Il calcio fantastico

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Dalla strada ai primi campi da gioco passando per i Mondiali

Sono nato nel 1985, anno in cui non ci furono Mondiali di calcio, perfettamente a metà strada fra gli anni ’80 e gli anni ’90 tanto che la mia generazione si porta dietro un po’ degli uni e un po’ degli altri. È la generazione degli ultimi reduci del calcio in strada, quello dei campi improvvisati, delle finestre rotte e dei palloni persi o bucati.

Non ricordo esattamente quando cominciò la magia, so solo che diedi i primi calci ad un pallone proprio davanti casa mia, con gli amici che popolavano il mio quartiere, tutti imbevuti degli ideali di un calcio fantastico, alla Holly e Benji, di cui cercavamo di imitare le gesta con risultati esilaranti e ferite varie a gomiti e ginocchia.

In quegli anni il calcio era tutto, legava e divideva, creava ammirazione, invidia ed antipatia. Cancelli o anche due pietre a terra facevano da porta, i palloni erano quelli che si riuscivano a trovare ma nessuno era veramente adatto alla strada: se il Super Santos era troppo leggero, quello di cuoio si sbucciava via via manco fosse una mela. Eppure a tutti i compleanni ci si faceva regalare sempre un pallone, di quelli visti in tv nei campi di calcio, salvo poi piangere per la sua dipartita dopo circa una settimana.

Il più bello e più atteso era il pallone dei Mondiali, nel caso della mia generazione quello del ’94 perché di Italia ’90 conservo solo l’immagine degli occhi strabuzzati di Totò Schillaci e le note di Notti Magiche grazie a qualche nostalgico che le ritrasmette ad ogni quadriennio mondiale.

Errore fatale.

Errore fatale.

Così, mentre fioccano le partite per strada, ha inizio il Mondiale ’94, quello americano. Sacchi è il nostro allenatore, non da tutti ben visto, Baggio la nostra stella, lo sappiamo perché i grandi lo ripetono in continuazione. Non abbiamo idea di come ci siamo arrivati a quel Mondiale, non sappiamo che esistono le qualificazioni, siamo l’Italia e dobbiamo vincere.

Incollati davanti la televisione tifiamo come pazzi e gridiamo di gioia ad ogni gol. All’inizio le cose non vanno bene e cominciamo a sentire le prime critiche al ct, non ne conosciamo i motivi ma basta questo a farci vedere Sacchi come un nemico. Riusciamo a passare, le critiche tacciono parzialmente, “perché non mette Zola?” dice comunque mio padre, così quando entra in campo con la Nigeria sono felice, ma dura poco la mia felicità perché viene espulso, forse papà si sbagliava. Passiamo comunque, grazie Baggio. Spagna, Bulgaria, passiamo ancora e arriviamo in finale. Tassotti non gioca, lo inquadrano sempre, ha dato una gomitata ad uno spagnolo, gesto da condannare e da non ripetere in strada.

Si gioca, si soffre, incitiamo Baggio, perché è la nostra stella, ma si va ai rigori. Sbagliano un paio che dicevano fossero forti, forse non lo erano davvero! Ma quando sbaglia Baggio si capisce che tutti possono sbagliare. E si piange, piangono i grandi in campo e quindi possiamo piangere anche noi.

Negli anni però la scena del rigore sbagliato la ripetiamo ogni qualvolta sbagliamo a calciare, mani sui fianchie testa bassa, proprio come Baggio. E con questa immagine dalla strada si arriva ai primi campi da calcio, così grandi e imperiosi.

Ci si mette in mostra, si crede nei sogni e non si smette mai di parlare di calcio. È una gara a chi ne sa di più. Così quando arriva il Mondiale del ’98 fioccano le riviste con tutte le formazioni delle squadre. Ne capisco più del ’98, so tutta la formazione, chi sono le stelle e così via. L’Italia all’inizio ci fa soffrire però passiamo il turno. C’è ancora Baggio, ma è vittima di un dualismo che fa bene solo ai giornalisti. Vieri segna, vorrei essere come lui. “È un vero numero 9” dicono, ma porta il “21” e io mi rammarico perché mi hanno dato il numero “11” nella squadra del paese; mi consola mio padre, “l’undici l’ha avuto Riva” mi dice ed io comincio ad apprezzarlo. Ma l’Italia arriva di nuovo ai rigori, con la Francia, quella di Zidane di cui tutti imitiamo i doppi passi e le giravolte. Non ho ancora una gamba forte e non riesco ad alzare il pallone come i campioni che vedo in tv, ma quando Di Biagio la butta in tribuna penso che forse è meglio così. La scena che si ripete ora è quella di lui che si lascia cadere a terra all’indietro, la ripetiamo ad ogni errore, con conseguente dolore di chiappe. L’Italia è fuori ma non piango più, ora mi arrabbio e critico.

Passano gli anni fra i campetti di periferia. Il calcio comincia a perdere un po’ del suo fascino, qualcuno degli amici smette, altri continuano, ma nessuno sfonda. Le dinamiche del calcio locale cominciano a stizzirmi, vedo ingiustizie e perdo passione, con questo spirito arrivo al 2002, Mondiale in Corea e Giappone. Ormai sono maturo e il calcio lo comprendo, sono un po’ disgustato dalla mia esperienza ma con il Mondiale passerà tutto. E invece no, di quel mondiale conserverò solo l’odiosa faccia dell’arbitro Moreno e l’immagine di un piccolo coreano che fa gol saltando dietro lo spilungone Maldini.

Tristezza, amarezza, il calcio non lo riconosco più, ma sono troppo grande per tornare a giocare per strada. Le squadre locali e le loro dinamiche mi hanno stufato e così smetto, giocherò solo a calcetto con gli amici, ma non è la stessa cosa.

Nostra nel 2006.

Nostra nel 2006.

Arrivo al 2006 troppo distante dal calcio, ma dentro di me brucia comunque una passione mai sopita. Io non vedrò mai l’Italia vincere un mondiale come mio padre nell’82, che tristezza. Così guardo questo Mondiale con sospetto, non esulto e non mi esalto mai troppo. Lo guardo con gli amici, così se perdiamo quanto meno rimarrà il ricordo di una serata in compagnia. Lippi mi piace, è stato l’allenatore della Juve, è uno tosto, ma la nazionale fa storia a sé. Vinciamo e continuiamo a vincere ma nessuna stella esce fuori sopra gli altri, come potremo mai farcela senza un Baggio che ci prenda per mano? Eppure continuiamo a vincere e quando con la Germania Grosso diventa il nostro eroe capisco che è un nuovo calcio questo, si può vincere senza una stella che ci trascini. Si arriva alla finale, ancora la Francia, ancora rigori, maledizione! Ma, visto che il calcio è cambiato, magari riusciamo a vincerlo anche noi un Mondiale ai rigori. Tutti segnano nessuno sbaglia, arriva sul dischetto Trezeguet, lui di solito non sbaglia mai… Traversa! Dai che ce la facciamo! A chi tocca l’ultimo rigore? Al nostro eroe, Grosso, non c’è nemmeno bisogno di guardare, è tutto così magicamente perfetto. È il tripudio, ora anch’io so cosa significa vincere un Mondiale.

E capisco anche che il calcio è come la vita, ti può buttare giù, ma quando meno te l’aspetti ti si presenta l’occasione per rialzarti e tornare ad essere un vincente. Pertanto i Mondiali 2010 e 2014 sono un susseguirsi di critiche e arrabbiature, ma sono consapevole di quanto tutto ciò faccia parte del mondo del calcio e so che non scenderemo mai troppo in basso da non avere più l’occasione per tornare a trionfare.

 

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