Le attese (racconto)

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A distanza dall’ultima attesa, mi ritrovo ancora una volta sospesa, in una voragine spazio-temporale, ad aspettare che la porta della sala operatoria si spalanchi e che il volto amico salutato, con un nodo in gola, dopo avere percorso rapida e confusa le labirintiche sale di un noto ospedale, ricompaia a darmi fiducia nel futuro e nella possibilità di cambiare le cose e la vita, talvolta per indotto e necessario intervento esterno.

Nella sospensione ritrovo inevitabilmente pezzi di me, della mia storia e del mio vissuto e mi chiedo se l’amica, di là dalla porta che solo fisicamente ci separa, stia viaggiando alla mia stessa frequenza.

E rammento voci neanche tanto lontane di una guida importante del mio travagliato percorso, che soleva riportarmi sistematicamente a me, tutte le volte in cui credevo di potere sentire e vivere, se non tutte le vite del mondo, certamente quelle delle persone a me care e affettivamente vicine. Con sapiente lavorio di intarsio, quella guida mi induceva a ricavare la forma esatta da apporre alla figura che, di volta in volta, suscitava in me reazioni, funeste o felici, porgendomi con delicata vicinanza gli spunti per ripulire il tassello ricavato dell’inutile eccedenza, per ritrovare, al termine del paziente puzzle, la mia immagine, più nitida e chiara.

Nella sala d’attesa dell’ospedale, mi chiedo esattamente quale sia il senso del mio stare lì, provando a discernere e a distinguere le vite, anche quelle apparentemente parallele.

Attendo che dall’altra sala e dall’altra dimensione giunga rinnovata la compagna di tante esperienze forti, compagna di interminabili risate goderecce, di quelle che spalancano il cuore e fanno entrare aria pulita anche nelle tristi stanze in cui la malinconia ci conduce tutti, prima o poi, in certe buie fasi esistenziali, compagna di violenti acquazzoni di lacrime calde, quelle che versi per una perdita importante e che scorrono a rammentarti taluni dolori senza fondo da cui la vita è fisiologicamente lacerata.

Attendo e ricordo.

Non solo il passato insieme, quello con lei condiviso, ma anche tutte le attese di una vita.

Così, in un rapido risucchio, vago dentro, nel profondo, a sentire l’ansia di una risposta, di un esito, di una voce che sappia darmi rassicurante rifugio nell’esordio della coscienza della caducità del tutto.

Una madre lontana.

Da sé e dal mondo.

Una difficoltà, la mia, a essere un femminile capace di sentire quell’ansia senza esserne soffocato, sommerso, schiacciato.

Poi, le attese che si rincorrono, nella mente piena di storie, grida, urla di bimbi, di sconfitte inattese, di esiti inevitabili, dietro cui mollare, ma, molto più umanamente, contro cui combattere.

I miti mi sostengono e danno volti al mio vissuto di figlia difficile nelle attese importanti.

Atena che attende che Zeus torni dalla sua battaglia più complessa e l’amara constatazione che Zeus sta lasciandola ogni giorno di più, preparando sapientemente il terreno perché la figlia prediletta faccia scendere e scenda dall’Olimpo.

Persefone che, nella scoperta dell’umana caducità della propria madre Demetra, nell’attesa dell’esito di un chirurgico intervento che, come fulmine a ciel sereno, cade a smuovere improponibili letarghi, si scopre fragile e vuota e incomincia il cammino verso la sostanza della propria identità femminile.

E, poi, le attese di una maturità sognata e che, all’arrivo, fa paura, perché crescere non è traguardo che si metabolizzi con fluida scorrevolezza, nei limiti in cui è cedere all’ingresso della vita e della sua fine. L’attesa di un esame, che sai che andrà male, perché da qualche parte lo hai voluto.

Per cambiare, per svoltare, per andare via, per trovare un senso che sia tuo.

L’attesa per il primo nipote, quello difficile, quello che ricordi di avere preso tra le braccia col timore di romperlo, quello che hai portato sulle spalle, riempiendoti dei suoi sorrisi, quello che ti somiglia e che sentirai vicino per tutta la vita, anche quando ti parrà di non averlo più complice per necessaria e vitale scelta di coerente fedeltà al femminile che lo ha generato.

L’attesa della risposta di un amore importante, quella che non arriva, perché, di là, c’è ancora Mercurio che sale e scende e che di star saldamente ancorato a terra, con te poi, non ne ha la minima voglia.

Ancora giù, sempre più giù e, poi, una voce lontana, poi sempre più vicina.

La porta che si apre, la vita che riprende a scorrere e l’esito.

Il chirurgo rassicura: è andato tutto bene.

Almeno questa volta, possiamo gridarlo forte.

L'attesa (foto 1)
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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

Cosa ne è stato scritto

  1. goccia nel mar

    Ma guarda te! Se un po dispettosa te, propio come una bertuccia.

    Come gabbiano in volo mi libravo felice nell’aria, planavo , su una corrente ascensionale di aria calda , le ali spiegate al sole , il vento in tutto il piumaggio, brr, brividi sulla pelle!
    Ma Mercurio, lui, che aveva architettato tutto e previsto il mio volo di gioa nel risentire i miei pensieri prender vita nel tuo racconto, lui , calcolando la traiettoria, prende posto , alza al cielo la sua lama tagliente e aspetta il mio arrivo.
    Io, ubriaca delle tue parole e noncurante del pericolo, non arresto il volo……
    …….Sswraappp,….taglio netto e profondo…………….sangue caldo sgoggiola, segnando sul terreno il traggitto finale di quell’emozionante e caldo volo.
    Giunta a terra, esangue , con le ali ancora spiegate e adagiate dolcemente su quella calda sabbia dorata, felice, aspetto l’ultimo respito.

    Rispondi

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