Un re in esilio. L’eredità culturale di Adriano Olivetti

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Come molti giovani, avevo sentito parlare di Adriano Olivetti come dell’imprenditore delle macchine da scrivere e dei primi computer. Così mi sorpresi quando trovai, su una locandina di un seminario avente come tema la ricerca della felicità, l’eudamonia, il volto malinconico di Adriano Olivetti.Quando presi parte al seminario, sentii parlare di idee di armonia, comunità, radicamento e di diffusione della cultura in maniera capillare in ogni strato sociale. Quel giorno sentii parlare di una visione politico-sociale che toccava ogni ramo dell’esistenza, e scoprii così una visione straordinaria, che al principio mi parve platonica, perché in essa ogni uomo aveva un posto preciso nel mondo, e una speranza. Da quel giorno Adriano Olivetti non mi ha più abbandonato.

Olivetti era un industriale, un intellettuale, un visionario che aveva scorto, con la consapevolezza di un mistico, una via che permettesse agli uomini di essere felici nella società e condizione lavorativa. Una voce diversa, apparentemente stonata, utopica per i detrattori, ma profetica che predicava l’avvento di un’umanità migliore.

Luigi Einaudi, che nel ‘44 riparò con lui in Svizzera per sfuggire ai nazionalsocialisti, disse che il pensiero politico di Adriano Olivetti sarebbe stato compreso con una generazione di ritardo. L’“olivetticidio” degli anni successivi al ’60, dunque, sarebbe stato un fenomeno transitorio: consegnare all’oblio la vita, l’opera e il sogno di uno dei più grandi italiani del Novecento avrebbe significato la dissipazione di idee fondamentali per il futuro del nostro paese.

Adriano Olivetti era il figlio di un imprenditore ebreo ateo all’avanguardia, Camillo, che da giovane, viaggiò negli Stati Uniti al seguito dello scienziato Galileo Ferraris, come assistente e traduttore, tornando ad Ivrea con le idee chiare: fondare la prima azienda di macchine da scrivere italiana. La madre invece, Luisa Ravel, dall’inclinazione mistica e dai costumi appartati, era la figlia del pastore valdese di Ivrea e fu la sua prima maestra. Anche la sorella Elena influenzò profondamente il giovane Adriano con il suo fascino e la sua cultura all’avanguardia, durante le numerose serate passate a parlare della nascente psicologia di Freud, di teosofia e soprattutto di esoterismo steineriano.
Nel 1925, dopo la laurea in ingegneria chimica, si reca negli Stati Uniti, sulle orme del padre, dove visita «centocinque fabbriche in sei mesi», vedendo all’opera il fordismo, disumano e razionalizzante, che in quegli anni, in nome di principi razionalistici iperproduttivi richiedeva un prezzo enorme agli operai. Durante quel viaggio comprende che il lavoro in serie è un abbrutimento per lo spirito e una minaccia rivolta contro la salute dell’operaio – lui stesso fu mandato dal padre a lavorare in un reparto di trapani a tredici anni e molti anni dopo dirà in un’intervista di aver faticato molto a lavorare in fabbrica, perché il lavoro delle macchine non lo attraeva e la mente vagava. “Era una specie di ritegno” il suo, “avevo difficoltà a capire come si potesse stare diverse ore sulla stessa macchina senza imprigionare lo spirito”.

Adriano Olivetti coi dipendenti.

Adriano Olivetti coi dipendenti.

Secondo Olivetti, dal momento che la fabbrica richiede all’operaio un prezzo enorme da pagare, in termini di risorse ed energie, essa dovrebbe restituire l’equivalente attraverso benessere materiale e produzione di cultura. “La fabbrica deve farsi produttrice di bene, non solo di beni” per riprendere la nota frase di Massimo Fichera, collaboratore di Olivetti in quegli anni.
Nel celebre discorso tenuto in occasione dell’inaugurazione dello stabilimento di Pozzuoli, nel 1955, si domanda: «Può l’industria darsi dei fini? Si trovano questi semplicemente nell’indice dei profitti? Non vi è al di là del ritmo apparente qualcosa di più affascinate, una destinazione, una vocazione, anche nella vita della fabbrica? La nostra società crede nei valori spirituali, nei valori della scienza, crede nei valori dell’arte, crede nei valori della cultura, crede soprattutto nell’uomo, nella sua fiamma divina e nella sua possibilità di elevazione e riscatto». Parole emozionanti, dai contenuti altamente ideali, che evocano, sulla scorta di Plotino e del neoplatonismo, le particelle divine instillate nell’anima al principio dei tempi, ma soprattutto “le scintille” del pensiero chassidico che, come fiammelle celesti, pervadono il cosmo.

Gli strumenti messi in atto da Olivetti per migliorare le condizioni dei suoi operai saranno molteplici e porteranno la Olivetti all’avanguardia delle conquiste sociali: le donne impiegate avranno diritto a un assegno di maternità; gli operai otterranno il sabato e la domenica liberi – misura questa molto importante, perché in tal modo i dipendenti potevano tornare nel fine settimana nei loro paesi di appartenenza, prendendosi cura della terra come avevano fatto i loro padri. Gli operai inoltre saranno coinvolti nell’amministrazione dell’azienda, eleggendo parte dei quadri; sarà garantita l’assistenza sanitaria a tutti i lavoratori. All’interno della fabbrica verranno organizzate proiezioni cinematografiche e, durante la pausa pranzo, incontri con filosofi e scrittori.

Adriano Olivetti

Adriano Olivetti

Anche l’architettura avrà la sua parte: le pareti degli edifici industriali verranno costruite interamente in vetro, per dare un’idea di ariosità e assenza di costrizione – il contrario del tetro capannone fordista –, le strade di ingresso saranno trasformate in viali ombrosi, mentre gli ambienti di lavoro saranno abbelliti con quadri di pittori famosi – celebre l’affresco di Guttuso, presente dapprima nel negozio romano della Olivetti e poi collocato in uno stabilimento in Piemonte: gli operai devono lavorare in luoghi che diano serenità al loro animo.
Tra le principali ispirazioni del pensiero politico di Olivetti vi sono Jacques Maritain ed Emmanuel Mounier. Mounier, il fondatore della rivista “ESpirit” riteneva che gli uomini avrebbero sviluppato al massimo le proprie potenzialità all’interno di una comunità solidale e impregnata di valori cristiani. Non individui, né uomini macchina, ma persone realizzate ed evolute spiritualmente.

Olivetti integra il pensiero di Mounier con la convinzione che la Comunità debba essere radicata nel territorio e nella tradizione popolare: «Quando le Comunità avranno vita, in esse i figli dell’uomo troveranno l’elemento essenziale dell’amore della terra natia nello spazio naturale che avranno percorso nella loro infanzia, e l’elemento concreto di una fratellanza umana fatta di solidarietà nella comunanza di tradizioni e vicende».  La Comunità deve essere governata da princìpi di meritocrazia e armonia, mediando tra uomo e società, come una famiglia estesa, capace di non far sentire mai nessuno solo.

Secondo Olivetti, “una comunità troppo piccola è incapace di permettere uno sviluppo sufficiente dell’uomo e della Comunità stessa” – il rischio è «l’isolamento e lo sgomento dell’uomo solo», ma anche quell’eccessiva penetrazione nella privacy di ogni individuo, il quale non avrebbe la possibilità di godere della propria libertà (basti pensare alle censure e ai condizionamenti operanti nella città di provincia). Le grandi metropoli, al contrario, disgregano la personalità e non danno punti di riferimento, lasciando l’uomo in balia di situazioni a volte incomprensibili e su cui non ha controllo – questa volta il rischio è lo sradicamento radicale, per dirla con Simone Weil.

Olivetti vede l’optimum per una vita felice in una città tra i settantacinque e i centocinquantamila abitanti, e non manca di aggiungere: «La nostra Comunità dovrà essere concreta, visibile, tangibile, una Comunità né troppo grande, né troppo piccola, territorialmente definita, dotata di vasti poteri che dia a tutte le attività quell’indispensabile coordinamento, quell’efficienza, quel rispetto della personalità umana, della cultura e dell’arte che la civiltà dell’uomo ha realizzato nei suoi luoghi migliori».

Un altro dei propositi di Olivetti è diffondere la cultura al massimo grado. Le Edizioni di Comunità, fondate nel ‘48, che anticipano il modello culturale di Adelphi, saranno lo strumento con cui Olivetti introdurrà in Italia forme di pensiero all’avanguardia e completamente ignorate fino ad allora, come la psicologia di C. G. Jung, l’urbanistica e lo studio delle religioni, con scritti di autori della levatura di E. Durkheim e M. Buber. Ancora una volta, il suo proposito è propagare il sapere e le nuove forme del pensiero in maniera capillare, favorendo l’istruzione e disseminando embrioni di cultura, come piccoli lampi di luce atti a provocare una presa di coscienza, anche nei ceti sociali più arretrati del Meridione d’Italia, per dare un giorno frutto di rinnovamento e rinascita.

La mitica  LETTERA 22

La mitica LETTERA 22

Olivetti completa questa visione elaborando il concetto di vocazione, cioè, come scrive Michele Mornese, «la coscienza del ruolo che la persona è chiamata a svolgere dentro la società». La vocazione è il brivido che ci fa intendere noi stessi e ci mette a nudo davanti alla responsabilità di diventare ciò per cui siamo stati creati. La civiltà di Olivetti è una civiltà di vocati, di persone chiamate a realizzare la propria personalità e spiritualità, nel rispetto della vocazione dell’altro, portatore del medesimo anelito.

Il sogno olivettiano terminò bruscamente nel 1960, quando Olivetti – dopo aver portato la sua azienda alla leadership mondiale nella nascente industria informatica, con l’acquisizione della Underwood, il colosso statunitense produttore di macchine da scrivere, morì per trombosi cerebrale sul treno Milano Losanna.

In Lessico famigliare del ‘63, Natalia Ginzburg così lo ricorda: «Era a piedi; andava solo, col suo passo randagio; gli occhi perduti nei suoi sogni perenni, che li velavano di nebbie azzurre. Era vestito come tutti gli altri, ma sembrava nella folla, un mendicante; e, sembrava, nel tempo stesso, anche un re. Un re in esilio».

 

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