America oggi

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La magnifica era americana di Ronald Reagan.

America Oggi, capolavoro di Robert Altman del 1993.

America Oggi, capolavoro di Robert Altman del 1993.

“America Oggi” è un film di Robert Altman, uscito più di vent’anni fa. Ognuno può vedervi qualcosa e fabbricarsi l’interpretazione che crede, visto che l’ingegno del regista e il classico andamento plutarchiano, a storie parallele, fa incrociare i circuiti mentali come un intrico di binari in stazione. Nondimeno il tempo è passato e dunque, dal 1993, l’America è cambiata di nuovo. In un’intervista, si spera fedelmente riportata, a Marco Travaglio, pare che quest’ultimo, nel riconfermarsi uomo di destra (liberale e illuminata, ça va sans dire), commentando la politica americana, abbia preso le distanze da Bush (considerato poco sveglio) ed espresso rimpianto per la magnificente era reaganiana. Si sperava che qualcuno aiutasse a dimenticare quell’ingombrante periodo, invece ogni tanto spuntano apologeti a sorpresa.

E allora, ripercorriamoci un po’ di Ronald, per giungere poi a fotografare la situazione attuale oltreoceano.

Nato nel 1911 nell’Illinois, puro WASP (White Anglo-Saxon Protestant), Ronald Reagan risulta un mediocre attore (la sua frase più ricordata e da lui stesso sempre celebrata, rimane “dov’è l’altra parte di me?”, scoprendosi mutilato al risveglio, nel film “Delitti senza castigo”). Sposato in prime nozze con l’ottima collega, senz’altro migliore di lui e titolare di un Oscar, Jane Wyman, ha da lei due figli, una biologica e un maschio adottato; al secondo matrimonio incappa in una aspirante starlet di Hollywood, Nancy Davis. Negata per quella carriera, fornita solo di un ricco patrigno che la sponsorizza, la Davis è ambiziosa e spinge il marito verso le praterie non più degli studios, questa volta, ma della politica.

Ronald Reagan e Nancy Davis nel film del 1957 "Le pantere dei mari".

Ronald Reagan e Nancy Davis nel film del 1957 “Le pantere dei mari”.

Gli inizi, nell’agone pubblico, lo vedono in prima fila nel sindacato degli attori quando Ron si dichiara, praticamente, di sinistra, secondo criteri tutti locali, beninteso, ma comunque di parte democratica. La parola sindacato in realtà assume sfumature diverse da quelle parti, in particolare se si parla di Hollywood; a dirigere quello dello spettacolo, poi, inizialmente erano stati oscuri personaggi, ma Reagan, in tale veste, pare abbia lasciato un buon ricordo, anche a tutela dei giovani attori, un tempo alla mercé delle Majors.

Purtroppo, o per fortuna secondo punti di vista, pur senza cedere al maccartismo sfacciato, Reagan denuncia in quegli anni diversi colleghi all’FBI e si convince (o è già lì per questo scopo?) che, poiché il pericolo maggiore per il suo paese è rappresentato dal comunismo, la priorità sia combatterlo. Scivola senza farsi sentire verso posizioni di destra e fa dimenticare le sue vedute liberal di un tempo, in tema di diritti, omosessualità, aborto ecc., e nessuno gli obietterà di essere il primo presidente divorziato.

Nancy è sempre al suo fianco, la si ricorda accompagnarlo agli eventi perfino in avanzata attesa del secondo figlio, Ron jr, dopo la loro primogenita Patti (che usa il cognome della madre).

Nixon il superimbroglione e il mestatore di scandali, il grande capo dell'FBI, Hoover.

Nixon il superimbroglione e il mestatore di scandali, il grande capo dell’FBI, Hoover.

Del 1967 è la sua elezione a governatore della California, quasi in contemporanea con l’elezione del repubblicanissimo Nixon alla presidenza del paese: un tandem che inizia da subito a erodere le speranze di un’ apertura americana verso il resto del mondo, quando è ancora in sella il potente Edgar J.Hoover.

Ricordiamo ai più giovani chi era Edgar J. Hoover. A capo dell’FBI fin dalla sua creazione (1924), per meriti familiari, vi rimase fino alla morte nel 1972; controllava la vita privata dei presidenti e all’uopo era in grado di ricattarli. Deteneva le politiche estere di fatto, avversando ogni forma di idea progressista (fu ostile anche ad Albert Einstein), si mostrava conservatore e refrattario all’assunzione di donne e afroamericani, ostentava una morale conservatrice in materia sessuale, ma era un gay di fatto e aggregò il suo compagno come suo vice all’Agenzia federale. In pratica, il vero burattinaio mondiale era lui.

Il “muppet” Nixon (sorriso di plastica che cela un panzer azzeranemici), com’è noto inciampa nello scandalo “Watergate”, anno 1974, e deve interrompere il suo secondo mandato – per inciso, molti sostengono che fu solo sfortunato a circondarsi di infidi o maldestri collaboratori, i quali topparono in un’ azione di spionaggio di uso comune nella politica a stelle e strisce. Gli succede lo scialbo vice Gerald Ford, provvisto di una sincera, ma imbarazzante coniuge alcolizzata, Betty, benemerita per ciò che in seguito farà per combattere il vizio da cui riuscirà a liberarsi e che, dichiara lei, riguarda tutti o quasi i suoi connazionali.

Joan Baez e Martin Luther King.

Joan Baez e Martin Luther King.

In questa fase, metà anni settanta, il partito repubblicano è al suo minimo storico di consensi e brillantezza; è in corso il periodo “libertario” del mondo, quello in cui si dovrebbero raccogliere i frutti dell’era rivoluzionaria iniziata nella West Coast. Sesso, droga & rock and roll, sembra l’ideologia imperante. I giovani manifestano, Jane Fonda insulta i soldati in Vietnam, le rivendicazioni sindacali sono aggressive (leggendari gli scioperi dei netturbini a New York) e Joan Baez canta “We shall overcome”, avremo la meglio, vinceremo noi, e sarà un mondo di pace, amore e acidi. Questa progressione appariva solo inceppata dalla parentesi nixoniana, dunque viene eletto alla presidenza il democratico Jimmy Carter, già imprenditore agricolo nel campo delle noccioline, di indole proba e sobria, ma che appare disposto alla tolleranza di marca progressista e kennedyana che il pubblico si attende da lui.

I 52 membri dell'Ambasciata americana in Iran furono sequestrati nel novembre 1979 e rilasciati subito dopo il giuramento di Ronald Reagan il 20 gennaio 1981.

I 52 membri dell’Ambasciata americana in Iran furono sequestrati nel novembre 1979 e rilasciati subito dopo il giuramento di Ronald Reagan il 20 gennaio 1981.

In questo quadriennio zeppo di atmosfere da sabato sera e grazie Dio è venerdì, ci si dimentica di molti problemi insoluti lasciati in giro per il mondo dal colosso yankee (la guerra del Vietnam viene chiusa con disdoro nel 1975) e, dopo lo scandalo iraniano del 1979, ci si accorge che i figli dei fiori faranno meglio a riciclarsi in Wall Street. L’episodio, in breve: in Iran regna lo Shah di Persia, Reza Pahlavi, monarca di corte sfarzosa e per molti fantoccio degli americani: deposto dalla rivoluzione dell’Ayatollah Khomeini, che sembra ammollato apposta dall’esilio francese, l’imperatore fugge con tutti i suoi dignitari, mentre i nuovi padroni teocratici prendono in ostaggio i dipendenti dell’Ambasciata USA. La vicenda, che si concluderà senza vittime ma con una buona dose di mortificazione per gli statunitensi, viene abilmente sfruttata dalla destra per additare la Weimar mediorientale che ha fatto apparire la grande Aquila come un passerotto dalle ali spezzate e nel 1980 Carter fallisce il secondo mandato: stravince Reagan, perlomeno tra gli storicamente scarsi votanti, risultando sempre alta la percentuale di assenteismo elettorale.

L’eco delle elezioni non si è ancora spento, che uno squilibrato tenta di uccidere il neo-eletto. Si tratta di John Hinckley, il solito psicopatico che vuole attirare l’attenzione di un idolo, in questo caso l’attrice Jodie Foster (ricordiamo che l’omicidio Lennon è di pochi mesi prima). Ma il rude cow-boy dell’Illinois sopravvive brillantemente alle pistolettate e inizia la sua marcia trionfale. Sua davvero?

Come indicato da molte fonti (History Channel – “Uomo di Stato alterato”), Ron non è molto in sé già allora, piuttosto in balia di una cricca affaristica che sovrasta perfino le lobby che ufficialmente di solito affiancano il presidente USA di turno. Vero è, lo testimoniano i filmati, che Reagan perde il filo del discorso in occasioni ufficiali, appare imbambolato e poco presente: infine, secondo molti, è già pesantemente attaccato dal morbo di Alzheimer.

Una foto del 1985. La famiglia Reagan: Michael, il presidente, Cameron, Colleen, la moglie Nancy, Ashley Marie, Ron, Doria , Paul Grilley, Patti Davis.

Una foto del 1985. La famiglia Reagan: Michael, il presidente, Cameron, Colleen, la moglie Nancy, Ashley Marie, Ron, Doria, Paul Grilley, Patti Davis.

La famiglia lo sostiene? La prole di prime nozze si manifesta affidabile e adatta alle pubbliche relazioni, ma i nati da Nancy gli danno patemi da tempo. Ron Jr fa il ballerino. Per chi, come Ronald Senior, ha piroettato solo sulle proprie posizioni in temi sensibili e ora deve ostentare diffidenza verso l’omosessualità, questo è un duro colpo all’immagine, anche se il ragazzo contrarrà poi duraturo matrimonio con una psicologa. Tuttavia è Nancy la più birichina: hippy/chic dichiarata e frequentatrice di rockstar, pare abbia perfino girato un porno soft, oltre a posare senza veli, prima di avviarsi a sua volta a nozze.

Le chiacchiere più feroci, però, riguardano Nancy. Zarina compiaciuta, porta l’extraluxe poco culturale e un po’ cafonal alla Casa Bianca, flirtando con gli amiconi di Hollywood e in particolare con uno, Frank Sinatra. Frank, che da democratico la canzonava, considerandola una scialba arrivista “con le caviglie grosse”, ma ormai repubblicano da un ventennio, osanna la coppia appena insediata nella Casa Bianca e ne diventa grande amico. Lei lo accoglie sempre con espressioni da sollucchero, si abbandona languida tra le sue braccia durante i balli e, in breve, si parla di una storia tra i due, favorita dal rimbambimento di Ronald.

La politica reaganiana, che va a braccetto con quella della signora Thatcher, coeva nel Regno Unito, punta ad azzerare il potere dei sindacati, ad eliminare gli scioperi, a riportare in auge il liberalismo selvaggio da pionieri del West.

Reagan licenziò in tronco i controllori di volo in sciopero e li sostituì con i militari. Fu la fine delle lotte sindacali.

Reagan licenziò in tronco i controllori di volo in sciopero e li sostituì con i militari. Fu la fine delle lotte sindacali.

Intendiamoci, non è che non sia divertente rivedere all’opera un remake di Mezzogiorno di fuoco in salsa da West Wing, la sindrome di John Wayne che torna a gonfiare i petti e le bandiere in ogni casetta con giardino del Kentucky o del Nebraska, ma il nuovo corso ha pure qualche controindicazione.
Per esempio, per qualche ragione al presidente stanno sullo stomaco i controllori di volo, li fa precettare e, in una con la liberalizzazione anche in campo aeronautico, il risultato è un calo dello standard qualitativo: inizia, da allora, una vera ecatombe di voli, l’era dei disastri aerei di cui molto ha parlato il programma “Indagini ad alta quota” (NatGeo SKY).

E’ l’ora dell’orgoglio patrio ritrovato, dei film che inneggiano ai prodotti americani e alle coppie da copertina, accantonando tensioni razziali e frustrazioni da ghetto: la ricchezza ritrovata ripagherà di tutto.

L’apoteosi della first couple si raggiunge all’incontro con i coniugi che arrivano dal freddo, Michail e Raissa Gorbaciov. Il disgelo politico prelude a quello economico, il muro di Berlino ha gli anni contati, e così Reagan diventa il salvatore del mondo.

Lo "stallone italiano" è l'orgoglio ritrovato.

Lo “stallone italiano” è l’orgoglio ritrovato.

Noi ricordiamo vagamente una forte decadenza nel tessuto sociale, la rottura di un patto di solidarietà che, pur attenuato dalla forte competitività insita in quel contesto, pure si andava formando, l’inasprirsi dei rapporti umani a ogni livello, l’ostracismo allo straniero “colto”, fino a demonizzare tutto ciò che americano non era e portatore di ogni umano vizio, dalle scarpe italiane alla cucina francese.

Occorre, negli anni ottanta, mostrarsi nuovamente fieri della propria storia, dei propri eroi, di Buffalo Bill e di McDonalds, quindi il popolo americano, che altro non attende, si lascia andare, finalmente liberato dalle soggezioni verso la cultura europea (per non parlare delle altre, che ha sempre bellamente ignorato) a ogni degenerazione, purché patriottica. Il deflagrare dell’obesità diventa inarrestabile e simbolo del ritorno all’infanzia da American pie, perché crescere è da esistenzialisti decadenti e un popolo che vuole dominare non invecchia, piuttosto muore giovane per ipercolesterolemia.

Ronald Reagan se n’è andato nel 2004, alla rispettabile età di novantatré anni, ma da tempo inconsapevole di quanto lo circondava. Non si conoscono pertanto le sue opinioni su quanto accaduto dopo: al suo debole vice subentrato per soli quattro anni, George Bush Senior, che inaugura l’era del nuovo espansionismo e riattacca con una Little Big Horn post moderna in Medio Oriente e Asia centrale, dove si vince forse un round ma si perde la guerra delle speranze; all’allegro, distratto sessuomane Clinton che consegna il paese ad un bel broglio elettorale e a Dabliù, a quattro aerei assassini, nuove guerre generatrici di odio, fino a un presidente un po’ africano e un po’ hawaiano figlio di una mamma “…incosciente realista, una sognatrice pragmatica, una brava ragazzina della Grande Prateria sedotta dall’inquietudine del mondo oltre gli orizzonti infiniti del Kansas e i campi di pannocchie tra le quali era nata…una donna scandalosa che ha prodotto lo scandalo politico con il quale ancora oggi non tutta l’America si è davvero riconciliata… Il primo capo dello Stato meticcio, bianco e nero, afro e anglo, nella storia degli Stati Uniti” (Vittorio Zucconi, La Repubblica).

E, aggiungiamo noi, un uomo in fondo così poco americano, amato solo da chi odia i razzisti e ha visto in lui una rivalsa simbolica: ben poco egli può fare per un vero cambiamento.

Nel frattempo ci hanno informatizzato e meccanizzato ogni funzione possibile, gli USA sono sempre lontani e mitici, ma anche così vicini, a portata di click, di app, di social… c’è così poco da rimpiangere di Ron, se non forse quel sorriso sbilenco da vecchio ragazzino dell’Illinois.

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