È nel concepimento, che la magia del caos avviene

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“Le confesso che ho trovato la sua richiesta assai stuzzichevole. Così come lei mi aveva chiesto, ho provato a raccontare brevemente cosa ha significato per me il mio famoso viaggio, ovverosia quello che mi ha aperto gli occhi dapprima sulla passione della mia vita e di poi sul funzionamento di alcuni meccanismi sostanziali della vita stessa. Spero di non essere troppo prolisso e che questo mio resoconto risponda a quello che sta cercando per la stesura del suo libro.”
[Charles Darwin, 11 Agosto 1879, Orpington, Kent]

Avevo ventidue anni quando mi imbarcai a bordo del Beagle, modesto brigantino messo a disposizione della marina britannica al comandante Robert FitzRoy per un giro del mondo delle durata di cinque anni. Scopo ufficiale della nostra spedizione era quello di tracciare nuovi rilevamenti cartografici, ma non si può nascondere che l’imbarcazione fosse dotata di cannoni e altri armamenti e che per la corona britannica noi fossimo tra le tanti navi che periodicamente presenziavano lungo le coste del vasto impero per motivi di controllo. Per capire come io, allora giovane rampollo di ricca famiglia inglese destinato ad un’agiata vita altoborghese sulle sponde del fiume Severn, mi ritrovai dentro quest’avventura, bisogna ripercorrere brevemente gli anni che precedettero quella fredda mattina del 27 dicembre 1831 in cui salpai dal porto di Plymouth.

La HMS Beagle fu un brigantino a dieci cannoni della Royal Navy, il cui nome deriva dalla razza canina beagle. Fu varato l'11 maggio 1820. Durante il suo secondo viaggio ospitò a bordo l'allora giovane naturalista Charles Darwin, il cui lavoro rese la Beagle una delle più famose navi della storia.

La HMS Beagle fu un brigantino a dieci cannoni della Royal Navy, il cui nome deriva dalla razza canina beagle. Fu varato l’11 maggio 1820. Durante il suo secondo viaggio ospitò a bordo l’allora giovane naturalista Charles Darwin, il cui lavoro rese la Beagle una delle più famose navi della storia.

Come è noto, la famiglia Darwin è una famiglia di eccellenti medici da varie generazioni e così non c’era per me via di scampo dal frequentare la facoltà di Medicina. Ben presto mi resi conto però che poco o nulla mi interessava in quella carriera e abbandonai l’università di Edimburgo. Sentivo nettamente che nessuna disciplina particolare soddisfaceva le mie curiosità e le mie ambizioni teoriche, così tentai la via della teologia e mi trasferii a Cambridge nella prospettiva di diventare pastore anglicano.

La mia istruzione in questi anni fu piuttosto informale e variegata ma cominciai ad avvicinarmi seriamente alla fisica naturale e a rendermi conto di quanto essa mi affascinasse. Soprattutto ebbi la fortuna di trovare la ricchezza più grande che un giovane può sperare di trovare in un’università: entrai in contatto con menti brillanti. Scienziati esperti in botanica, geologia e zoologia, interessati come me ad esplorare nuove prospettive delle scienze naturali. Rapidamente mi distinsi negli studi biologici e venni apprezzato per la vivacità della mia indole e della mia curiosità. Il motivo per cui nel giro di pochi mesi passai dai prati ben curati di Cambridge allo sconfinato oceano fu alquanto curioso. La nave aveva già un naturalista di bordo, Robert McCormick, ma il comandante FitzRoy, che era uomo dalla natura malinconica: cercava un gentiluomo di cultura con cui poter pranzare e conversare nel lungo viaggio, giacché la solitudine lo conduceva spesso preda a certe crisi depressive. Così, quando la marina cominciò ad allestire il Beagle, i miei professori mi proposero al comandante ed io, curioso com’ero di scoprire cosa ci fosse aldilà del mio piccolo mondo, non mi tirai certo indietro.

Prima di tutto per me il viaggio fu una raccolta doviziosa. Il mondo schietto ed inesplorato mi si poneva davanti e io non potevo lasciarmelo sfuggire. Smaniosamente raccoglievo, annotavo, sezionavo ed esploravo tutto quello che mi circondava. C’è chi dice che il mondo sia l’inferno dei pensatori, per come la vedo io questo è il paradiso degli scienziati. Periodicamente spedivo a casa i miei ritrovamenti e quando tornai in Inghilterra, alla fine del viaggio, mi ritrovai con 1529 esemplari tra piante e animali conservati in alcool, 3907 pelli, ossa e pezzi vari conservati a secco. Per non parlare di una quantità enorme di scritti. Credo di essere arrivato a circa 1400 pagine di appunti di geologia, 300 di zoologia e un migliaio di pagine di diario.

Il viaggio del Beagle a cui prese parte Darwin che s'imbarco all'età di 22 anni

Il viaggio del Beagle a cui prese parte Darwin che s’imbarco all’età di 22 anni

Non è vero che, come molti hanno pensato, è in viaggio che ho definito la mia teoria sull’evoluzione: essa è infatti nata solo qualche tempo dopo, nella mia casa in Inghilterra. Ma senza dubbio la mia teoria non sarebbe nata senza il viaggio. In viaggio non trovai nessuna risposta definitiva ma nella mia mente si profilarono finalmente domande precise. Già dai tempi dell’università mi ero interessato al problema della specie. Come era possibile pensare che, come dicevano i teologi, vi erano state miriadi di creazioni specifiche e immutabili per ciascuna razza e sotto razza? Non era più semplice ipotizzare che un piccolo numero di specie si fossero successivamente diffuse spostandosi nelle diverse regioni della Terra, differenziandosi nel processo?

Mi avvicinai insomma alla teoria della trasformazione per cui il mondo come ci appare oggi è frutto di un processo di mutazioni. La critica principale che gli oppositori alla teoria della trasformazione avanzavano era che questo tipo di processi avrebbe presupposto un periodo enormemente lungo. Caso volle che avessi con me nel viaggio i “Principi di geologia” di Charles Lyell, che stimavo grandemente sia come scienziato che come uomo, e che era stato aspramente criticato per il suo approccio laico alla problematica dell’età della Terra. Lyell sosteneva, e il suo libro me ne persuase completamente, che la Terra non avesse qualche migliaio di anni come sostenuto dalle sacre scritture ma piuttosto qualche centinaio di migliaia e, chissà, forse perfino di più. Perciò pensare a un lungo cammino di metamorfosi per la vita sulla Terra era più che possibile.

ondeblu5Il mio viaggio, inoltre, mi aprì definitivamente gli occhi sull’impossibilità della risposta teologica ai misteri del mondo. Ricordo benissimo, ad esempio, il momento in cui abbandonai l’idea di finalismo estetico della Natura. Una notte, mentre navigavamo nei pressi dell’Australia, assistei allo spettacolo stupefacente del plancton che riluceva nelle profondità nere dell’oceano, come un contraltare marino al cielo trapuntato di stelle sopra di noi. Posso affermare, credo, di non aver mai visto tanta bellezza in vita mia. Tutta quella bellezza lì, da sempre, e mai nessuno a vederla. Come era possibile che Dio avesse lasciato le cose più belle là dove nessuno poteva bearsene? E che dire delle miriadi di esseri talmente piccoli e talmente insignificanti, talmente in basso nella scala naturale eppure dotate di forme e colori meravigliosi?

Più tempo passavo lontano dalle leggi razionali della società e immerso in quella pura natura, e più mi appariva evidente che essa non era affatto dominata da leggi razionali. Non credo di essere mai stato dotato di una particolare intelligenza, moltissimi miei colleghi a Cambridge mi superavano per acume e conoscenza, e del resto partecipavo a quel viaggio più come gentleman che come scienziato, eppure se c’è una cosa di cui sono sicuro è quella di essere un grande osservatore. Quindi più restavo immerso nella natura, più mi appariva evidente che in essa il caso dominava. O meglio – come dire? – ebbi la netta sensazione che la realtà proceda per catene rigidamente causali che però si incrociano tra loro in modo arbitrario e casuale.

Ma ecco che io mi sto facendo prolisso, come mi ero ripromesso di non fare. Allora vorrei giungere ad una conclusione. Come dicevo, in quei cinque anni ho visto tutto quello che dovevo vedere per portare avanti un’intera vita da scienziato. Avevo raccolto un’infinità di fatti isolati e avevo notate una serie di cose che mi avevano dato molto da pensare. Come era possibile che di luogo in luogo io mi imbattessi nella variante di una specie con le caratteristiche migliori per la vita in quella zona? Perché le tartarughe, ad esempio, presentavano colli più alti là dove la vegetazione cresceva più alta e viceversa?

tartaruga-galapagosNon potevo davvero credere che Dio avesse creato una tartaruga per ogni regione del mondo. E mi era difficile accettare anche le teorie di Lamarck, per cui erano gli esseri ad adattarsi volontariamente all’ambiente in cui vivevano. Questa presupponeva una plasticità eccessiva ed inoltre non contemplava l’ingrediente fondamentale su cui ormai non avevo più dubbi: il caso.

Una miriade di fatti isolati, le dicevo, ma i fatti isolati perdono ben presto il loro interesse se non si è capaci di costruire nessi. Se mi fossi fermato qui, il viaggio sarebbe rimasto una sterile, seppur esaltante, avventura. Ciò che dette veramente significato ai miei anni nel mondo, fu quello che feci dopo. Raccolsi tutte le sensazioni, le immagini, gli scritti, le provette sotto alcool e le pelli imbalsamate che avevo con me e mi misi a pensare. Pensai a lungo, a dire il vero, ma dopo circa due anni arrivai a formulare quella teoria che mi ha reso famoso, che è il motivo per cui lei mi ha scritto, per cui chi ci sta leggendo mi conosce e per cui molti mi hanno osteggiato e criticato, quella teoria che io non ebbi il coraggio di esporre ufficialmente per più di vent’anni, fino a quando non diedi alle stampe, nel 1859, “L’origine delle specie”.

E’ nel concepimento, che la magia del caos avviene. Per motivi che non so spiegarmi, ma che senza dubbio un giorno la scienza ci renderà chiari, il nuovo individuo concepito è in minima parte diverso dai due che lo hanno generato. Questa differenza non è la migliore di quelle possibili per il nascituro, è una variazione puramente casuale, casuale, mi segue? Nel corso della sua vita, se l’individuo avrà subito una variazione che lo favorirà rispetto agli altri, esso troverà più cibo, più partner sessuali, avrà una vita più lunga e lascerà più discendenti. Chi invece avrà ricevuto in dono dalla sorte una variazione svantaggiosa sarà destinato a una morte precoce e raramente riuscirà a procreare. Ed è in questo modo che, inesorabilmente, il più fortunato sopravanza il più debole e determina una nuova e più efficiente specie. Così, dalla guerra della natura, dalla carestia e dalla morte, direttamente deriva il più alto risultato che si possa concepire, cioè la produzione degli animali superiori. Vi è qualcosa di grandioso in questa concezione della vita, con le sue diverse forze, originariamente impressa dal Creatore in poche forme, o in una forma sola; e nel fatto che, mentre il nostro pianeta ha continuato a ruotare secondo l’immutabile legge della gravità, da un così semplice inizio innumerevoli forme, bellissime e meravigliose, si sono evolute e continuano a evolversi.

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

Cosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Articolo molto piacevole, scritto con agilità e chiarezza, nonostante la teoria dell’ evoluzione della specie sia tutto fuorché di facile comprensione. Giuditta ha reso facile e semplice la comprensione di concetti che hanno fatto dannare intelletto ed anima a molti. Brava, Giuditta! Certo che è una teoria alquanto terrificante perché in fondo ci dice a chiare lettere che la natura seleziona impietosa chi eredita per puro caso varianti genetiche favorevoli alla vita. Chi è sfortunato soccombe, non c’ è scampo. E io penso che sia proprio questo il triste motivo per cui gli esseri umani vanamente si dannano per cercar terapie per chi fortunato non è nato: falliranno prima o poi, poco da fare. Si veda da ultimo il caso dell’ inerzia degli antibiotici che solo sessant’ anni fa erano considerati il miracolo della medicina. E se è vero che, preso per tempo, perfino il cancro guarisce, è altrettanto vero che le diagnosi di cancro sono sempre più numerose.
    Francamente mi vien da pensare che le leggi della natura non siano poi tanto diverse dalle leggi che gli uomini si danno: ” fatta la legge, trovato l’ inganno”! Come a dire: ti dai da fare per campare in qualche modo, come puoi, brancolando? E io ti frego la vita, che non vai bene per la conservazione e l’ evoluzione della specie, questo” dittatore” della vita!
    Mah! Di qualcuno sarem pur figli, no? È evidente che siam figli della natura che ha messo il nostro intelletto nella condizione di comportarsi come madre natura ci ha impostati. In fondo il cervello è fatto di materia, come tutto il resto del creato. E se speri dunque che una legge possa in qualche modo salvaguardati dal male, scordatelo. Perché il più dotato troverà il modo di fregarti, esattamente come fa la legge evoluzionista.
    Triste conclusione che non mi era mai passata per la mente, ohibo’, Giuditta.

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