I fantasmi di Joele e Davide

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Generazione perduta.

La sbornia dello spread, le alchimie macroeconomiche, i disastri microeconomici, i nuovi commissari tecnici della finanza, hanno disinnescato gli strumenti per comprendere la realtà.

I media, e di conseguenza la politica, si sono ridotti a discutere e informare – male – di equilibri di bilancio o tassi di cambio rendendo seducente la materia. C’è il santone che illustra – come un Savonarola di risulta – gli sconquassi dell’Euro; c’è il grafico del sondaggista; l’economista emigrata/o che “in America, a differenza dell’Italia…”; il politicante esperto di materie economiche; il conduttore che allarma.

L’economia, con la grande crisi europea, è divenuta un genere di consumo. Un prodotto da palinsesto mediatico, il primo punto di ogni programma per le comunali, le regionali, le politiche, le europee.

Da campo tecnico, esclusivo per analisti e addetti del settore, l’economia in senso lato ha lo stesso valore dei casi di cronaca nera che infestavano le televisioni e il dibattito pubblico ad inizio del secolo – da Novi Ligure alla Franzoni fino ad arrivare alla Perugia insanguinata della glaciale Amanda Knox.

Temi trattati come simulacri fascisti, assolutori, buoni per il tutto, ad escludere la complessità del reale.

Da sempre, nel mondo occidentale e in Italia, i casi di cronaca nera, dal delitto Montesi a quello del Circeo, furono utilizzati dagli intellettuali del dopoguerra per una speculazione filosofico-realistica sul loro Paese: i undiciluglio 2cambiamenti, le dimensioni sociali, i linguaggi culturali. A sangue freddo.

In seguito, la cronaca nera fu presa a pretesto, per lo più dai talk show e dai programmi di approfondimento giornalistico, come moltiplicatore merceologico di valore: soldi. Vespa mostrava il plastico o i particolari scabrosi, non per l’ansia di discernere il Paese (come gli intellettuali di cui sopra), ma per meri fini economici. Fanno audience e il pubblicitario compra gli spazi. Niente di scandaloso, sia beninteso, ma fuori da ogni tipo di crisma culturale e informativo.

Nel 2014, e da qualche anno a questa parte, la cronaca nera ha smesso la suddetta funzione - ormai trasferita in programmi specialistici - risultando assente nel dibattito politico, e sostituita, per l’appunto, dalle “chincaglierie” economico-finanziarie. Lo spread, tra trent’anni, diverrà, nei racconti dei padri, qualcosa di simile all’austerity da petrolio degli anni Settanta; o i giovani, come categoria, degli anni Sessanta.

Giornalisti mainstream e politici hanno dovuto riadattare il loro linguaggio con termini mutuati dalla Borsa, dal giornalismo di settore, dalle aule lucide degli hedge fund. Tutti conoscono, talvolta appena superficialmente, i concetti o i termini che, prima dell’inizio della grande crisi europeo-americana, contavano niente.

Naturalmente l’economia così rappresentata non è un’allucinazione mediata ad arte dal potere. La realtà che essa produce è tangibile, senza dubbio. Molte delle informazioni sono veridiche - alcune, panzane sesquipedali -, ma il Pil e la nuova Imu (solo due esempi tra innumerevoli) diventano strumenti per comprendere il mondo. Le cause della crisi, ossia il mondo, vengono dispiegate attraverso il debito, il deficit, i tassi, il default ecc.

Eppure la realtà si muove! È completamente diversa dall’economia, e lo fa senza nessun interesse per l’agenda politica o mediatica, ripercuotendo i suoi sintomi sulla quotidianità delle vite. Fuori dall’attenzione, la realtà conta ancora di più ed è l’unica ad incidere. Non c’è un attimo della vita di un essere umano che non venga influenzato da ciò che accade nelle ore del giorno, piuttosto che l’ultima dichiarazione del premier o dell’oracolo di un fondo monetario o di un ente transnazionale.

imagesLe vicende di Jole Leotti e Davide Frigatti, assurte all’altare ormai minimo della cronaca nera – perciò relegate fuori dal “centro dello spread” - passano a beneficio di tutti. In televisione ne hanno parlato poco, rari spazi in altrettanto rari programmi specialistici. Per niente sono state trattate dalla politica. Per nulla sono diventate argomento di ruminazione dell’opinione pubblica. Non così seducenti come Yara e Bossetti – lì c’è la provincia placida e calma che nasconde mostri (da Twin Peaks a Desperate Housewives gli americani hanno saputo trasformare i delitti nel racconto della nazione più profonda).

Non strombazzate come Ruby e il Silvio pregiudicato – lì c’è il potere e il sesso, da sempre archetipi del racconto dell’uomo.

Joele Leotti e Davide Frigatti sono morti. Uno per davvero, ammazzato da un branco di lituani nella contea del Kent, in Inghilterra; l’altro, forse, di più. Vivo per l’anagrafe, deceduto per una sua possibile, e ormai negata, realizzazione sociale. Ha ucciso un uomo e ne ha feriti gravemente altri due a Cinisello Balsamo (provincia di Milano), in preda ad un raptus come il Travis Bickle di Taxi Driver, rasato come Bob De Niro, nudo per le strade della sua città come un Cristo vendicatore – quindi irreale. Urlava: “Sono libero!”

Il Re è sempre più nudo, tuttavia non ce ne accorgiamo.

Joele Leotti

Joele Leotti

Joele, lavapiatti, emigrato in Inghilterra come tanti ragazzi della sua generazione. Davide, pubblicitario, precario, senza famiglia, tuttavia a casa dei genitori, come tanti ragazzi della sua generazione. Una famiglia innaturale, perché a 33 anni, nelle Italie passate, un uomo aveva la sua famiglia.

In questi casi, la sociologia e la psicologia si fanno spiccioli. Effetto specchio, dicono gli psicologi, perché Davide ha preso spunto dal clandestino Kabobo; guerra tra poveri, discettano i sociologi, perché Joele lavorava insieme al suo amico nel ristorante italiano Vesuvius, colpevole di essere italiano al cospetto di lituani che si sentivano esclusi. Esclusi, quindi vendicativi.

Sono due storie di emarginazione, di ultimi che arrancano, di uomini talmente lontani dalle patinate pagine dei giornali di epoca renziana che mai sarebbero abbindolati dai discorsi su Telemaco; infatti Telemaco non aspetta, va via. Fuori dal suo Paese, o nell’abisso della follia.

Due drammi che superano l’omologazione e non possono neanche essere spiegate con l’alienazione. Due “giovani” e due percorsi di vita che parlano molto di più dell’Italia, rispetto a una relazione dell’Istat o a un annuncio di un ministro dell’Economia. Due ragazzi della generazione perduta.

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. fiorella modeo

    Questi casi che appaiono defilati sui mezzi di comunicazione sono le urla di un corpo sociale inascoltato da cui si prendono le distanze quasi a voler esorcizzare un presente che ci rifiutiamo di guardare perchè ci fa troppo paura.

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    • Flavia

      o non credo che la gente abbia paura. Tutte le volte che si parla del futuro vedo tutti ottimisti, mi sento una Cassandra. Io ho paura, sì, tanta paura del futuro. Io che non ho mai avuto paura adesso vivo nel terrore, ma non perché improvvisamente mi sono accorta che c’è la crisi economica, penso che potremmo vivere con molto meno di ciò che abbiamo. Penso che, spesso, l’opulenza serva a colmare l’immenso vuoto che ci hanno scavato dentro deridedo i nostri valori, trattandoci come disarmati Don Chisciotte.
      Ricordiamoci che Don Chisciotte non era un pazzo, era uno che vedeva oltre, e, soprattutto portava con orgoglio avanti la battaglia per la conservazione di quelli che erano i suoi valori.
      Ma forse siamo rimasti davvero in pochi ad aver affrontato un tale tomo, a tratti, devo riconoscere, noioso perché quello che è difficile da comprendere o da comprare in questo vuoto diventa noioso. Non c’è più la sfida del guardare oltre.
      Io mi sento come se fossi passata dentro un gigantesco tritatutto e cerco di ritrovare il senso, il bandolo di questa complessa matassa, ci provo davvero.
      Sono solo una povera Don Chisciotte oltretutto donna, che svolge una professione che non é mai stata ben considerata in questo paese, fuori posto perché eccede di conoscenze, di coscienze e di intelligenze ed ha la presunzione di guardare oltre, rimettendosi in gioco, ma oltre non vede quasi nulla, ogni tanto sente la comprensione di chi vive con lei, incontra qualcuno che la sostiene, qualche Sancho Pancha c’è ancora…poi si guarda indietro e si chiede: ma dove sono tutti quelli che cercavano quello che cercavo io. Quelli che condividevano l’idea che bisognasse andare avanti, avanti…molti si sono fermati a coltivare il proprio giardinetto, molti, troppi… e allora non voglio più guardare indietro la sfida è avanti, coerentemente avanti, finché tutto non sembrerà più nitido.
      Sveglia Sancho, cercare di salvare il mondo è nostro dovere! Laggiù si intravede qualcosa di mostruoso il nostro dovere è combattere finché avremo la forza di andare avanti, avanti…troppo avanti, disperatamente avanti…

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