Le squadre che hanno fatto il mondiale: Colombia 2014

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Ripasserà questo treno?

“Of all sad words of mouth or pen, the saddest are these: it might have been.” John Greenleaf Whittier, Maud Muller, 1856

Alòra, av el piasù e mundiel? È sembrato anche a voi che sia partito bene e poi si sia arenato? Soddisfatti o rimborsati?

Di certo il ricordo è così fresco che non ha senso fare il solito racconto sul filo della memory lane, però possiamo recuperarne assieme i momenti importanti, quelli che ci hanno colpito di più.

E la squadra? Quale squadra possiamo dire che abbia fatto questo mondiale? Di sicuro il Brasile, ma in negativo, perché raramente si era vista una Seleçao così dimessa (anche se poi, paradossi del calcio, sarà il suo miglior risultato dal 2002) e altrettanto raramente si era vista una nazionale di prima fascia arrivare così impreparata al mundial casalingo. Ancor più di sicuro la Germania, che ha provato un po’ ad incartarsi all’inizio con il tiki-taken, salvo poi spiccare il volo non appena Mister Loew si è liberato dell’ombra di Guardiola e del Bayern, ha buttato dentro l’usato sicuro e la sapienza tattica di Klose, ha ricollocato Lahm nel suo ruolo naturale di laterale destro, quello in cui è il miglior interprete del mondo da quasi una decina di anni, ha fatto spazio in mezzo a Schwensteiger, e via andare, hasta la victoria. Ma parlare della Germania qui significherebbe di fatto riscrivere pari-pari la puntata del 2010, quindi nel caso siate interessati, riprendete quella, pronunciate “Kroos” ogni volta che leggete Podolski e più o meno ci siete.

Oppure potremmo parlare del mondiale fallimentare di Spagna e Italia, le ultime due squadre campioni nonché finaliste dell’ultimo europeo, ma sarebbe come sparare sulla Croce Rossa: la Spagna che paga tutto insieme il logorio di una vita moderna fatta di sei anni di vittorie, giocatori chiave ormai prossimi al viale del tramonto, squadre di club da 60 partite all’anno e con un livello di antagonismo che tracima ormai nell’odio reciproco; l’Italia di un allenatore che dilapida inspiegabilmente il patrimonio di gioco, credito, buon rapporto con i giocatori costruito nei primi due-tre anni della sua gestione, si ritrova con la squadra che aveva in mente stravolta dagli infortuni, ci mette del suo nel trovare sostituti non all’altezza e scopre troppo tardi di avere in mano uno spogliatoio spaccato tra nuovi e anziani.

Invece, anche in omaggio al bel mondiale fatto dalle squadre latino-americane, oggi ricorderemo assieme la Colombia, nazionale giovane, intenta a cercare il gioco sempre e comunque. Una squadra che si ferma ai quarti di finale solo perché si presenta davanti ai 60mila di Fortaleza con le gambe un po’ molli e regala tutto il primo tempo ai padroni di casa, prima di tornare a mettere in mostra il calcio di cui è capace.

Chiudiamo la serie con loro, i Cafeteros, cercando di convincerci che li ritroveremo protagonisti tra quattro anni in Russia e con la speranza di portare loro bene, come è successo con crucchi multietnici (e poi, diciamolo: un gesto di infinita piaggeria verso il diretùr e la sua bellissima signora). Per cui…

Sia lode ai Cafeteros

Immaginate che a tre mesi dai mondiali vi si rompa il bomber predestinato, il titolare inamovibile, l’uomo che ha caratterizzato le ultime campagne acquisti dei club maggiori.

“Ah avere avuto anche uno solo di questi attaccanti in rosa” (Felipao, Cesare, Vicente...)

“Ah avere avuto anche uno solo di questi attaccanti in rosa” (Felipao, Cesare, Vicente…)

Il vostro motore, neanche se ne accorge, perché se manca Radamel Falcao (El Tigre), avete comunque Jackson Martínez, da tre stagioni capocannoniere lusitano con il Porto; poi avete Carlos Bacca, 20 gol nel Siviglia campione di Europa League; poi c’è Teo Gutiérrez, che con i suoi gol ha portato al successo il River Plate del grande Ramón Díaz nel Clausura 2014; e avete pure Adrián Ramos, 14 gol in Bundesliga e trasferimento l’anno prossimo al Borussia Dortmund. A questi attaccanti che farebbero invidia a molti squadroni (mettete uno di questi a caso al posto di Fred, poi mi dite), aggiungete due esterni d’attacco ben noti ai tifosi italiani, ossia quegli Ibarbo (Cagliari) e Cuadrado (Fiorentina) che negli ultimi due campionati si sono imposti all’attenzione dei grandi club.

Ma soprattutto, avete in James Rodríguez un trequartista 22-enne che tutto il mondo scoprirà in Brasile, ma che gli addetti ai lavori conoscono da tempo come una delle più promettenti mezze punte del mondo, se è vero che nel 2011 si laurea campione di Europa League con il Porto e nel maggio del 2013 passa al Monaco dell’oligarca russo di turno per una valutazione superiore ai 50 milioni di euro.

Se la Colombia ha i suoi gioielli in attacco, la squadra è completata da un’onesta cerniera difensiva, dove ai due mediani di centrocampo (Sanchez ed Aguilar, con l’interista Guarín pronto a subentrare per aggiungere un poco più di fosforo in mezzo) si aggiunge una linea difensiva a quattro di tutti “italiani” non proprio equilibrata, dove i due esterni Armero e Zúñiga (per inciso: non si pronunzia Zuniga né Zugniga e nemmeno con la zeta di “zio”, bensì “Zùgniga”, con l l’accento sulla u e la zeta di “pizza”), sono quasi delle ali e i due centrali (Yepes e Zapata) sono un po’ macchinosi.

Ma torniamo a ribadire un concetto più volte rimarcato: il Mundial è un torneo di sette partite, in cui il più delle volte vince il più fortunato, non il più forte, e in cui anche difese e difensori che non reggerebbero l’urto di 30 partite di campionato fanno dei gran figuroni (se penso agli insuperabili Marcio Santos del 1994 o Rocco Giugnor del 2002…). Quindi anche questa difesa da centro-bassa classifica di qualsiasi campionato europeo maggiore è in grado di fare la sua figura.

In porta, per terminare, c’è David Ospina, che nella vita è portiere del Nizza e cognato di James Rodríguez.

James&Jackson Rigueira, per una nazionale techno-pop

James&Jackson Rigueira, per una nazionale techno-pop

La squadra è plasmata da un allenatore argentino dal passato romanzesco, un ingegnere che finirà anche a fare il tassista, l’uomo che ha vinto titoli giovanili con l’Albiceleste fino a meritarsi sul campo la promozione a guidare la nazionale maggiore a Germania 2006: si chiama José Pekerman, amatissimo dai suoi e dalla critica, un uomo che ha la sensibilità di far giocare uno scampolo di partita a Faryd Mondragón, il portiere di riserva, consentendogli così di trasformarsi dall’alto dei suoi più di 43 anni nel giocatore più anziano ad avere disputato la fase finale di un mondiale. Il 4-2-3-1 di cui sopra, con cui vince in carrozza le tre partite del girone, è sconfessato negli ottavi contro l’Uruguay, quando Pekerman inaugura un 4-4-2 con quasi gli stessi interpreti, ma con il bomber Jackson Martínez in attacco al posto di Ibarbo e James Rodríguez in fascia sinistra. La mossa si rivela un successone: la reunion di James e Jackson, i fratellini ex-porto, cancella dal campo l’Uruguay e James apre le danze con uno dei gol più belli del mondiale.

Applaudite questo qua, che è uno buono (date retta a babbo)

Applaudite questo qua, che è uno buono (date retta a babbo)

Ma ai quarti di finale la Colombia non trae le conseguenze del percorso fatto fin lì, si incarta e ci mette un tempo a capire che è ben superiore al pallido Brasile di Felipao e Neymar. Già le gambe sono molli, come dimostra l’incredibile errore in marcatura sul goal di Thiago Silva, ma Pekerman ci mette del suo, dando fiducia alla squadra delle prime partite – e quindi rimettendo in panchina un Jackson in ottima forma – ed inserendo in mediana Guarín, che dà poca regia e non ha l’impatto in mezzo di Aguilar. Aggiungete la prima partita toppata in tutto il mondiale da Cuadrado, shakerate bene, e avrete che la Colombia inizia a macinare il suo bel calcio quando già si trova sotto di due reti, entrambe su calcio fermo: un angolo e una punizione di piattone da 35 metri, gesto tecnico che ancora mancava a palcoscenici diversi da un campo di beach-soccer.

A poco vale il forcing conclusivo e l’ingresso finalmente di Bacca (che propizia un rigore e sfiora il 2-2): passa il Brasile, che con il senno di poi avrebbe probabilmente preferito uscire lì. Il pubblico tributa il giusto omaggio ai Cafeteros e a James, poi premiato miglior giovane del mondiale.

Ma comunque la si voglia vedere, la Colombia butta via una grande occasione per piazzarsi per la prima volta – e meritatamente – tra le prime quattro squadre al mondo e chissà se l’occasione si ripeterà. Ha ragione James a piangere: the saddest are “it might have been”.

Ho visto cose che voi umani…

Dopodiché, ed anche prima di che, il Mundial 2014 passerà alla storia per le tante cose viste che uno non si sarebbe mai potuto immaginare.

Ho visto i campioni del mondo in carica passare in vantaggio e prendere poi 5 palle all’esordio.

Ho visto l’Italia non tirare in porta nei suoi ultimi 180’ di torneo.

i ringrazio, dio, per questa giornata. Poteva andare peggio (poteva piovere).

i ringrazio, dio, per questa giornata. Poteva andare peggio (poteva piovere).

Ho visto medie gol inaspettate per le prime partite ed ho visto begli incontri, anche se l’avvio scoppiettante ci ha fatto percepire l’intero mondiale più bello di quanto non sia stato in realtà (per dire, negli ottavi e nei quarti si sono viste delle gran squadre che tiravano ai rigori anche quando superiori).

Ho visto usare la bomboletta per segnare la posizione della barriera ed un difensore olandese fare una scena da isterico perché l’arbitro gli aveva spruzzato sulle scarpe (!).

Ho visto l’esordio del “golden eye”, la tecnologia contro il gol fantasma, ed ho avuto conferma di una cosa che qualsiasi esperto qualità di qualsiasi azienda grande o piccola vi avrebbe potuto dire, ossia che è come dotarsi dello scudo stellare per evitare le visite dei Testimoni di Geova. Fateci due conti: i gol fantasma in un campionato saranno due sui mille segnati nella stagione; vale la pena montare su un ambaradan di questa fatta per risolvere un errore del 2×1000 (a volte ininfluente)? Vale la pena metterlo su per una rassegna in cui i gol segnati sono tra 160 e 180? Se la matematica non è un’opinione, il golden eye darà il suo contributo in media una volta ogni quattro-cinque mondiali; però non si ferma il progresso, viva la tecnologia (attendiamo con ansia la moviola in campo).

“Joachim Loew ha solo due espressioni: con la Coppa e senza” (Spinoza.it)

“Joachim Loew ha solo due espressioni: con la Coppa e senza” (Spinoza.it)

Ho visto tanto di quei capelloni in campo, che pensavo di stare guardando il Mondiale del ’74 in differita.

Ho visto il primo time-out della storia del calcio ed ho visto un allenatore sfruttarne un altro per cambiare la partita (Van Gaal contro il Messico).

E ho visto lo stesso allenatore cambiare il portiere all’ultimo minuto dei supplementari per mettere su uno specialista dei rigori (che peraltro specialista non era affatto) e ho visto che gli è andata pure bene; ma poi, alla partita successiva, ho visto che non ha avuto il coraggio di fare la stessa scelta e il dio del pallone lo ha punito.

Ho visto un difensore infallibile, il migliore del Mundial fin lì, trasformarsi in una pippa imbarazzante nel giro di due partite.

Ho visto i padroni di casa battere tutti i record negativi possibili (massima sconfitta, massima sconfitta in casa, massimo scarto di una semifinale, massimo scarto nel primo tempo) nel corso di una partita che ci consegna una di quelle domanda che tra qualche anno ci scambieremo come pietre miliari della nostra vita: “ma tu dov’eri il giorno dell’1-7?”

Ho visto Messi partire bene e finire a giocare sempre più lontano dalla porta, sempre più lontano dalla Coppa, sempre più lontano dal suo mito.

E bravo Mario! Dopo un gol così, mi sa che ti sei guadagnato il premio partita.

E bravo Mario! Dopo un gol così, mi sa che ti sei guadagnato il premio partita.

Ho visto un arbitro italiano chiamato ad arbitrare la finale, arbitrarla bene ed essere lo stesso attaccato alla fine dagli sconfitti; ed ho pensato allora che gli arbitri italiani sono (tra) i migliori del mondo, ma che chi perde (in Italia come nel resto del mondo) preferisce dare la colpa all’arbitro, piuttosto che ammettere gli errori.

Ho visto un telecronista chiamato a fare il commento tecnico convincersi che l’Argentina (questa Argentina, che dagli ottavi in su ha sistematicamente puntato ai rigori) avrebbe fatto entrare la quarta punta al posto di un mediano, solo perché aveva letto a rovescio il tabellone del quarto uomo, scambiando un 9 per un 6 (grande Dossena, ma ancora più grande chi ti paga).

Ma soprattutto, ho visto una bella e moderna squadra vincere meritatamente il mondiale, scatenando l’entusiasmo incontenibile del suo allenatore. E allora, va poi bene così.

Infine, ho visto una legione di sgnacchere sciamare sul prato del Maracanà al triplice fischio. E va ancora meglio.

Il gol del mondiale

I gol non sono mancati in questo mondiale e alcuni sono stati davvero di grande qualità: lo stesso Goetze nella finale, ma anche uno dei due di Schurrle nella mattanza della semi, un paio di Messi prima che cadesse in depre, quello già citato di James Rodríguez all’Uruguay e quello di Cahill contro l’Olanda. Qui ne possiamo rivedere alcuni da un altro punto di vista.

Però il più bello di tutti è quello con cui Van Persie impatta giusto prima dell’intervallo, aprendo la rimonta contro la Spagna. Casillas finisce sul banco degli imputati perché si fa un poco sorprendere nella terra di nessuno, ma il colpo è sublime: intanto perché Van Persie è lontanissimo dalla porta quando Blind alza la testa per capire dove dare il pallone; è lontanissimo, ma ha già capito che ci sarà trippa. E allora parte, con uno scatto da centometrista che i centrali spagnoli capiscono tardi. Ma anche così, significa impattare un pallone che arriva praticamente dalla metà campo e scavalcare un portiere come Casillas. E per riuscirci, può solo trasformarsi in una molla, prima assorbendo la forza del pallone, e poi scaricandola tutta con l’inarcamento della schiena, a disegnare un beffardo lob.

La nuova moneta da 10 euro della zecca olandese

La nuova moneta da 10 euro della zecca olandese

Il mondiale di Van Persie praticamente finisce con questo gol. Ma è qualcosa che resterà, un volo d’angelo che merita di essere immortalato, fosse solo con una moneta speciale da 10 euro coniata per l’occasione.

Una medaglia al valore per l’Olandese Volante.

E su questa moneta, dichiariamo concluso O Mundial 2014 e la nostra cavalcata al fianco delle squadre che dei mondiali hanno fatto la storia. Spero che vi siate divertiti almeno la metà di quanto mi sono divertito io a raccontarla.

That’s all, folks.

Anselmo

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