L’anno prima della guerra. Luglio 1914

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Per capire un anno decisivo della storia italiana, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’ultimo anno di pace prima della guerra e del fascismo. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura e sport. Nei precedenti articoli. Aprile 1914, Salandra sostituisce Giolitti, i conservatori gioiscono. I socialisti confermano la linea rivoluzionaria di Mussolini e Lazzari. Continua la guerra contro i beduini libici in rivolta. Siamo amici ed alleati ufficiali dell’Austria tra molti sospetti reciproci. Esce Cabiria, il più grande successo cinematografico di quegli anni. In maggio il Casale vince lo scudetto. In giugno Calzolari vince il Giro d’Italia più duro della storia. Subito dopo la “Settimana rossa”, ma la furia anarchica e rivoluzionaria si esaurisce nel nulla. Il 28 giugno a Sarajevo l’assassinio di Francesco Ferdinando e di sua moglie Sofia.

In bilico

I colpi di Sarajevo hanno avuto un’eco lunga decenni. Ma in luglio, passata l’emozione, seppelliti solennemente i due reali austriaci, sembra che la razionalità debba tornare. L’Europa ha già vissuto gravi crisi in questo tumultuoso inizio del ventesimo secolo. Una guerra europea non interessa a nessuno. I monarchi europei sono tutti imparentati tra loro. La diplomazia e gli eserciti sono retti da aristocratici che formano un’unica famiglia. Potrebbe esserci una guerra in famiglia?

Le cancellerie diplomatiche lavorano per ricucire la terribile ferita aperta a Sarajevo. Sul Danubio, sull’asse Vienna-Belgrado, si consumano i destini del continente. Le trattative e i complotti vanno avanti di nascosto, com’era costume in quell’epoca. La superficie è increspata dagli strilli dei nazionalisti slavi ed austriaci. Che strillino, sembrano dire gli aristocratici che governano le capitali europee. Berlino e Vienna tramano contro la Serbia. L’Austria vuole eliminare lo staterello slavo. La Germania la incoraggia con il famoso “assegno in bianco”. Faccia quello che vuole purché sia presto, in modo da mettere l’Europa davanti al fatto compiuto. La guerra contro la Serbia che deve restare localizzata. Silenzio con tutti, anche con l’Italia, il triplice alleato, di cui un po’ i tedeschi non si fidano, un po’ non hanno voglia di spartire con lei le spoglie dei Balcani. Era davvero un’altra epoca. I diritti dei popoli sarebbero nati nelle trincee della guerra.

Le salme dell'arciduca e della moglie a Trieste, 2 luglio 1914.

Le salme dell’arciduca e della moglie a Trieste, 2 luglio 1914.

I tedeschi ci conoscono. L’Italia, la più piccola delle grandi potenze, è governata da una dinastia, quella dei Savoia, che si è barcamenata per secoli tra vicini più forti, tradendoli a turno tutti. Un’eccellente strategia di sopravvivenza. Il presidente del consiglio Salandra e l’abile ministro degli esteri, Di San Giuliano, sono conservatori, triplicisti convinti e realisti. Di una guerra nei Balcani non ne abbiamo bisogno, non abbiamo alcuna voglia di morire per Vienna e Berlino, ma se dovessimo essere trascinati nel conflitto siamo pronti a reclamare la nostra parte.

Quello che sembra un bieco mercanteggiare è, da un altro punto di vista, un altro esempio di quella realpolitik che tutti praticavano. Prima di tutto, la forza dello stato. Si usa la forza quando si è sicuri di vincere. E l’Italia non è sicura di avere un esercito pronto. La guerra in Libia ci ha logorato, mancano ufficiali, artiglieria, munizioni, il bilancio dello stato è in rosso. I nostri interessi sono limitati, guadagnare posizioni nei Balcani, attendere pazientemente l’inevitabile dissoluzione dell’Austria che per il momento è ancora militarmente temibile. A metà luglio, l’ambasciatore a Berlino Bollati e il ministro degli esteri San Giuliano si scambiano idee. Il nostro ministro afferma che “Io non escludo affatto la probabilità dell’uscita nostra dalla Triplice Alleanza tra qualche anno, per unirci ad altro aggruppamento o restare neutrali. Ma oggi considererei grave e pericoloso indebolire senza assoluta necessità i vincoli reciproci tra noi e i nostri alleati.”

La camera dei vacanzieri

Non possiamo seguire tutte le contorsioni diplomatiche che dall’attentato di Sarajevo porteranno alla prima guerra mondiale. Anche in Italia, passata l’emozione, torniamo ad occuparci del nostro ombelico.

La camera dei deputati continua nella sua scabrosa attività prima delle vacanze. A giugno il governo ha tentato di far passare un aumento delle tasse facendola passare come riforma tributaria, i socialisti hanno fiutato la trappola e scatenato un ostruzionismo feroce che ha impedito l’approvazione dei provvedimenti, finché un oscuro deputato non se ne esce con una trovata geniale che salva il governo e le vacanze dei deputati. Che non è l’abolizione del parlamento, ma la sua abdicazione. Articolo unico: delega fiscale al governo. Salandra è quindi autorizzato ad alzare le tasse fino a giugno 1915. Il 5 luglio la camera chiude. C’è il tempo per qualche provvedimento per i ferrovieri ma non per discutere una legge contro le sofisticazioni dei vini, nonostante le proteste dei deputati meridionali. Se ne riparlerà fra mesi. La camera non riaprirà che a dicembre.

Subito dopo riprendono voce i corifei del sindacato ferrovieri. All’epoca la vita del macchinista era dura. Dentro una locomotiva a vapore, esposto alle intemperie, pagato poco. Il sindacato non è contento delle concessioni strappate, tenta di proclamare lo sciopero ma si scontra con la stanchezza dei suoi iscritti. Il governo ne approfitta per mettere la sordina al sindacato e punire i lavoratori che avevano scioperato in passato.

Qualche giorno dopo Alfredo Rocco, futuro ministro fascistissimo della giustizia, commentando i fatti della Settimana rossa, scrive l’epitaffio della democrazia. “Il parlamentarismo è morto e il giolittismo, che gli è successo, prova che è morto ben definitivamente. E con lui è finito tutto quel piccolo mondo arcadico e sentimentale, a cui non è possibile pensare senza rimpianti, perché aveva la sua bellezza e la sua poesia: il culto della ragione, il rispetto della libertà, la fede nella giustizia (…) Noi riteniamo che il parlamentarismo abbia ormai assolto il suo compito; che cosa verrà dopo di esso? Nessuno può dirlo. Il giolittismo non è che un momento della grande evoluzione, da cui uscirà il nuovo regime politico di domani.”

Per molti versi il 5 luglio 1914 il parlamento liberale prende l’ultima vera decisione prima del buio della guerra e del fascismo.

Cronaca tricolore.

Il generale Cadorna, l'uomo giusto sessant'anni prima.

Il generale Cadorna, l’uomo giusto sessant’anni prima.

Ho il sospetto che anche nel 1914 le notizie principali fossero quelle di cronaca nera e rosa.

Il primo muore a Torino per una crisi cardiaca il capo di stato maggiore Alberto Pollio, triplicista convinto. Si è parlato anche di un complotto per sostituirlo con un generale meno filotedesco. In Italia nessuno muore perché sta male. Al suo posto viene nominato il 10 luglio il generale Cadorna. E’ stimato ma forse è rimasto un po’ indietro. Cadorna è diventato generale senza mai vedere un campo di battaglia. Il che, viste le catastrofi belliche subite dall’Italia, è quasi un merito. Cadorna ha una concezione della guerra di tipo tradizionale, “Avanti Savoia!” Tutti all’assalto e vinca il migliore. Non conosce flessibilità tattica né l’importanza dell’artiglieria nella guerra moderna.

Il 5 luglio il Casale batte la Lazio 7 a 1 in casa. La Lazio è coraggiosa ma manca di tecnica, astuzia e abilità. Ha un gioco molto semplice e scoperto, “bambino” secondo La Stampa. I giocatori sono individualisti, manca la squadra. Bravissimo il portiere laziale Serventi che resiste per 26 minuti agli attacchi piemontesi. Il primo tempo finisce 1-0 ed è un gran successo per i romani. Nel secondo tempo il Casale dilaga e infila sei volte la porta di Serventi. Il 12 la partita di ritorno a Roma. Con una squadra incompleta, il Casale vince 2 a 0 e si prende il suo primo ed unico tricolore.

Può una donna essere iscritta all’albo dei ragionieri? Il collegio dei ragioneri romani aveva iscritto all’albo Pierina Pavoni in Marconi, considerandola qualificata. Inoltre, pur essendo sposata, aveva dal marito “un’ampia e generica autorizzazione” a svolgere le sue attività. Il Procuratore generale si oppone. Ne nasce un caso giudiziario che approda alla Corte d’Appello di Roma. L’11 luglio la sentenza, a favore di Pierina, la prima ragioniera italiana. La corte afferma che i ragionieri non svolgono funzioni afferenti alla sovranità dello stato, che sono precluse alle donne. Una piccola vittoria. Per vedere la prima avvocata, notaia e magistrato dovremmo aspettare la Repubblica.

Il 12 luglio avviene il richiamo alle armi della classe 1891. La motivazione ufficiale è molto vaga. Il governo afferma di aver bisogno di truppe già addestrate, per lasciare alla truppa il tempo di terminare l’istruzione militare. Molti pensano che si tratti di un preludio per un intervento italiano in Albania, dove l’insurrezione contro il derelitto principe Guglielmo continua e si pensa fra le grandi potenze di sostituirlo. Altri sostengono che il governo si prepara a nuove insurrezioni anarco-sindacal-socialista, come avvenuto nella “Settimana rossa” di giugno. Nessuno dice che l’Italia si stia preparando a muovere con l’Austria contro la Serbia.

Simone Pianetti, lo stragista della Val Brembana.

Simone Pianetti, lo stragista della Val Brembana.

Il 13 luglio Simone Pianetti uccide sette persone a Camerata Cornello, Val Brembana, provincia di Bergamo. Il nord profondo, gretto e bigotto. Pianetti non era un poco di buono, aveva trascorso lunghi anni in America dove si era messo contro la mafia. Un uomo di principi, destinato a trovare poco spazio nella realtà del piccolo villaggio. La mattina del 13 si scatena la furia omicida. In poche ore uccide il medico condotto, il segretario comunale e la figlia, il calzolaio, il messo comunale, l’odiato parroco e una donna che l’aveva trascinato in tribunale. Dell’autorità costituita si salvò solo il sindaco. Terminata l’opera, Pianetti fugge tra le montagne. Parte una massiccia caccia all’uomo ma l’assassino non verrà mai più trovato.

Qualche giorno più avanti scoppia lo scandalo dell’ingegner Ulivi di Firenze. Nei mesi precedenti questo curioso personaggio, degno rappresentante della mai perduta abilità italica per la truffa, si era esibito in varie parti d’Italia con un apparecchio radio-balistico, un accrocco in grado di far esplodere ordigni esplosivi a distanza. Un’arma fenomenale, su cui aveva messo gli occhi l’esercito che la vuole testare. Il giorno prima dell’esperimento finale, rinviato più volte con molte scuse, l’Ulivi scompare, portandosi dietro 80.000 lire raccolte in sottoscrizioni e la figlia diciannovenne di un ammiraglio.

Il 22 luglio la squadra del Torino, guidata dall’allenatore Vittorio Pozzo, arriva a Genova da dove partirà in nave alla volta del Brasile per una tournée calcistica di due mesi.

Il Vate d’Italia

Mentre i diplomatici tessono trame di pergamena e polvere da sparo, il grande debitore d’Italia, il sommo poeta esagitato, sogna la guerra. Il 16 luglio Gabriele D’Annunzio scrive all’ambasciatore francese a Pietroburgo, Maurice Paléologue “viviamo in un’epoca infame, sotto il dominio della moltitudine e la tirannia della plabe (…) Mai prima d’ora il genio latino era caduto così in basso; esso ha totalmente perduto il senso delle energie altere e delle virtù eroiche; si trascina nel fango, si compiace nell’umiliazione (…) La guerra, una grande guerra nazionale, è l’ultima speranza di salvezza che gli resta. E’ solo attraverso la guerra che i popoli imbastarditi si arrestano nel loro declino, poiché essa dona loro infallibilmente o la gloria o la morte (…) Perciò questa prossima guerra che voi sembrate temere, io l’invoco con tutte le forze dell’anima!”

Un progetto di architettura di Antonio Sant'Elia (1888-1916)

La città nuova di Antonio Sant’Elia (1888-1916)

Verrà accontentato. E nel frattempo D’Annunzio verrà anche liberato dai suoi debiti. Il suo grande amico Luigi Albertini, direttore del Corriere della Sera, lo informa che la sua situazione finanziaria è definitivamente sistemata. Albertini non aveva lesinato sforzi per tappare le falle della follia spendacciona dell’esteta abruzzese. La bella notizia significa che D’Annunzio è libero di tornare in Italia quando vuole. Ma il ritorno deve essere coreograficamente sublime, spettacolare, altrimenti a che serve vivere?

Nel frattempo l’arte italiana passa attraverso le pagine de “Lacerba” che da Firenze, con gusto polemico e futurista, cerca di svecchiare il bel paese delle belle lettere e della noia accademica. Il primo luglio Lacerba parla dei due fratelli De Chirico, soprattutto di Giorgio, facendo presente la sua capacità di agire individualmente in una città convulsa e piena di fermenti come Parigi. “GDC esprime come nessuno l’ha mai fatto la malinconia patetica di una fine di bella giornata in qualche antica città italiana, dove in fondo una piazza solitaria. Oltre lo scenario delle logge, dei porticati e dei monumenti del passato, si muove sbuffando un treno, staziona un camion di un gran magazzino o fuma una ciminiera altissima nel cielo senza nuvole.”

L’11 luglio viene pubblicato il manifesto dell’architettura futurista scritto da Boccioni e Sant’Elia, uno degli ultimi geniali spin-off di un movimento che sta ormai esaurendo la sua forza innovativa.

Il ministro degli esteri, Marchese di San Giuliano, in abito da parata.

Il ministro degli esteri, Marchese di San Giuliano, in abito da parata.

Verso la guerra.

E arriviamo al 23 luglio. Pomeriggio. Il governo austroungarico consegna l’ultimatum a quello serbo. Quarantotto ore per rispondere. E’ stato scritto con l’intenzione di suscitare due sentimenti: o la capitolazione incondizionata oppure uno scatto di dignità. Ne provoca un terzo: i serbi chiedono aiuto ai russi e cercano di placare l’Austria senza perdere troppo la faccia.

L’Italia viene informata dell’ultimatum solo la mattina del 24, come tutte le altre potenze europee. Un bello sgarbo all’alleata trentennale. San Giuliano è a Fiuggi per le cure mediche della sua gotta. E’ già da tempo parecchio malato. Viene immediatamente raggiunto da Salandra e dall’ambasciatore tedesco Flotow. I tre uomini hanno uno scontro furibondo, almeno per gli standard dell’epoca, immaginiamo tra il tintinnare delle coppe di champagne. San Giuliano conferma che l’Italia non parteciperà ad azioni offensive insieme all’Austria. Ricorda che il trattato della Triplice Alleanza è solo difensivo. Lancia i suoi ambasciatori per cercare di mediare, appoggiando anche gli sforzi inglesi per una conferenza di pace, incoraggia i serbi a mostrarsi accondiscendenti con l’Austria.

Il giorno dopo San Giuliano riferisce al re con una nota con cui delinea la nostra strategia. L’Italia non sosterrà l’Austria a difendersi dalla Russia, se la Russia accorrerà in soccorso della Serbia. Il trattato non ci obbliga in questo caso. L’opinione pubblica non accetterà una guerra a favore dell’Austria ma non escludiamo di partecipare, purché ci siano riconosciuti adeguati compensi, alias il Trentino. In ogni caso, ci riserviamo il diritto di scegliere cosa fare, sulla base dei nostri interessi. E’ una dichiarazione programmatica che ci porterà fino al maggio 1915. Realpolitik pura che però sembra un po’ miope. L’Italia avrebbe potuto esercitare una maggiore e convinta influenza moderatrice sull’Austria, come aveva già fatto due volte nel 1913. All’epoca c’era il buon Giolitti.

Prima pagina de La Stampa del 29 luglio. Ancora due giorni e l'Europa sarà in fiamme.

Prima pagina de La Stampa del 29 luglio. Ancora due giorni e l’Europa sarà in fiamme.

Il 25 luglio l’Avanti! di Mussolini strilla “Abbasso la guerra!” Neutralità assoluta di fronte ad ogni guerra, strappiamo l’alleanza con la Triplice “Non un uomo! Né un soldo!” Ma i socialisti vengono scavalcati dall’incalzare degli eventi, non solo in Italia. Ovunque i partiti socialisti abbandonano l’internazionalismo e la solidarietà operaia per votare i crediti di guerra ai rispettivi governi. Mussolini ha chiara la situazione ma la direzione del PSI non si riunisce fino al 3 agosto quando è tardi. L’unica iniziativa è del gruppo parlamentare che il 27 luglio chiede una convocazione straordinaria della Camera, senza ottenerla. Anche i repubblicani, pur vicini agli irredentisti e fedeli al principio di nazionalità, non vogliono la guerra, qualunque guerra, tantomeno insieme all’Austria.

Ma è troppo tardi. L’infernale macchina delle mobilitazioni si è già messa in moto. Ogni stato cerca di battere in velocità l’altro creando un effetto valanga che nessuno saprà più controllare.

La sera del 28, ritenendo la risposta serba all’ultimatum non soddisfacente, Vienna dichiara guerra alla Serbia. Il giorno dopo la Russia avvia una parziale mobilitazione sulle frontiere austriache. La Germania mobilita le sue truppe e invita la Russia e la Francia a non intervenire. Il 29 luglio Cadorna consegna al ministro Grandi un piano operativo legato agli impegni italiani nella Triplice Alleanza e propone di inviare in Germania fino a 9 corpi d’armata, più di quanto previsto dai patti. Il 30 la Russia avvia la mobilitazione generale a cui segue un ultimatum tedesco che viene consegnato la sera del 31 a San Pietroburgo e contemporaneamente a Parigi. I tedeschi non intendono più trattare. Per evitare la morsa della Francia da occidente e della Russia da oriente devono attaccare per primi. Il giorno dopo l’Europa intera è in fiamme.

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