Vorrei esser un uomo perchè… ma ti prego, smetti di dirmi che…

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Qualcuno ha scritto che gli uomini sono come una lavatrice monoprogramma, con un unico tasto, mentre le donne possono avere 999 alternative. In realtà non lo so, non mi sento così complessa, diciamo che mi piacerebbe garantire 999 sfumature di femminilità. Ma credo di avere poche funzioni, che danno risultati diversi se abbinate a programmi differenti. Talvolta sembrano impossibili da conciliare e quindi mi fan desiderare di essere mono-tasto e mono-funzione. A prescindere dal fatto di essere donna o uomo.
Chissà, forse, segretamente ogni donna, non importa età e stato civile, ha pensato almeno una volta: “Come vorrei essere un uomo”. Anche solo per non dover fare la fila alla toilette in Autogrill o evitare una ceretta indispensabile per mostrarsi in costume. Per molte l’idea di appartenere all’altro sesso è un abominio. Per me, invece è stato spesso un desiderio: essere un uomo ha assunto il significato di fare prima a far le cose, senza perdersi nei dettagli inutili, semplificare. Talvolta fregarsene, senza cercare di accontentare tutti, come io donna, moglie, mamma, non sono in grado di fare.

Spesso mi sono chiesta che cosa provi un uomo ad essere un uomo.
Una domanda che rimane senza risposta, non tanto per il mistero maschile, che non penso ci sia in tutti, (come del resto non tutte le donne possiedono il mistero femminile) quanto per la prevedibilità delle loro risposte a certi stimoli. Anche in occasione dei diversi scandali sessuali il mio pensiero è sempre stato il seguente: “Cacchio, sei il Presidente degli Stati Uniti, sei il Presidente del Consiglio e l’uomo più ricco d’Italia e sei incapace di capire che potresti perdere tutto perché offuscato dal miraggio di un rapporto di sesso orale con una stagista o sragioni per un paio di tette di una rubacuori marocchina e minorenne. E capita spesso anche a uomini non noti, meno potenti, con diversa estrazione sociale, ignoranti o colti, intelligenti o superficiali, sinceramente convinti di amare la propria compagna. Eppure incapaci di registrare il fatto che possono mandare tutto in malora in un momento, per essersi fatti incantare da un bel fondoschiena. E quanto si stupiscono che tu non riesca ad accettare la cosa. Ma non è questa l’attitudine maschile che vorrei avere.

L’Undici è scritto e letto da molte donne, diverse per età, relazioni, gusti. Ognuna apprezza certamente gli uomini per motivi diversi e ritiene fastidiose abitudini differenti. Ho pensato di raccogliere un po’ di punti di vista sul perché ognuna di noi potrebbe desiderare di essere un uomo e cosa da un uomo non vorrebbe più sentirsi dire.
Perché alla fine, tutte concordiamo almeno su una cosa: che non potremmo fare a meno degli uomini nella nostra vita.

Marinda, 1965, sposata da 22 anni

Vorrei essere un uomo per dare il giusto peso alle cose. E per non avere stress da faccende domestiche.
A volte avere un’attenzione spasmodica al detto-non detto, il porre l’accento sulla propria interiorità per le donne in generale, e quindi anche per me, fa perdere di vista il quadro d’insieme. E crea panico. E questo è un atteggiamento molto femminile. La presenza maschile in certe situazioni da sicurezza, tranquillità e un senso di immediatezza nella soluzione dei problemi. Di fronte a situazioni complicate, l’uomo semplifica. E questo mi piace e mi fa sentire bene. Ma non sento la mancanza di queste caratteristiche di fronte alle difficoltà vere. Nel momento dell’impegno la donna sa essere forte e le differenze di genere si fanno meno sostanziali.
Desidererei essere un vero uomo quando si tratta di affrontare quelle faccende di routine che ti uccidono più che le imprese dure e titaniche importanti. Perché le faccende domestiche, per quanto tempo e impegno tu ci metta, non danno mai un risultato soddisfacente definitivo. Le stesse cose si ripetono tutti i giorni. Per questo vorrei essere un uomo per non sentire il senso del dovere verso i lavori di casa e le attività pratiche della famiglia. Tutti gli uomini che ho conosciuto, da quelli più cooperanti a quelli che rifiutano qualsiasi genere di incombenza, han sempre ritenuto che tenere in ordine e pulita casa fosse un’attività per niente indispensabile.
Perché farlo se non hai tempo, voglia o se c’è di meglio da fare? Ci si può pensare poi, forse, chissà.
Mai si farebbero venire lo stress e le angosce per non esser riusciti a fare il cambio degli armadi o a togliere la polvere dietro i mobiletti del bagno. Perché sentirsi stanche, depresse e inadeguate per queste cose? Ecco vorrei essere così, indifferente alle faccende domestiche come solo un uomo sa essere.

Non vorrei più sentirmi dire: “Dov’è? Dove l’hai messo?”
Sempre parlando di banalità della vita quotidiana, la questione che più mi irrita è la richiesta d’aiuto per trovare le cose.
In realtà ho già i miei bei problemi a ricordare dove ho messo io le mie chiavi, il mio telefono o i miei occhiali. Per questo non vorrei mai sentire queste domande: “Dov’è quella cosa? Dove hai messo quell’altra?”
Le risposte a queste domande sono in genere due e il tono può essere più o meno ironico, a seconda del numero delle volte in cui si è state costrette a rispondere. E in genere il sarcasmo non è apprezzato.
La risposta 1, la più probabile, è “Nel suo solito posto.” Solo che spesso quel posto non risulta poi così “solito” nonostante tutto.
Possibile che ancora dopo anni in cui le magliette pulite sono sempre nello stesso cassetto, le scarpe nel portascarpe, le medicine nel ripiano più alto del mobiletto del bagno e i documenti nel cassetto dell’ingresso, un uomo non li trovi?
Capita anche a mio padre, dopo 52 anni di vita coniugale nella stessa casa.
Per cui la risposta 2, segue spontanea. “Se avessi messo a posto tu quello che cerchi, sapresti dove trovarlo.” E il messaggio sottinteso è doppio: “Non mi hai aiutato a riordinare”, o “Chissà dove lo hai appoggiato o messo”, quindi solo tu lo puoi sapere.

Carmen, 1957, sposata, separata, risposata.

Sono nata nel 1957.Mi sono sposata una prima volta nel 1983 con un italiano di poco maggiore d’età, divorzio nel 2001; poi mi sono risposata con un senegalese oggi cinquantenne, nel 2003. Non ho figli. I mariti: nessuno dei due ha mai avuto voglia di aiutarmi a piegare le lenzuola. Io credo che in questo ci sia tutto. Non sono come noi. Ma siccome esistono unioni felici, penso di addebitarmi le responsabilità per ciò che non funziona.

Vorrei essere un uomo per farmi meno problemi.
Vorrei che fossero come me e non può essere. Vorrei essere come loro perché si fanno meno problemi.
Forse perché non c’è più, rivaluto qualcosa del mio primo coniuge: alla fine, ho scoperto che di quello che dicevo teneva gran conto, ma allora non lo sapevo. L’attuale, ha il pregio di lasciarmi libera, e alla fine la libertà ha un suo gran valore, nonostante l’alto prezzo.

Non vorrei mai sentirmi dire, dagli uomini in generale, cose che implichino l’insegnarmi a vivere.
Non vorrei sentirmi dire cose che implichino l’insegnarmi a vivere, quando non ne vedo alcuna autorità, sia detto sugli uomini in generale: loro hanno in mente un mondo dove si vince, non dove si vive.

Makita, 36 anni, convivo da quasi due anni.

Vorrei essere un uomo per vedere cose in noi donne che noi stesse a volte non vediamo. E molto altro.
Vorrei essere uomo per vedere in noi donne quello che a volte (spesso) noi stesse non riusciamo vedere. Vorrei essere un uomo per sentirmi chiamare “papà”… Che se è vero che la mamma è sempre la mamma… L’amore a volte silenzioso, a volte urlato x i papà è qualcosa di molto simile al ruolo delle fondamenta per una casa. Degli uomini non vorrei avere mai quel senso di potere/arroganza che a volte s’intravede, più o meno chiaro, nei loro occhi.
Non vorrei mai avere la loro forza fisica (tranne che per portare 4 buste di spesa e una cassa d’acqua contemporaneamente) perché il rischio di usarla in malo modo esiste.
Vorrei essere come gli uomini “importanti” che ho incontrato nella mia vita… Generosi e sensibili.

Da un uomo, non vorrei mai sentirmi dire addio.
Riferito ad uomini della vita: “Addio”. Io detesto le porte chiuse. Che non puoi più aprire… Gli altri possono dire quello che vogliono … Mi difendo.

Tamara, 1990, fidanzata da 4 anni.

Vorrei essere un uomo per non dover giustificare la mia presenza in un bar gremito pur non essendo accompagnata.
C’è stato un momento, in quella fase adolescenziale tra i 13 e i 17 anni, in cui avrei voluto essere un ragazzo, solo per vedere se il “controllo genitori” sarebbe stato lo stesso, o se sarebbe stato più leggero e meno oppressivo. Ora come ora non ci sarebbe un “serio” motivo per cui vorrei essere un uomo, anche se mi piacerebbe esserlo per non sentirmi dire “Ma il tuo ragazzo sa che sei al bar da sola con gli amici?”.
Trovo strano il fatto che una donna debba ancora dover giustificare l’essere in compagnia senza una figura maschile di riferimento. Una compagnia prettamente femminile è accettabile ma una compagnia mista no? Come se la sola presenza di un altro maschio possa definirlo automaticamente “Maschio Alfa” del branco. Una piccola precisazione per tutte quelle persone che la pensano così: un uomo e 3 donne al bar non fa di lui il capo branco, anzi. C’è anche il rischio che sia la vittima e che i soggetti Alfa siano le donne.

Non vorrei più sentirmi dire da un uomo: “Sei sicura di andarci da sola? Ti accompagno io!”
La fatidica frase “Sei sicura di saperci arrivare? Non è meglio che ti accompagni io? Anzi ti porto io che facciamo prima.”, riferito all’andare da qualche parte in macchina. Miei cari signori. Comprendo che il cliché sia “Donna al volante pericolo ambulante” ma non vale per tutte. Come molti uomini si offendono feriti nell’orgoglio se una donna chiede “Riesci a cucinarti almeno una bistecca o conti di far andare a fuoco la casa?”, anche una donna si offende. La macchina non è una prerogativa maschile, ci sono anche donne che hanno un buon senso dell’orientamento e donne che lo allenano anche controvoglia pur di riuscirci. In più, in casi eccezionali e molto pratici, hanno inventato un magnifico strumento chiamato “navigatore” o “Tom Tom”. Io come donna lo adoro! Posso dirgli dove voglio andare senza vedere occhiatacce oblique, espressioni facciali da Oscar e scrollate di testa sconsolate e dubbiose. Lui mi dice dove sono, mi dice dove devo arrivare e mi indica la strada senza alterarsi e senza mettere in dubbio, AD OGNI CURVA, la mia abilità nella guida. Il tempo degli uomini viaggiatori e scopritori è finito, non dobbiamo andare ad intuito e orientarci con il sole e il muschio. Punto A. Punto B. “Siete arrivati a destinazione!”.

Teresa, classe 1989, fidanzata da quasi 6 anni con l’uomo che vuole sposare.

Non vorrei essere un uomo: troppo semplice! Però da loro si impara tanto!
Non ho mai desiderato, neanche per un istante, di appartenere all’altro sesso, ciò non toglie che noi donne dagli uomini abbiamo tanto da imparare e certamente nulla da invidiare. Cosa amo della stirpe d’Adamo? Sicuramente quell’eterno Peter Pan che custodiscono dentro e l’amore che sanno darti, il loro donarsi senza ripensamenti quando trovano la persona giusta e quel senso di paternità che coltivano lentamente, ma una volta maturato sa essere forte quanto quello materno, forse anche qualche linea in più! Amo la loro ingenuità, la voglia di arrangiarsi e lo sforzo che fanno per capire il nostro mondo rosa e complesso. Adoro rifugiarmi nelle fiabe che creano per farci sentire bambine!

Cosa non vorrei mai sentirmi dire? Banalità e luoghi comuni. Le donne non sono tutte uguali!
Odio gli uomini che tendono a generalizzare, come se le donne fossero tutte uguali! Ma soprattutto odio chi ci reputa unicamente casalinghe, mogli, madri, amanti, considerandoci deboli o incapaci di eseguire mansioni che, causa il sistema socio-culturale, sono state spesso e volentieri declinate al genere maschile. Concludendo, se c’è una cosa che odio ancor di più, sono le donne che non sanno difendere la propria identità e dare forza ad altre donne.

Alessandra, 1978, convivo da un mese…

Vorrei essere anzi avrei sempre voluto essere un uomo perché ho sempre creduto che solo così sarei stata “salva”.
Per una che ha impiegato molti anni della sua esistenza a dare forma e senso a un femminile che fosse suo e che non fosse la meccanica e distorta riproduzione delle donne “patriarcali”, care a un certo tipo di sud non esattamente sano, è dura esprimere un’idea in merito a ciò che vorrebbe possedere dell’identità maschile, è una sorta di ritorno al passato, nel tentativo di recuperare ciò che di maschile ha sempre trovato invidiabile.
Cresciuta, dopo nevrotica rinnegazione del femminile di cui sopra, nell’adorazione del maschile, al fianco di un padre forte e sicuro e nel vano tentativo di emulazione di un fratello apollineo, solo molto più tardi riportato a modesta umanità, ho sempre creduto che solo se fossi stata un uomo mi sarei “salvata”.
Oggi, fortunatamente, sto abbastanza felicemente dall’altra parte e dell’uomo ammiro quella scarna e lineare forma di ragionamento che va all’essenza senza orpello alcuno.
Diciamolo pure, vorrei essere un uomo per non naufragare nelle mie complicate paranoie.

Non vorrei sentirmi dire che sono troppo meticolosa e attenta. Forse perché è vero.
Non vorrei sentirmi dire che sono troppo meticolosa, troppo attenta, che pretendo troppo da me e dagli altri, che ho sempre tutto sotto controllo.
Non vorrei sentirmelo dire, semplicemente perché è vero.

Eleanor, 1994, ha una relazione complicata con le relazioni a lungo termine.

Ultimamente ho letto di alcuni studi condotti da importanti università inglesi, sulle differenze tra uomo e donna in ambito lavorativo, in particolare sulle diverse modalità di affrontare le opportunità e le difficoltà presenti lungo la propria carriera, e devo dire che mi sono imbattuta in interessanti conclusioni. In alcuni casi ho avuto la conferma di alcune teorie che, senza alcuna pretesa scientifica, avevo supposto; in altri invece ho fatto scoperte non indifferenti. 
Anzitutto, sappiate che la donna tendenzialmente è soggetta alla “sindrome dell’impostore”, un fenomeno psicologico per cui donne di successo sono convinte di “non essere molto intelligenti ma di essere riuscite solo ad ingannare chi lo crede”. Parliamo quindi di donne di un certo spessore come Clara Shih, che nel 2010 ha fondato Hearsay Social, una popolare piattaforma per la gestione dei Social Network, che a 29 anni è entrata nel consiglio d’amministrazione di Starbucks e che tuttora è una delle poche amministratrici delegate della Silicon Valley; o di Sheryl Sandberg, la direttrice operativa di Facebook. Le loro posizioni porterebbero far pensare che siano persone sicure di sé e forse anche spietate, ma le loro dichiarazioni lasciano credere il contrario. Clara si ritiene “un’impostora”, anche se si è laureata con la media più alta del suo corso di informatica, mentre Sheryl certe mattine si crede un’imbrogliona chiedendosi se il posto che ricopre le spetti veramente. 
Dall’altra parte, invece, i test attitudinali e le interviste mostrano come gli uomini sovrastimino costantemente le proprie capacità e che tra le aspettative di riuscita (a seguito di un esame ad esempio) di una donna e quelle dell’uomo intercorra sempre un buon 20%.


Vorrei essere un uomo per fermarmi di fronte agli ostacoli.
A questo punto posso dire che vorrei essere uomo per non fermarmi di fronte agli ostacoli, per avere la sicurezza di dire “chi non mi vorrebbe?” Spesso per motivi futili il gentil sesso crea sovrastrutture insensate che fungono da deterrente per tutti gli scenari possibili, desiderati. Arriva al punto di non provare neanche a fare qualcosa di nuovo perché sente con certezza di non esserci portata. Personalmente non vorrei compiere il sacrificio del “rinunciare” solo per pensieri infondati, anche perché a livello intellettivo non abbiamo assolutamente nulla da invidiare al sesso maschile, ed è la scienza a dirlo.

Non dice cosa non vorrebbe sentirsi dire da uomo.

Daria, classe 1958, due matrimoni, ora impegnata.

Quando Marinda mi ha chiesto di scrivere qualcosa per questo pezzo sono rimasta a lungo a riflettere. Cosa mi piacerebbe avere che non ho e che invece l’uomo ha. Francamente sono sempre stata felice di essere una donna. Orgogliosa di esserlo. Senza nulla togliere a loro, i maschi, credo che noi donne abbiamo qualcosa di straordinario che nessun uomo potrà mai avere. Portiamo in noi la vita. E poi siamo capaci di adattarci molto meglio alle intemperie dell’esistenza, sappiamo essere più duttili, siamo specialiste nel ricominciare quando qualcosa non va per il verso giusto, abbiamo innata la capacità di vedere il mondo con occhi romantici e sognatori ma, quando serve, tiriamo fuori gli artigli per difendere il nostro territorio, la nostra famiglia e ciò che amiamo. Possiamo stare da sole ed essere ugualmente equilibrate e felici, siamo intuitive, ironiche e coraggiose pur conservando quella fragilità che è garanzia di sensibilità. Tiriamo su i nostri figli senza mai fare un passo indietro e inventiamo il nostro futuro con la creatività che ci contraddistingue. Cadiamo e ci rialziamo mille volte pronte per nuove sfide. Sappiamo dimenticare ciò che ci ha ferite senza dimenticare la lezione, perdoniamo quando possiamo intravvedere il limite dell’altro, diamo un’altra possibilità perchè siamo forti e abbiamo sempre un asso nella manica.

Non vorrei essere un uomo oggi, ma da bambina c’è stato un momento in cui l’avrei fortemente desiderato …
Dunque, perchè invidiare gli uomini? Ma dopo averci pensato su a lungo sono riemersi dalla mia mente dei ricordi di quand’ero bambina. Le domeniche si andava in giro con i genitori, gli zii e i cuginetti e quando il viaggio era lungo ci si fermava per fare la pipì. Autogrill se la dovevamo fare noi bambine, nei cessi spesso sporchi e puzzolenti. Se invece la dovevano fare i maschietti si fermava l’automobile ai margini della strada e oplà, loro scendevano e, dando le spalle alla macchina in sosta, armeggiavano un po’ sul davanti per finire con tre/quattro piccoli sussulti che scuotevano tutto il corpo. Fatto! Io osservavo da dentro, in silenzio e con la fronte appiccicata al vetro del finestrino, ammaliata da quest’operazione portata a termine in tempi brevissimi, in piedi, e con alla fine questa sorta di danza. Si, lo ammetto, allora ho desiderato di essere un maschio. Avrei tanto voluto averlo anch’io, il coso, non foss’altro che per evitare di dovermi sempre accucciare con le mutande calate fino alle caviglie e per poi ritirarmele su quasi mai asciutte o per evitare di frequentare i bagni luridi trovati lungo la strada e dover fare le acrobazie per non toccare con il retro delle coscie le tavolette sempre punteggiate di goccioline gialle appartenenti a chi era appena uscito. Decisi allora, avrò avuto forse sei anni, che potevo farcela anch’io. Durante un picnic mi appartai per fare pipì. Scelsi con cura un albero per questo battesimo del fuoco. Con le mani scostai le mutande, in basso, e cercai di protendere la pelle verso il tronco. E la feci. E’ stata dura capire che per tutta la vita dovrò adattarmi a farla da seduta o accucciata. Me ne tornai con le scarpe da ginnastica tutte bagnate ma evitai accuratamente di avvicinarmi troppo al gruppo finchè non si fossero asciugate. Fu solo molti anni dopo, leggendo un articolo su di un giornale, che compresi veramente a fondo il significato dell’invidia penis.

Cosa non vorrei sentirmi dire da un uomo?
Non ho più voglia di raccomandazioni sul mio comportamento.
Grazie a Dio, oggi, riesco ad interagire sufficientemente bene per annullare gli effetti nefasti di alcuni standard tipicamente maschili ma ne ho sentite davvero tante che, in passato, hanno avuto il loro peso:
“Ma davvero ti interessa?
- Non capisco cosa ci trovi di speciale in quella tua amica
- Come fai ad essere stanca se non hai fatto niente?
- Questo si fa così
- Questa cosa non ti serve
- Te l’avevo detto
- Mi raccomando…”
L’ultima è davvero la più fastidiosa. Detta così, tra le righe, senza specifiche, porta latente un messaggio di sfiducia mista a stupore per ciò che comunque, alla fine riesci a fare. Il senso è stai attenta, non fare cazzate, potresti fare qualche errore ma soprattutto comportati bene…

Marta, 35 anni, convivente da sei mesi.

Quello di essere un uomo è un desiderio che ho avuto fin dall’infanzia, complici l’ostilità familiare verso lo stereotipo della donna fatua e la sensazione che la vita al maschile fosse più semplice. Nel tempo ho fatto pace con la femminilità, terreno su cui germoglia l’unicità di ogni donna.

Vorrei essere un uomo per la sfrontatezza, la sicurezza, la capacità di staccare, ma soprattutto per non dover scegliere fra famiglia e carriera.
Oggi vorrei essere un uomo per essere più sfrontata e sicura di me. Gli uomini, più delle donne, accettano le sfide anche quando non sono pienamente preparati, le affrontano con leggerezza, dimenticano rapidamente i fallimenti, convinti come sono del proprio valore personale.
Vorrei essere un uomo per avere la capacità di fermarmi. Più volte ho visto uomini rientrare alla sera, mettersi comodi e leggere la propria rivista preferita oppure fare ciò che più li rilassa. Lo stesso non avviene alle donne, che appena messo piede in casa si guardano intorno e fanno la lista mentale delle cose da fare. Lo spazio per sé arriva dopo la cena, dopo il bucato, dopo lo stiro… cioè quasi mai, se non si mettono d’impegno.
Vorrei essere un uomo per non dover pensare a un lavoro appagante e a una famiglia come alternative mutuamente esclusive. L’Italia è ancora un paese che vuole le donne mamme e casalinghe (o al più insegnanti o impiegate part-time). Non sempre le competenze, le doti personali e l’impegno individuale sono sufficienti perché una donna possa crescere professionalmente. Per poter vivere entrambi gli aspetti pienamente e serenamente, a volte sembra proprio necessario essere un uomo.

Cosa non vorrei sentirmi dire? Tutto ciò che tradisce un senso di superiorità, un fare due pesi e due misure.
Non posso accettare gli uomini che da un lato pongono i propri interessi individuali come imprescindibile priorità e dall’altro pretendono che la propria compagna si adegui, anche a costo di rinunciare ai propri. Chi non riconosce a chi gli sta accanto gli stessi diritti che pretende per sé concepisce il partner non come una persona ma come un puro riflesso narcisistico.

Francesca, 1986, expat convivente.

Vorrei essere un uomo. Senza se e senza ma.
Io avrei sempre voluto essere un uomo, senza se, senza ma. Avete presente in “Tutto accadde un venerdì” quel film dove per un giorno madre e figlia si scambiano le identità? Ecco, a me piacerebbe farlo con il corpo di un uomo. È un desiderio che nasce dal mio senso di curiosità e sperimentazione. Mi piacerebbe essere un uomo innanzitutto a livello fisico, perché la fisicità è la base della nostra totale differenza.
Mi piacerebbe essere un uomo per non portare rancore e per la semplicità di vedere certe situazioni. Mi piacerebbe essere un uomo nel lavoro, perché ancora oggi, che siamo nel 2014, essere maschio è molto più facile che essere donna. Mi piacerebbe essere uomo per non avere “quei giorni del mese”, per permettermi di essere selvaggia, tanto va bene lo stesso.
Mi piacerebbe essere uomo per il senso di individualità che solo l’uomo possiede.
Ma soprattutto quel tipo d’uomo, che ormai è in via di estinzione. Non mi riferisco di certo a quelli fissati con la cura del corpo, le cremine, le lampade e l’estetista, quelli che fanno fatica a chiederti scusa se ti urtano. Sto parlando di quel genere maschile “attento” (sempre in eccezione relativa), che lascia la donna fare la donna, sapendola valorizzare e capire.
Mi piace l’idea di uomo come “porto sicuro”, come punto fermo in cui ci sente salvi.
Mi scuso con le femministe – se ne esistono ancora – che mi stanno leggendo. Vorrei solo aggiungere che nonostante i miei desideri, proteggo sempre la mia femminilità e cerco sempre di aver voce in capitolo anche in una stanza piena di uomini.
Che poi, il testosterone a volte è molto più donna che uomo.

Francesca non ci dice cosa non vorrebbe mai sentirsi dire. (Conoscendola, forse perché è in grado di rispondere a tono ad ogni questione).

Sandras, aspirante 40enne, all’esordio di una nuova relazione.

Ah, gli uomini… Croce e delizia.
Quante volte in modo superficiale ho pensato “Ecco, ora se fossi un uomo…”, ma fermandomi a riflettere, andando un pochino più a fondo, mi sono resa conto che in effetti preferisco di gran lunga essere donna. Credo che sia un privilegio che spesso sfugge alla consapevolezza.
Eppure, apparentemente, essere uomo ha molti vantaggi: hanno un corpo che richiede meno “manutenzione”, non devono chiedere agli amici se hanno un assorbente da prestargli, in genere sono meno schizzinosi, riescono a fare cose tipo cambiare la ruota dell’auto senza fare sforzi sovrumani, etc. etc. Potrei andare avanti con un bel po’ di esempi.

Vorrei essere un uomo per il maggior rispetto di cui godono.
Se devo pensare davvero ciò che invidio loro di più, credo che sia il maggior rispetto di cui godono. Mi sono resa conto che, per il fatto di essere una donna, capita di non essere trattata alla pari, che le mie idee o ciò che ho da dire dire sia considerato meno utile, di serie B, meno affidabile. E questo francamente mi irrita e mi umilia. Probabilmente è un fatto culturale, derivante dall’avvento del patriarcato, in cui è l’uomo che detiene il potere, prende le decisioni, e alla donna è riservato un posto laterale, di “aggiustamento”, di rifinitura.
Ma vabhe, pazienza, tutto sommato preferisco sempre la mia natura femminile, più sensibile, accogliente, conciliante; e quando capitano fatti del genere, provo a sorriderci su, pensando a cosa si perdono a sentire una sola campana, magari pure stonata

Cosa non vorrei mai sentirmi dire? Nessuna bugia.
Su cosa non vorrei (mai più) sentirmi dire da un uomo, beh, avevo scritto un decalogo, anzi un endecalogo sulle frasi infelici che mi è toccato sentire ai primi appuntamenti, ma sul podio di ciò che più mi da fastidio, resta sempre la bugia, o la mezza verità. Purtroppo non sono abbastanza stupida da bermi le falsità, riconosco quasi sempre quando un uomo mi sta mentendo. Preferisco di gran lunga sentirmi dire qualcosa che può farmi arrabbiare o soffrire piuttosto che sentirmi presa in giro; è una mancanza di rispetto nei miei confronti pensare che non sia in grado di affrontare la verità, sono abbastanza forte per farci i conti. Ma d’altra parte non credo che le bugie vengano dette per “proteggermi in quanto donna e quindi fragile”, ma piuttosto per le loro paure o per il loro non saper prendersi la responsabilità delle proprie azioni, o per avere meno problemi.
Le relazioni umane sono complesse, lo sappiamo, e quelle tra uomo e donna ancor di più, ma continuo testardamente ad aver fiducia nella possibilità che si possano trovare canali di comunicazione che rendano questa impresa un po’ meno ardua, sia per noi, che per gli uomini, che hanno, anche loro, le loro belle gatte da pelare.

Anna Rita, classe 1965, divorziata, ex convivente, ex fidanzata, contraddittoria zitella naturale.

Mai sofferto di “invidia penis”, ma l’“invidia scivolatae” mi accompagna da quando ho memoria di me stessa. Insieme all’“invidia contrasti”, all’“invidia cross” e all’“invidia goal”.

Perché io non volevo essere un uomo, io volevo essere un calciatore.
E bravo. Volevo entrare nel campetto di fianco alla chiesa col pallone sotto il braccio, star lì a fare le squadre e poi solo giocare a pallone, fino al buio, col maglione bagnato di sudore e i pantaloni sporcati d’erba. Volevo fare allenamento, mettermi la divisa per la partita del sabato pomeriggio, e imbroccare il passaggio buono, e magari segnare, e alzare le braccia al cielo, perduta nella mia felicità. Volevo passare le selezioni, entrare in una squadra giovanile decente, e poi un giorno giocare, in uno stadio vero, uno di quelli col nome famoso, San Siro, l’Olimpico. Di tutte le bellezze del mondo, subito dopo il riflesso della luce sul mare al mattino, vicino casa, e poco dopo il buio illuminato di un cinema, la bellezza del calcio è stata la prima a rapirmi. Enorme e a me – bambina della provincia italiana dei primi anni Settanta – preclusa. Oddio: fossi stata brava davvero, magari ci avrei provato di più, a giocare coi maschi, e fossi stata un fenomeno, qualcuno se ne sarebbe accorto e magari… No, era impossibile, anche se nessuno me l’aveva detto, l’avevo capito da me; e il mio desiderio lo tenevo per me.
Con gli anni sono venute la sorellanza, la scoperta della profondità e versatilità e complessità femminili; bellissime tutte, inestimabili e prodigiose. No, non le darei in cambio della magnifica leggerezza maschile, della maggiore libertà nel mondo che hanno i maschi, della loro sicurezza; mi va bene (non tutti i giorni, certo) fare esattamente tutto quello che fanno loro, ma “all’indietro e sui tacchi” (cit. Ginger Rogers) per vedermi riconosciuta la metà dei meriti, preferisco comunque avere la patata e confrontarmici. No, non rinuncerei mai alla mia faticosa e preziosa donnosità per essere un uomo.
Ma non tentatemi con l’offerta di una galoppata palla al piede verso la porta, con una botta vincente da fuori area che imbambola il portiere e incanta lo stadio: non saprei resistere.

Cosa non vorrei sentirmi dire da un uomo?
La prima volta che mi sono sentita chiedere “Dove sono le mie magliette pulite?”, ho pensato che nessuno l’avrebbe mai chiesto a Paolo Maldini, e mi sono resa conto che sono le domande di orientamento sulla collocazione degli indumenti a fare la vera differenza di genere.
E ho agito in modo da non sentirne più.

Cosa avrà voluto dire?

Cosa avrà voluto dire?

Annamaria, classe 77 , ora in ferie.

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Annamaria

    “Cosa avrà voluto dire”? Ah ah ah!
    In realtà niente che potesse essere una risposta alle domande in questione, mi pare anche che centri poco con il tema.
    E’ un’immagine che mi è passata sotto gli occhi casualmente, mi ha fatto sorridere perchè ironizza su un “difetto” spesso femminile: quello di immaginare un mondo perfetto, dove tutto funziona come abbiamo previsto e nella direzione del “e vissero tutti felici e contenti”.
    Sarà colpa della Disney?

    Rispondi
  2. una lei

    Sai quando? Quando ero interessata a un uomo e desideravo la sua amicizia senza fraintendimenti. Quando l’attrazione mi creava imbarazzo, sensi di colpa, e mi precludeva la strada ad una comunicazione fluida, libera. Quando invidiavo l’amicizia tra uomoni.
    Per il resto, sono ben felice di far parte del mondo complesso, sensibile, generoso e quant’altro, che è tutto femminile.

    Rispondi

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