Mondiali 2014: l’antipatia al potere

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Quello è appena terminato sembrava, a priori, un Mondiale dall’esito già scritto, con una squadra (quella ospitante) destinata almeno alla finale, presumibilmente contro l’Argentina di Messi. Un pronostico non così presuntuoso, se si considera che quando la Coppa è stata messa in palio in paesi americani (tre volte in Nord america, quattro in Sud america) hanno vinto proprio squadre sudamericane.

Già dalle prime partite, invece, emergeva chiaramente che si trattava di un campionato mondiale anomalo, livellato verso il basso, cosa che avrebbe permesso a squadre meno blasonate di mettersi in evidenza. Messico, Costa Rica, Algeria, Cile, Colombia (a tratti il gioco più spumeggiante del mondiale) hanno mostrato un potenziale che presto imporrà di rivalutare la competizione iridata come questione riservata a un’elite di nazionali.

Quanto al Brasile, abbiamo scoperto già dal match d’esordio una squadra normale, incapace di offrire, partita dopo partita, una minima evoluzione nel gioco, che si è dimostrata via via sempre meno consistente e attaccata come una cozza al proprio campione Neymar. Una nazionale verdeoro ancor più deludente perché concentrata (tra un piantarello e l’altro) sull’apparenza di social network e riviste patinate piuttosto che sul campo, dove ha offerto poco a parte lo spettacolo emozionante dell’inno nazionale.

Messi non è Maradona? Forse perché usa solo i piedi.

Messi non è Maradona? Forse perché usa solo i piedi.

Questa volta l’unica tradizione che ha prevalso è quella che vuole la Germania bestia nera dell’Argentina, battuta come nel 1990 all’Olimpico di Roma. Una finale combattuta, giocata su buoni ritmi e che ha visto due squadre finalmente di livello mondiale: da una parte la Germania a cui il “lavoro di provetta” concertato tra Federazione e club privati ha regalato una formazione forte e completa in tutti i ruoli (e mancava pure Reus); dall’altra l’Argentina che ci si aspettava, appesa al proprio “Maradona” ma terribilmente tosta grazie a giocatori di livello assoluto come Mascherano. Mentre la storia del calcio, e non solo dei mondiali, suggerisce che le partite più importanti sono spesso decise da uomini di classe e temperamento più che dalla forza complessiva della squadra (la finale 2006 insegna), la storia appena scritta a Rio è andata in senso opposto. Non da Messi, non da Lavezzi (prematuramente sostituito), non da Higuain, né da Agüero, il colpo di classe è arrivato da Mario Götze, la nemesi lombrosiana del trequartista latino, una sorta di agente Smith del rettangolo verde. Proprio l’ex Dortmund, con un fantastico mancino al volo, ha trafitto il portiere dell’Argentina e della Samp, Romero, uno che nel giro di pochi giorni è passato dal prestito al Monaco a un possibile prestito a Rihanna, invaghitasi di lui dopo i miracoli contro l’Olanda.

E ora si parla già di trasferimenti, prestiti e ingaggi, con un calciomercato inevitabilmente “drogato” dalla sovraesposizione mediatica dei calciatori durante il campionato. Un mercato estivo degli uomini-Mondiale che, al pari degli equilibri della competizione, graviterà fatalmente lontano dalla Serie A: se da noi gli uomini più ricercati sono Cerci, Jovetic, Mustafi e Pastore, le big europee si spartiscono gli uomini copertina della rassegna carioca. Per il momento il Real Madrid è quello che si è rinforzato di più, con gli acquisti di Toni Kroos e James Rodriguez, spendendo cifre accessibili solo agli sceicchi per assicurarsi i due campioni (105 milioni di euro in due); il Barcellona ha speso 81 milioni per il mordace Suarez; il Psg ha sottratto David Luiz al Chelsea di Mourinho e secondo alcune voci (fatta salva la smentita di rito) vorrebbe sulla panchina Conte.

¡Hay qué duro este Chiellini!

¡Hay qué duro este Chiellini!

Ma queste suggestioni di mezza estate non busseranno alle finestre dei tifosi italiani, e forse questo non è un dato così negativo per il nostro calcio.

Altri, invece, sono i lasciti di questa rassegna mondiale che ci porteremo sotto l’ombrellone: tra un materassino e una gazzetta, tra una crema abbronzante e una fetta di anguria (sostituita in alcuni casi da leggiadre melanzane alla parmigiana), spunterà di certo il dramma tutto argentino per cui “Messi non è Maradona”, la schiuma da barba usata dall’arbitro nei calci di punizione, la “sportellata” epocale della Germania ai padroni di casa, il tracollo prematuro ma meritato della Roja e l’immancabile morso di Suarez ai danni di Chiellini.

E poi le prestazioni dell’Italia. Ecco, quelle le lascerei ben chiuse nella borsa del ghiaccio.

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