L’Italia di Prandelli e l’economia a brandelli

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Uscire dal Mondiale sarebbe costato all’Italia l’1% del PIL. Ma chi l’ha detto? Come è stato calcolato? Ecco la storia di un’altra leggenda economica (quasi) senza fondamento.
Mario_1Come se non bastasse l’amarezza sportiva dell’eliminazione al primo turno, non fosse altro per la rinuncia forzata alle serate azzurre con gli amici, poche ore dopo la sconfitta con l’Uruguay arriva anche la mazzata economica, che i media hanno riportato in tutte le salse. Per colpa di Prandelli e Balotelli ci perdiamo addirittura l’1% del PIL, ovvero una quindicina di milardi di euro! Per non parlare di un 10% di disoccupazione in meno…

Numeri da fantascienza, e di fantascienza economica – diciamolo subito – trattasi. Perchè non sono certo numeri da scienza. Se è vero che tutti i giornali e le televisioni hanno riportato questo tragico impatto del fallimento calcistico, sfido il lettore a dirmi da dove provengala stima. Io me lo sono chiesto, perchè partendo dai libri di economia mi sembrava una valutazione del tutto improbabile.

Scopro così che trattasi della Coldiretti. Sono gli stessi che nel pieno della nostra digestione dopo il pranzo di Natale, ci dicono quanto tacchino hanno mangiato gli italiani, quanti bicchieri di spumante sono stati versati, quante uvette e quanti canditi hanno visitato gli stomaci nazionali. Mi ha sempre affascinato questa tempestività, pensando che l’Istat ci mette un paio d’anni a darci le stime della spesa delle famiglie. E così ho cercato di capire come funziona la sfera di cristallo della Coldiretti.

Suggestivamente, la principale organizzazione degli imprenditori cita la crescita del PIL nel 1983 e nel 2007, cioè gli anni successivi al trionfo iridato. Mario_2Nel 1983 il PIL reale (cioè dopo aver considerato l’inflazione) è aumentato dell’1,5%, nel 2007 del 2% (anche se la Coldiretti riporta un più ampio 4% che non considera il tasso di inflazione). Primo dubbio: ma se il titolo mondiale arriva a luglio, perchè non guardare al PIL degli anni mondiali, piuttosto che quelli successivi? Nel 1982 l’aumento è stato dell’1,3%, nel 2006 dell’1,7%. Il fatto è che queste cifre sono tutte normalissime. Ad esempio nel 1998, anno dei Mondiali in Francia (eliminazione ai quarti), il PIL italiano è cresciuto quasi del 3%. Nel 2002 (eliminazione agli ottavi), l’aumento è stato dell’1%. Il 2010, anno della disastrosa spedizione in Sudafrica (fuori al primo turno), ha registrato l’unica variazione positiva del PIL reale nell’arco di sei anni (+0,5% contro il -4% del 2009 e il -1,3% del 2011).

In ogni caso, non è certo guardando alla variazione complessiva del PIL che si può attribuire un nesso causale tra performance azzurra e crescita economica. E allora è facile sciorinare una serie di spiegazioni convincenti. Meno partite dell’Italia, meno pizze e birre, meno televisori, meno magliette di Balotelli, meno abbonamenti a Sky, meno Gazzette acquistate, meno figurine Panini vendute, meno pubblicità al Made in Italy. A parte che il mio giornalaio alla vigilia delle semifinali aveva finito le figu (ma si potrà?), il ragionamento è fallace. Implica che i soldi spesi in pizza e birra siano soldi spesi in più, che non sarebbero stati spesi altrove.

Mario_3Provate a pensarci, davvero un’Italia agli ottavi o ai quarti di finale vi avrebbe fatto spendere di più? Sì, forse avreste bevuto più lattine di birra, ma probabilmente avete solo sostituito quella spesa con un paio di aperitivi. E se vostro figlio non vi ossessiona chiedendovi le figurine o la maglia di Darmian, non è forse vero che vi sta comunque ossessionando chiedendovi altri gadget non calcistici? Insomma, non avrei problemi a riconoscere che alcuni settori dell’economia avevano scommesso su risultati più lusinghieri, ma – oserei dire per fortuna – il destino economico di un paese non dipende dalla voglia di correre o dai crampi dei nostri calciatori.  Oltretutto, se fosse vero, pensando all’impatto che i Mondiali 2014 avrebbero avuto sulle economie di Italia, Spagna, Inghilterra, e alla fine anche Brasile, ci sarebbero gli estremi per porre fine ad una competizione che potrebbere uccidere il capitalismo mondiale.

Il 25 giugno, all’indomani dell’ingloriosa sconfitta con l’Uruguay, l’indice FTSE MIB ha perso lo 0,79%, ma il segno era stato negativo anche nei due giorni precedenti la partita, e soprattutto era stato negativo anche il NASDAQ. Ma sulla Borsa un effetto psicologico lo si può anche contemplare, all’indomani di una delusione sportiva è possibile che gli investitori si comportino diversamente e un articolo sul prestigioso Journal of Finance del 2007 (Edmans et al.) dimostra che effettivamente l’eliminazione dai Mondiali tende ad avere un impatto negativo sull’andamento delle borse del paese interessato, per il giorno successivo. Ma tutto ciò dovrebbe farci riflettere sulla caducità e superficialità della finanza, piuttosto che pensare ad un impatto sull’economia reale. Ecco, forse anche qualcuno di noi, il giorno dopo la sconfitta, ha lavorato con meno entusiasmo o ha passato qualche minuto in più al bar a discutere sulla pena corporale da infliggere a Prandelli. Ma stiamo parlando di una giornata, forse due peri più calciofili. Non basterebbe nemmeno a giustificare un calo del PIL dello 0,05%…

Insomma, lo scrivo convinto, non è vero che l’Italia subito fuori ci costa l’1% del PIL, forse vincendo il Mondiale qualche decimale in più lo avremmo strappato, ma uscire in semifinale o al primo turno non fa differenza. Checché ne dica la Coldiretti, che piuttosto potrebbe suggerire come reimpiegare in agricoltura quelle ventidue braccia e gambe rubate dal calcio Mundial.

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