“Verrà la morte…” E sarà poesia

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Il poeta dovrebbe avere una visione romantica anche delle tematiche tragiche, e forse potrebbe aiutarci ad accettare le realtà più dolorose della vita. Così come l’eros, anche la morte è uno dei temi privilegiati dalla poesia e dalla letteratura in generale, inserita in un sistema complesso, che la investe di simboli e di valori etici.La coscienza collettiva carica questa tematica di molteplici significati, derivati da una cultura che fatica ad elencarli tutti. Di base vi è sempre un dualismo su cui verte una sinergia d’intenti. Thanatos è nella mitologia greca il dio della morte, rappresentato come un vecchio barbuto e alato, oppure avvolto da un mantello nero. Viene sempre citato accanto ad Eros, il dio dell’amore, colui che crea la vita. Thanatos invece la distrugge. Sono due poli di un meccanismo che regola l’esistenza, identificati da Freud nel “principio di morte” e “principio di piacere”.

Cesare Pavese

Cesare Pavese

In poesia però, i significati si possono anche ribaltare. Come poter identificare una poesia che, su tutte, esprima questo concetto, di amore che si unisce alla morte? Dopo qualche riflessione, la scelta ricade su “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi” di Cesare Pavese (1908- 1950), lo scrittore, poeta e saggista di origini piemontesi, che più di altri ha avvertito la contraddizione fra letteratura e impegno politico, fra esistenza individuale e storia collettiva.
L’autore che ha intrapreso una tormentata analisi di sé stesso e dei rapporti con gli altri e una ininterrotta lotta per costruirsi come uomo e come scrittore. Incredibile quanto la morte possa essere musicale, in questa poesia.

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.
Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.  (22 marzo ’50)

La lirica appartiene alla raccolta pubblicata postuma dall’editore Giulio Einaudi nel 1951, comprendente dieci poesie, otto in lingua italiana e due in inglese, ritrovate in maniera fortuita tra le carte di Pavese dopo la sua morte. Sono liriche d’amore, permeate da uno struggente sentimento nostalgico, che presentano uno stile insolito per l’autore, dedicate all’attrice americana Constance Dowling, il suo ultimo amore, conosciuta alla fine del 1949. La donna non ricambiava il suo sentimento e lo aveva abbandonato lasciandolo in uno stato di completo sconforto, a cui seguirà il suicidio.

La poesia è divisa in due strofe libere di novenari. Il poeta esprime qui la propria pessimistica concezione dell’esistenza e trasforma l’immagine dell’amata nel gelido spettro della morte. In Pavese la donna viene leopardianamente confusa con la speranza: è vita ma anche immagine ossessiva di distruzione e di morte. Per una coincidenza di opposti, i suoi occhi sono allo stesso tempo vita ma anche nulla di fronte ad una morte ineluttabile. La seconda strofa riprende i temi della prima, ma li proietta in una meditazione universale: per tutti la morte ha uno sguardo. L’immagine conclusiva, “Scenderemo nel gorgo muti”, suggerisce sia il vuoto, il nulla che ci attende, sia l’incomunicabilità di questa esperienza, l’inutilità delle parole e il fallimento di ogni rapporto comunicativo che la morte contiene.

La morte è un’esperienza misteriosa cha va vissuta in solitaria. E questa è un’amara realtà. Però, fin dai tempi della scuola, leggendo questa poesia, cercavo di dimenticare chi l’avesse scritta, e il suo desiderio ormai palese di togliersi la vita. Spogliavo i versi di tutti quei significati negativi che potevano avere, e mi affidavo alla musicalità delle strofe. Ritrovavo in esse quel romanticismo di cui sono dotati i poeti, citato all’inizio. E niente mi pareva più bello che, nel momento del trapasso, una persona amata venisse a confortare. Un’interpretazione prettamente personale, ma la poesia è anche questo. Fa sognare e credere che anche le cose più brutte possano essere meno penose.

A tutte le persone innamorate sarà capitato, almeno una volta nella vita, di pensare: “Arriverà la morte però avrà i tuoi occhi”.

 

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4 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    È duro a scendere su di me il sonno stanotte. Ho lavorato troppo per lustrare la casa per i giorni delle feste vicine. Ho ricontrollato i pacchetti, i bigliettini augurali. Ho preparato abbondante ragù per il pasticcio da congelare e per le paste al salto pronte da servire, le verdure cotte e gratinate, delicate, da conservare nel congelatore pronte per accoglienze diverse. Ho cotto ed affettato gli arrosti arrotolati, l’ abbondante spezzatino e ho sistemato le carni nel congelatore. Parimenti ho fatto con le patate lessate per congelarle affinché siano pronte all’ infornata che le arrostirà nel forno al momento opportuno. Ho preparato al fresco i vini bianchi e quelli rossi lucidandone le belle bottiglie. Ho preparato le belle tovaglie delle occasioni, ho lucidato i calici. Ho ordinato nella pasticceria vicina i tiramisù, le sacher, i tronchetti di natale. Ci sono i piccoli da coccolare. E i grandi da sospingere avanti. Ci sono i posti lasciati che trafiggono l’ anima. Mi sforzo di sostituirli col calore degli addobbi che rendono la grande sala e il suo salotto uno sfavillìo di rosso, oro, argento, col profumo semplice e sempre uguale delle pietanze preferite, con i peltri e gli argenti luccicanti, con la magia degli oggetti di rame appesi in cucina e ben tirati a lucido rosa dalla segreta pasta pulitrice che m’ insegnò la nonna. Tutti i miei cari passeranno molto tempo in cucina con la scusa di aiutarmi quando sarà l’ora di servire in sala, ma si perderanno invece ad accarezzare quelle antiche pentole e padelle fatte con terra di Cipro che ho collezionato indefessamente dall’ adolescenza tormentando i parenti, che tenevano in ben scarsa considerazione quei tegami che, dicevano, facevano brutta figura perché sempre scuri: me li consegnavano con una scrollata di spalle, non comprendendo la mia smania di lustrarli per niente. Le antiche padelle mi hanno seguita ovunque, bene in vista sulle pareti della cucina, donandomi un senso di antica serenità e di gioia, quella stessa gioia che provavo nei giorni prepasquali della mia infanzia quando la nonna mi portava sulla riva del torrente, che tornava a correre rapido, per raschiare, lucidare, risciacquare con cura buona parte di quelle pentole che abili mani d’ uomini taciturni sapevano forgiare con arte. Il sonno tarda stanotte. I pensieri tornano ad insistere nella mente, a stringermi il cuore. Così mi sono messa a cercare poesie sul giornale. Mi sono soffermata sulle considerazioni e riflessioni tue, Cristina, che ho sempre seguito perché mi piace la tua quieta capacità di raccontare, il tuo cogliere in modo personale gli eventi, gli artisti, la loro peculiare poetica e le loro difficili metafore. Cesare Pavese è grandissimo, troppo sensibile, troppo capace, troppo fragile. È insuperabile nel mostrarci la vuota grandezza del momento finale. La sua poesia è disperata, questo è vero, è una poesia nichilista, che annulla irreparabilmente il senso della vita, ci toglie ogni speranza di andare oltre la morte. La morte è tutta lì, solitaria, muta, disperata, ultima spiaggia di un’ inutile vita. Eppure concordo con te Cristina: perché non possiamo pensare che per il poeta la morte verrà, ma avrà gli occhi di chi lui ama? Anche io pensavo proprio così quando leggevo di Pavese solo questa poesia. Un poeta ci lascia liberi di dare alle sue parole il senso che noi vogliamo: è la libertà dell’ Arte e dell’ artista stesso. Pensare che quando ogni luce qui si spegnerà avremo negli occhi lo sguardo amorevole di chi abbiamo amato, ci restituisce tutta la gioia che la vita ci aveva tolto. Immaginare che oltre il passo estremo ci attendono anche le mani protese e il sorriso dei nostri cari ci riporta alla speranza che nulla è stato invano. Io voglio pensare cosi, Cristina. Voglio pensare alla Bellezza.
    Ti ringrazio per questo articolo che mi aiuta a oltrepassare il ponte di questa notte insonne. Abiti a Padova. Anche io ci ho vissuto per diversi anni e in te riconosco il gentile e quieto porgersi di quelle persone che mi vivevano accanto, il loro buon senso, la loro diretta semplicità di leggere nel cuore e parlarti con pacatezza.
    Mi consola il commento al tuo articolo dell’ ottimo Antonio Capolongo che in poche parole riesce a dire tutte le verità del mondo. Come ringraziarlo di esserci quando più è necessario? Se fosse estate adesso gli uccelli canterebbero annunciando che la linea sottile del Levante si va schiarendo nel nuovo giorno. Ma sono le notti più lunghe dell’ anno queste e tutto tace, ovunque regna sovrano il buio. Così mi stenderò sul letto, stringendomi al piumino, cercando di trattenere il calore che questa pagina ha saputo donarmi in una notte di sofferenza, di inquietudine. Dormirò un pochino ché la giornata mi attende coi primi , amatissimi, ospiti.

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  2. Antonio

    Come sarebbe bello il mondo, se in giro potessimo incontrare solo potenziali suicidi – persone dotate di estrema sensibilità e acutissima intelligenza -, forse poco pragmatici, ma belli, semplici, genuini e, a volte, dalle gote dipinte dal candore, dagli occhi trasognati e, tutti, dal cuore grande, ma non così grande, purtroppo – purtroppo per tutti noi che gli sopravviviamo -, dicevo, non così grande da poter accogliere con indifferenza tutti i colpi e le pugnalate subdole dei vigliacchi, abitanti di quella società malsana e superficiale che spadroneggia in ogni dove, capace di distrarre, inghiottire, anche chi potrebbe ricordarsi di quei simili che, per indole, non riescono ad attraversare il fiume della vita…

    Grazie Cristina per il bellissimo scritto.

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