Giustizia ad occhi aperti (seconda ed ultima parte)

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Prima parte pubblicata l’11 agosto. A Torino si consuma un orribile delitto. Quattro scienziate di quattro paesi diversi sono assassinate con la ghigliottina conservata nel Museo del Mistero e del Paranormale. Inspiegabili le modalità: le vittime non sono state né drogate né è stata usata loro alcuna violenza. Incomprensibile anche il movente. L’assassina sembra apparentemente l’astronoma americana Emily Cohen, l’ultima a morire sulla ghigliottina. Il suo amico e collega Stephen Friar mette insieme i pezzi che hanno portato a questa terribile tragedia, cominciando dalla sconvolgente confessione fatta da Emily al ritorno dal suo primo viaggio a Torino. In quell’occasione Emily conobbe le altre tre scienziate: Susan, Martina e Gertrude, ciascuna delle quali aveva alle spalle una sinistra storia di violenza e crudeltà. Dopo una serata di buon vino, le quattro donne decidono di profanare il Museo del Mistero e del Paranormale.

Un viaggio che diventa un incubo.

“Era una bravata da ragazzine intossicate. Siamo corse via come se l’auto fosse trascinata da invisibili cavalli. La piazza del museo era deserta. Torino era ritornata al medioevo, con la luce danzante delle torce. Le mani bruciate dal calore, respiravamo una sull’altra inghiottendo i secoli. Era la notte perfetta per riscattare le nostre vite e rinascere come lucertole. Mi sentivo come una roccia megalitica sospesa nel cielo. Eravamo gli elementi primordiali fusi insieme, pieni di vita e rabbia. Potevamo vederci da dentro verso fuori, con la pelle rovesciata. L’euforia proseguiva, la paura era dissolta, saltavamo fuori dalla trincea e correvamo all’assalto delle linee nemiche in un prato di cemento.”

“E allora iniziammo una danza macabra. Gertrude fu la prima: come una baccante posseduta da Dioniso, invocò gli spiriti della giustizia. Martina chiese vendetta. Susan, piangendo, implorò di riavere la sua amante. Volevamo la pura giustizia divina. Era un desiderio puro come un cristallo, inflessibile come un diamante. Amavo quelle donne che scoprivano nude le loro vene.”

“Mentre ballavamo invasate ed ubriache, come in un sogno incoerente, una voce apparve nell’ingresso del museo. No, non sto scherzando. Non posso definire meglio quello che ho visto oppure non ho visto: prima è apparsa la voce poi il corpo si è formato. Un’illusione creata dalla luce tremula delle torce. Forse. Era una voce senza espressione, l’eco gelida di una ruota meccanica, come un riflettore senza luce che si accenda. Apparteneva ad una ragazza di non più di vent’anni. Il nero dei suoi abiti sottolineava il pallore del volto e degli occhi, così chiari da sembrare quelli di una cieca. Ci osservava con attenzione, con le linee delle labbra perfettamente orizzontali, così sottili e grigie, come fossero evanescenti, le braccia nascoste nel tailleur e le dita intrecciate come fuse in un maglio. Il maglio del giudice.”

“‘Perché continuate ad appellarvi ad un giudizio umano?’ disse. ‘Voi siete pronte ad accettare il verdetto di una giuria di stranieri. La chiamate imparzialità, ma la giustizia che si consuma in lente procedure burocratiche è solo una tortura per voi vittime, che sapete il male che avete subito e non volete riviverlo.”

“’Vogliamo giustizia!’ gridò Gertrude.”

“‘Solo a voi spetta pronunciare il verdetto ed eseguire la punizione.’”

“‘Chi sei?’ chiesi interdetta. Sentivo che la ragione stava tornando in me, mentre le altre erano rimaste stregate dall’apparizione. Mi accorsi che il portone del museo era spalancato. Chi l’aveva aperto?”

“‘Sono, per così dire, una donna benedetta’ rispose e ci indicò l’interno del museo. Le mie amiche seguirono la ragazza. Cercai di fermarle ma dalla mia bocca non uscirono parole convincenti. Restai sola, sulla soglia, incerta se lasciarle andare oppure seguirle. Alla fine decisi di entrare anch’io per una sciocca ragione: non volevo restare sola, non volevo perdere quel dolce legame che si era creato nella serata.”

“La ragazza si muoveva nelle sale silenziose e deserte del museo, sfiorando con le dita gli oggetti esposti, i misteriosi tarocchi e i libri di magia nera, salutandoli, se così posso dire, mentre i suoi piedi, fasciati in insolite scarpe lussuose, sembravano scivolare sul pavimento senza toccarlo. Ci guidò fino alla stanza dedicata ai misteri della rivoluzione francese, al cui centro vi era la soluzione razionale di ogni male: la ghigliottina.”

“Chi ci fermò in quel punto? Fu il fantasma evanescente? Oppure fui io? Vi era una sottile ironia nell’esser giunti nella sala dedicata alla madre di ogni razionalità, il grande scossone universale che abolì gli dei, i misteri e le misure irrazionali.”

“‘Ogni violazione dell’equilibrio naturale richiede una correzione’ disse la nostra guida nascosta dall’ombra gettata dalla ghigliottina. Adesso che ci penso, com’era possibile che ci fosse un’ombra? Da dove veniva la luce? Era la luce della luna o di una lampada nera?”

“‘Voi la chiamate condanna, ma è soltanto ristabilire l’ordine naturale’ disse toccando la ghigliottina, la cui lama brillava come la falce della luna. ‘Non temete di chiedere la vostra giustizia’ concluse la ragazza. Nella scintillante oscurità, mi sembrò di vedere dietro il suo corpo il contorno di due ali.”

“Gertrude disse ‘Padre Simpson ha distrutto mio marito e la mia famiglia in nome di una religione falsa ed ipocrita, che chiede il sacrificio di ciò che è buono ed umano. Manipolando un uomo debole e indifeso lo ha trasformato in un criminale che ha oppresso me e i miei figli. Lui che pretendeva di parlare a nome della più grande speranza, ci ha lasciato senza speranza. Per questo accuso Padre Simpson e lo condanno a morire in solitudine.’”

“‘Mio padre non desiderava alcun potere per se stesso’ disse subito dopo Martina. ‘Niente potrà restituirmi la giovinezza, i miei genitori, i miei fratelli, che ora vivono nell’ombra timorosi del proprio nome. Ho perso ogni fede e sono rimasta sola, mentre colui che ha rovinato la mia famiglia vive rispettato nel potere. Accuso Silvio Cavallaro e lo condanno a morire schiacciato dal potere.’”

“Infine toccò a Susan rompere in un singhiozzo disperato. ‘La mia vita non è mai cominciata a causa della malvagità delle buone persone. Non ho mai potuto esprimere liberamente i miei veri colori. Sono stata derisa ed umiliata senza aver commesso alcun crimine. L’angelo della mia passione giace ora avvolta in un involucro di terra. Accuso i miei colleghi Tyrone e Heathcliff di aver rivelato il mio segreto per odio delle persone diverse e li condanno perciò a morire nel silenzio.’”

Sentii un brivido di terrore mentre Emily raccontava la sua storia. “E allora, tu, cosa hai fatto?”

Lei esitò. “Sono fuggita senza guardarmi indietro.”

Mi guardò come fossi un giudice a cui discolparsi. Cercai di razionalizzare. “Una teenager che voleva divertirsi con gli atteggiamenti tenebrosi. Vi siete immaginate la metà delle cose.”

“Come ha fatto ad aprire il museo?”

“Era la figlia depravata del guardiano.”

“Da dove è venuta? Come ha fatto a sentirci? Non era vicina a noi. E’ apparsa. Semplicemente.”

“Stavate urlando. Vi avranno sentito in tutta Torino.”

“E poi… o mio dio! In che lingua ci ha parlato? Sono sicura che ha parlato a me in inglese, a Martina in italiano e a Gertrude in tedesco.”

“Hai chiesto alle altre? Sono sicuro che le loro versioni sono molto diverse dalla tua.”

“E se combaciassero?”

“Eri ubriaca Emily. Le tue percezioni erano distorte. Non è accaduto nulla. E’ stato solo un incubo.”

“Forse… Stephen, penserai che sia pazza, ma quella ragazza non era umana.”

“Uno spirito, quindi. Bene, niente di cui preoccuparsi. Gli spiriti non esistono.”

“E la morte di Cavallaro?”

“Che altro poteva accadere ad un politico mafioso?”

Emily anche se poco convinta, si calmò. Ed anch’io mi convinsi che la mente sovreccitata ed alterata di Emily avesse ricostruito e rielaborato il ricordo di uno scherzo di macabro gusto. Certamente c’erano alcuni particolari inquietanti, ma niente di inspiegabile. Semmai, ciò che mi disturbava profondamente era la sensazione che Emily mi avesse nascosto qualcosa.

* * * * *

Nei giorni seguenti fummo assorbiti da nuove importanti osservazioni astronomiche. Emily si gettò a capofitto nella ricerca, anche se notai una nuova fobia: non leggeva più giornali né le notizie su internet; se in una stanza trovava un televisore acceso, usciva o chiedeva di spegnerlo: preferiva restare da sola in ufficio che scendere alla caffetteria dove vi erano schermi sempre accesi. Ma non si poteva tenere a bada il mondo a lungo. Non in questa epoca.

Una mattina, mentre eravamo intenti ad analizzare i dati raccolti nella notte, Bernard irruppe in laboratorio. “Ehi, avete sentito la novità?” Emily, come intuendo quello che sarebbe venuto, restò paralizzata. “Due colleghi di Fan Mountain sono morti.”

Emily non attese il resto. Scappò via singhiozzando sotto i nostri occhi sbigottiti. Si trattava di Tyrone e Heathcliff. Una tragica fatalità. Due esperti navigatori, che si erano già trovati in precedenza in situazioni difficili, erano usciti di pomeriggio in mare in barca a vela per pescare. Il tempo era assolutamente ottimo ed il mare calmo. A circa cinque miglia dalla costa, la barca aveva urtato qualcosa ed aveva iniziato lentamente ad affondare. Non avevano potuto chiamare aiuto perché la radio non funzionava. Erano rimasti aggrappati al relitto per ore. Pur avendo fatto naufragio in una zona trafficata, nessuno li aveva visti. Erano morti di ipotermia e nessuno aveva udito le loro grida.

Quando Emily tornò dal bagno (doveva aver vomitato povera creatura), la riaccompagnai a casa. Mi implorò di restare un attimo con lei. Mi prese la mano e mi disse, dopo aver ingoiato una pasticca di tranquillanti, anche questa un’amara novità, “la seconda sentenza si è avverata.”

“Quale sentenza?”

“Sono morti nel silenzio. La condanna è stata eseguita.”

“Suvvia, Emily. Si è trattato solo di un terribile incidente…”

“…e si può affogare anche in un bicchiere d’acqua, vero?”

“Vorresti credere che un angelo nero sia sceso dal cielo, abbia rotto la radio e affondato l’imbarcazione?” Emily rimase impassibile alla mia battuta.

“Siamo state noi. Noi li abbiamo uccisi. Prima Cavallaro e adesso loro.”

“Sono uno scienziato. Potrei trovare migliaia di ragione per cui sono morti. Crediamo di essere invincibili, ma il mare è infinitamente più forte di noi. Perché vuoi cadere nella trappola di dare un volto ad eventi semplicemente imprevedibili?”

“Perché ho visto quello che è accaduto a Torino.”

“A Torino non è accaduto nulla.”

“Dammi una spiegazione razionale.”

“Susan si è voluta vendicare.”

“L’angelo ha eseguito la nostra sentenza.”

Me ne andai esasperato. Dopo di ché ci parlammo a malapena. Il comportamento di Emily divenne sempre più bizzarro: evitava ormai il contatto con gli altri scienziati, me compreso, si aggirava per l’osservatorio con occhiali scuri per non mostrare gli occhi gonfi di stanchezza e di pianto. La vidi inghiottire pasticche di tranquillanti con le mani tremanti.

Qualche giorno dopo venne a sedersi accanto a me nel caffè dell’osservatorio, agitando una mail sulla mia faccia. “Guarda qui! Guarda qui!” disse con il tono di una pazza mendicante.

Presi il foglio proveniente da Martina Camilleri. ‘Cara Emily. La vendetta è la peggiore eredità del crimine. Ti consuma finché non la ottieni e poi ti lascia vuota. Che Cavallaro sia morto, non mi importa più veramente molto. Qualche settimana fa ho ricevuto una lettera da Gertrude. Forse avrai saputo che il suo persecutore è morto. Aveva abbandonato la famiglia, il sant’uomo, ed era fuggito con una ragazza ceca. Un’assassina senza scrupoli. Gli ha portato via tutto e l’ha lasciato in un’auto rubata in mezzo alla campagna, solo e ferito. E’ morto dissanguato. Nessuno si è accorto di nulla. Le sentenze si stanno realizzando. E nessuno potrà più fermarle. Che Dio abbia pietà di noi. Martina. XXX’

Lessi la mail con autentico orrore. “Che vuol dire?” dissi con ira.“L’uomo era un violento fanatico. Era destinato a fare quella fine.”

“Era condannato. Non destinato.”

“Che differenza fa?”

“Domani parto per l’Italia. Troverò quel demonio.”

“Che senso ha, Emily? Ragiona. Non la troverai.”

“La troverò, perché solo io posso fermare questa follia.”

“Perché, Emily? Cosa vuoi fare? Cosa mi nascondi?” Emily fece un’orribile smorfia e cacciò fuori una strana risatina isterica. Gli altri clienti del caffè si girarono a guardarla. “Siete giudici anche voi, vero?” Ma questi scossero la testa e tornarono al loro pasto. Tutti ormai sapevano della crescente insanità della mia amica.

Cercai di farla ragionare, insistendo che era assurdo andare dall’altra parte dell’oceano solo per cercare una ragazzina malata, di cui non conosceva neppure il nome. “Mi aspetta nel museo.”

“Perché non puoi semplicemente dimenticare tutto?” Lei mi guardò con un’espressione in cui non vi era più né dolore né passione. Due orbite vuote.

“Puoi lottare contro il destino, ma non contro una tua decisione.”

Quella fu l’ultima immagine che ebbi di Emily in vita. Tre giorni dopo lei era morta e con sé portava i motivi di quell’ultimo gesto di follia, lasciandomi da solo con i miei dubbi e la mia angoscia.

* * * * *

Il caso del massacro di Torino, così lo soprannominarono i media, venne chiuso dopo mesi di inutili indagini. La spiegazione ufficiale, se così si può chiamare un’ipotesi piena di incertezze, restò quello di un raptus collettivo di follia delle quattro scienziate, forse generato dall’uso di nuove droghe che non lasciavano alcuna traccia. Mi convinsi che Emily abbia agito in uno stato di totale incoscienza. Il suo stato mentale era infatti già pericolosamente vicino ad una sorta di schizofrenia, fino a quel momento rimasta in stato larvato ma, a ben guardare, già evidente nel suo carattere portato agli opposti eccessi di raziocinio e passione. Sapevo che era una spiegazione troppo elementare, ma mi servì per dimenticare, se non Emily, le circostanze della sua morte. Purtroppo sbagliavo. Non avrei mai dimenticato.

Un anno esatto dopo la tragedia comparve sul mio computer una mail di Emily. Nessun tecnico informatico riuscì a spiegarmi come avessi ricevuto solo adesso un messaggio che lei aveva scritto in un caffè di Torino poche ore prima della sua morte. Il suo contenuto fornisce una sorta di spiegazione dell’accaduto. Ma io non posso, non devo, non voglio credere a queste parole. Eppure da allora non ho mai più potuto guardare gli altri senza vedere dietro di loro un’ombra di ferocia che attendeva di prendere vita propria.

“Caro Stephen, sto per entrare nel museo dove tutto è cominciato. Costringerò quell’angelo infernale a fermare la mia sentenza. Per la salvezza di tutti noi. L’obbligerò alla legge del perdono. Infatti, non ti ho detto tutto quello che avvenne allora. Mi vergognavo. Anch’io ho pronunciato una sentenza. Quella più crudele. Come un giudice supremo ho condannato le mie amiche a morte per aver commesso l’abominevole delitto della vendetta. E per non lasciare una giustizia imperfetta, ho condannato anche me stessa, per pagare con il mio sangue i loro peccati. Perdonami se non dovessi tornare. E se non dovessi tornare, dimentica quanto accaduto e non cercare di vendicarmi. Emily.”

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Chi lo ha scritto

Max Keefe

Max scribacchia idee per l'Undici dal duemilaundici con passioni varie. Ha scritto "Le dodici rocce dell'orrore" (mistero e avventura per ragazzi ed adulti), "La Comandante Comanche" (amore e fantascienza), "Simpatia per il demonio" (racconti) disponibili su www.ilmiolibro.it, e un saggio storico "L'anno prima della guerra" sul periodo 1914-15, con gli articoli pubblicati originariamente sull'Undici, a disposizione gratuita per chi sia interessato. Scrivetemi su maxkeefe11@gmail.com, anche per chi ha letto "Finale di picnic" e vuole sapere la conclusione di Hanging Rock.

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