresceva. Chiesi a Martina Camilleri, l’organizzatrice, se vi era un albergo in campagna per passare qualche giorno in tranquillità. Martina fece del suo meglio per accontentarmi ma gli amanti del mistero avevano occupato ogni stanza libera. Mi propose allora di stare qualche giorno a casa sua a Pinerolo. Mi parve un’ottima idea. Martina era la simpatia in persona. Viveva in un vecchio appartamento scarsamente arredato. Amare più gli spazi vuoti che quelli pieni. Fu quindi inevitabile essere attratta da una gigantografia appesa in salotto, che ritraeva le rovine di una casa di campagna persa dentro un paesaggio infuocato, che comunicava un senso di disperazione, in totale contrasto col carattere solare di Martina.”

“‘La casa dei miei genitori in Sicilia, bruciata dalla mafia’ disse. Suo padre, piccolo proprietario dell’Agrigentino, si era battuto a lungo contro la criminalità. ‘Tutti sapevano che sarebbe finita male. Lo sapeva lui stesso, ma quello che accadde fu molto peggio. Mio padre morì bruciato nel tentativo di salvare i documenti che accusavano di complicità con la mafia un ambizioso politico locale, Don Silvio Cavallaro. Ci salvammo per miracolo, ma mia madre diventò un guscio vuoto privo di vita; mia sorella perse il fidanzato e non riuscì più a sposarsi; mio fratello, che aveva riconosciuto i criminali, fu costretto a fuggire in Australia. Neppure il loro sacrificio servì a qualcosa. Il processo si trascinò per anni e alla fine i colpevoli furono tutti assolti. I banditi tornati liberi ci prendevano in giro per strada. Don Silvio venne eletto trionfalmente in parlamento l’anno successivo. Era peggio che morire.’”

“‘Doveva essere una bellissima casa’ commentai incerta.’”

“‘Aspetta la vendetta’ rispose Martina con fredda precisione.’”

“In quel momento ebbi la spaventosa sensazione di poteri invisibili appostati tra noi e pronti a colpire per le nostre incaute parole. Ero del tutto suggestionata, ma non è forse vero che i frutti del male infettano le vittime?”

“Martina propose di andare a mangiare fuori. In quello stesso momento chiamò Gertrude. Martina la invitò ad unirsi a noi e, per creare un perfetto equilibrio, Martina telefonò ad un’altra nostra collega, Susan Hartford. La mattina precedente aveva svolto una brillante presentazione, interrotta da momenti di vuoto che sembravano preludere a uno scoppio di pianto. Forse conosci la sua storia. Lavorava all’osservatorio di Fan Mountain in Virginia, un posto pieno di fottuti benpensanti. Lesbica. In più ebbe la pessima idea di innamorarsi della figlia del sindaco del posto, una fragilissima ventenne. Venne denunciata da due colleghi bigotti per aver plagiato la ragazzina. Lei fu licenziata e costretta a tornare in Australia, la sua amante si suicidò per la vergogna.”

“Temetti una serata angosciante. Tranne me, tutte e tre avevano alle spalle delle storie tragiche. Mi sbagliavo: Gertrude era piena di allegria, Susan aveva solo voglia di dimenticare, e Martina, da brava italiana, sapeva guidare quel gruppo eterogeneo, facendoci parlare e ridere. Il Barolo ci aiutò a rilassarci. Ci sentivamo come se fossimo state amiche da secoli, ridevamo liberamente, eravamo unite e fortissime. Quando uscimmo dal ristorante, la notte fredda ci spinse a stringerci più vicine. Era una sensazione di affetto che mi piaceva. Gertrude disse che non si era mai divertita così tanto da anni, anche se la sua cicatrice continuava a bruciarle. Susan soffiò col naso e mi mostrò una foto della sua giovane amante. Martina propose di andare a ballare in un locale nei dintorni di Torino che si chiamava ‘L’inferno’. Da far rizzare i capelli, vero? In quel momento eravamo forti, non immaginavo quello che stava allignando intorno a noi.”

“Erano vent’anni che non andavo in una discoteca. Era come una chiesa rovesciata, maschi e femmine si muovevano come posseduti…” s’interruppe. “Adesso capisco.”

“Cosa hai capito?”

“Mi gridavano di andare via. Ero marchiata. La testa mi girava e persi il senso del tempo. Ero nuda, senza nulla di valore a cui aggrapparmi. Mi sentivo immensamente felice e miserabile. Voci dentro di me ripetevano: crimine, punizione, vendetta.”

“Perché non te ne sei andata?”

“Scherzi? Mi stavo divertendo come una pazza” disse ridendo, ma tornò subito serissima. “Dopo un tempo infinito tornarono le ragazze e gridarono sopra i tamburi infuocati, ‘andiamo a profanare il tempio delle bugie!’”

“E allora siete andate al Museo del mistero!” Dissi, intuendo il seguito.

Continua. La seconda ed ultima parte verrà pubblicata il 26 agosto.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

Perché non lasci qualcosa di scritto?