La follia d’amore: Saffo e le sue allieve

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Isola di Lesbo, patria della poetessa Saffo

Isola di Lesbo, patria della poetessa Saffo

Facendo zapping selvaggio in attesa di un’idea per parlare della “follia d’amore”, mi sono imbattuta in un film romantico (non chiedetemi il titolo, di solito mi addormento prima di aver capito chi sono i protagonisti), e ho seguito una smielata scena d’amore tanto irreale, da poterla trovare solo nelle fiabe per bambini. Pensando a questo ho deciso di rileggere le liriche di Saffo, per fare un confronto e rivedere il folle amore della poetessa di Lesbo. Quello che viene raccontato è amore. Un amore dolce, a volte celebrativo (una celebrazione che, a mio parere, Petrarca porterà all’esasperazione molti secoli dopo), ma propone anche alcuni momenti di follia, di gelosia che rendono più umano e meno “fiabesco” il desiderio. Il sentimento descritto da Saffo non riguarda solo lei, ma riguarda anche altri, come l’amore tra novelli sposi, che porta con se anche il sentimento di abbandono che prende la “padrona di casa”, che vede le sue allieve abbandonarla per seguire le regole della società. Saffo, infatti, dirigeva un “tiaso”, una specie di comunità chiusa o associazione, se la si volesse portare ai nostri giorni, nel quale le ragazze di buona famiglia venivano educate al canto, alla danza, alla lettura e alla poesia, in attesa di convolare a nozze. In un ambiente di questo tipo era più che normale e logico che nascessero sentimenti di affetto o desideri erotici tra allieve o tra allieve e maestre. Altrettanto logico e socialmente accettato era la preferenza bisessuale nei giovani, che potevano godere dell’amore di entrambi i sessi, fino al necessario rito nuziale. A volte questa scelta si protraeva anche dopo il matrimonio regolare. Detto questo si comprende anche come fosse possibile, per i poeti e i saggi greci, scrivere dei loro amori liberamente, inserendo anche nomi e riferimenti a moti di gelosia e desiderio di possesso, più che fisico, affettivo.
Il carme più rappresentativo e famoso del corpus saffico è il 31, con la sua minuziosa descrizione dei “sintomi” dell’amore, già conosciuti nei trattati di medicina dell’epoca.

Carme 31
Mi sembra pari agli dei quell’uomo che siede di fronte a te
E vicino ascolta te che dolcemente parli e ridi di un riso che suscita desiderio.
Questa visione veramente mi ha turbato il cuore nel petto:
appena ti guardo un breve istante, nulla mi è più possibile dire,
ma la lingua mi si spezza e subito un fuoco sottile mi corre
sotto la pelle e con gli occhi nulla vedo e rombano le orecchie
e su me sudore si spande e un tremito mi afferra tutta
e son più verde dell’erba e poco lontana da morte sembro a me stessa
E tutto si può sopportare, poiché [il testo decade e manca il finale]

La follia si svela al massimo grado, mostrando i sintomi del mal d’amore, ripresi e rielaborati, per molti secoli a venire, dai poeti romantici e soprattutto dai poeti Due Trecenteschi. L’uomo che siede accanto alla fanciulla desiderata non è pari agli dei per bellezza ma per fortuna, perché lui avrà l’onore di averla accanto a se come moglie, mentre la poetessa resterà lì, senza poterla seguire o trattenere.

Non solo in questo caso Saffo mostra la sua follia. Se gli eroi epici invocavano a gran voce gli dei per ottenere la vittoria e riempivano gli altari di offerte sacrificali, la donna chiama costantemente la dea dell’amore, perché pieghi di nuovo qualcuno al suo desiderio. Già dalle prime battute di un dialogo immaginario tra Saffo e Afrodite, la divinità sottolinea che non è la prima volta che viene chiamata in causa.

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Raffigurazione su vaso della poetessa Saffo mentre legge una sua poesia

Carme 1
Immortale Afrodite dal trono variopinto, figlia di Zeus, tessitrice d’inganni, io ti supplico:
non prostrare con ansie o con tormenti, o dea augusta, l’animo mio,
ma qui vieni, se mai altra volta, udendo la mia voce di lontano, le porgesti ascolto, […]
E subito giunsero, e tu, o beata, sorridendo nel tuo volto immortale, mi domandasti
che cosa di nuovo soffrivo e perché di nuovo ti invocavo,
e che cosa col mio animo folle che più di ogni altra si realizzasse per me.

In questo caso è Saffo stessa a darsi della pazza. Invocare continuamente gli dei per faccende umane era considerata una mancanza di rispetto nei confronti della loro immensa superiorità. La conclusione della lirica, però, mostra la magnanimità della dea che, di nuovo, accoglie le suppliche e le esaudisce. Tutto questo viene sovvertito dalla presenza di Eros e che è crudele e beffardo e torna a sconvolgere la vita, annebbiando la mente e stimolando i sensi e gli istinti. Tra i vari scritti della poetessa ne troviamo due esempi: i carmi 47 e 130.

Carme 47
Eros ha squassato il mio cuore, come raffica che irrompe sulle querce montane […]

Carme 130
Di nuovo mi assilla Eros che scioglie le membra, dolceamara invincibile creatura; ma tu, o Atthis, ti sei stancata di pensare a me e voli verso Andromeda [testo mancante]
In questo testo Eros tormenta i pensieri di Saffo, che denigra la giovane amante Atthis, dicendo che ha preferito Andromeda, figura ritenuta dalla poetessa la massima rappresentante della rozzezza contadina.
La confusione continua nel carme 51, dove Saffo dice di essere divisa tra due pensieri, forse tra due donne o tra un uomo e una donna, nulla lascia intendere a chi si riferisca. La cosa che interessa è la presenza del triangolo amoroso, che di nuovo destabilizza il soggetto.
Carme 51
Non so cosa fare: la mia mente è divisa fra due pensieri.
017_saffoAltra lirica, altro sconvolgimento, sia mentale che della situazione. Se, fino ad ora, abbiamo letto dell’amore per le sue predilette, ora è un giovane a far capolino nei testi saffici. La confessione arriva, non più rivolta ad un ipotetico lettore, ma direttamente alla madre.
Carme 102
Mia dolce madre non mi riesce di tessere questa tela: mi viene il desiderio di un giovane per volere della delicata Afrodite.
In tutti gli esempi che ho portato non si parla di una vera e propria follia, perché non è la perdita del senno che distingue l’amore saffico. C’è un tipo di follia che rallenta il pensiero, che piega la ragione e porta il cuore a dominare la mente. I sentimenti diventano i padroni del corpo e le sensazioni che si scatenano sono visibili e improvvise. La follia di Saffo arriva al culmine nella gelosia e nel dolore per la separazione dalle sue allieve. Le contraddizioni più forti si hanno proprio in questo passaggio, nell’allontanamento dalle ragazze. La poetessa, infatti, dimostra chiaramente le sue preferenze scrivendo a volte testi benaugurali per le nozze prossime, a volte testi di compianto e dolore, quasi fosse un’amante abbandonata a se stessa.
La figura maschile crea instabilità, la prepotenza di Eros che entra nella sua vita senza chiedere permesso e senza bussare, sconvolge la mente, e la “delicata Afrodite” ha l’ultima parola ed è l’unica in grado di dare forza o placare il cuore di Saffo. Se la follia più grande è l’amore, allora Afrodite fu, per la poetessa di Lesbo, la dea della pazzia.

 

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