Che gli dei ti proteggano

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Che gli Dei ti proteggano, maledettissima testa di cazzo.

La prima notte d’estate, la senti sulla tua pelle, fottutisimo idiota? Te li senti i vestiti appiccicati addosso e l’aria condensata sulla faccia come una maschera di ferro? Sembra adesso, quella notte, ottuso figlio di puttana. Tu te la ricordi quella notte? No, certo che non te la ricordi. Un gioco, per te, un evento senza peso e un gesto senza senso come i tanti di cui fai collezione nella tua vita. Io invece di quella notte ricordo i fotogrammi. Di quella notte potrei dirti gli odori che si susseguirono, minuto dopo minuto. Potrei dirti a che ora tramontò sul tuo lurido sguardo da bambino ipocrita e il preciso istante in cui albeggiò sul tuo sorriso obliquo, insoddisfatto e annoiato, come sempre.

Di quella notte ricordo i centimetri della mia pelle che le tue dita svogliate sfiorarono, il numero esatto dei bottoni con cui giocherellasti. Ricordo ogni tuo singolo, atroce, silenzio. Ricordo come ti alzasti dal letto, la mattina, il modo in cui le molle cigolarono come a dire “è finita”. Ricordo la cura che prestasti nell’allacciare le tue belle scarpe e ricordo che non mi guardasti negli occhi. Te ne andasti e basta, come a dire, “addio”. Venere inclemente, perché siamo costretti ad amare ciò che ci fa male? Come ci permettiamo di ignorare in modo tanto sfrontato il principio di protezione della vita? Perchè non succede come quando mettiamo la mano sul fuoco e subito la ritraiamo per il dolore? Perché per noi esseri tracotanti diventa un bisogno tenere la mano ferma su quella fiamma, ustionarci? Credo ci sia una tendenza dell’umano a godere anche e soprattutto di un godimento tossico. E tu eri la mia dipendenza nociva, la mia dolce minaccia alla vita, la mia droga di miele.

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“Tu eri la mia dipendenza nociva, la mia dolce minaccia alla vita, la mia droga di miele.”

Continuai a farmi del male, sai? Soprattutto dopo, quando te ne eri ormai andato, rivoltante bastardo, e io mi ridussi a una sagoma camminante, spoglia di ogni desiderio che non fosse quello per te e viva solo per continuare a desiderare te. Il desiderio, mi pare, era diventato tutt’uno con la mia persona. Mi svegliavo desiderando di tornare al sogno appena fatto, in cui c’eri tu e io che ti desideravo, e ciondolavo tutto il giorno aspettando di poterti desiderare ancora durante la notte. Aspettavo le tue parole come acqua, come ossigeno. Ti ricordi, i fiumi di caratteri intrecciati tra loro che ti scrivevo? No che non te li ricordi, inutile testa di cazzo. Neanche so se li leggesti. Tracimavano bisogno e venerazione e umiliazione. Buoni Dei, come ho potuto ridurmi così? Non avevo alcuna cura di chi fossi, di quanto mi stessi rendendo ridicola agli occhi tuoi e degli altri. Che ridessero pure, che mi chiamassero debole! Sai cosa importava a me! Ero debole, sì. E fragile e stupida e priva di orgoglio. Nel mondo in cui vivevo allora non c’era più spazio per cose come l’amor proprio, c’eri solo tu. Se non potevo averti mi sarei spenta, e allora tanto valeva spegnermi nel tentativo di riaverti. Non dovrei usare questo verbo, “riaverti”. Non ti ho mai avuto, lo so. Tu hai avuto me, ma io non ho mai neanche sperato di avere te. Neanche nei nostri giorni più belli, quelli della primavera.

Ci crederesti, odioso bastardo, che non feci altro che aspettare una tua parola, per tutto il tempo in cui fosti via? E quando arrivavano, diventavo felicità pura. In confronto alle mie umilianti e lunghissime lettere, i tuoi erano telegrammi anemici. Ma mi dicevi che stavi bene e tanto a me bastava. Potevo passare le ore a leggere quelle cinque parole che si ripetevano ciclicamente “Qui tutto bene, a presto”. E mi bastavano per settimane. Eri il mio metadone a lento rilascio.

Non so se tu mi ritenessi talmente stupida da non accorgermi di nulla. Ma io non avevo mai avuto dubbi. Stavi scopando altre donne, stavi esplorando nuove vite. Non mi avevi mai amata, era ovvio. E’ solo che, buffo no?, per me non faceva alcuna differenza. Sapevo anche che passavi le tue mani altrettanto svogliatamente nei nodi biondi dei loro capelli, sapevo che non amavi quelle nuove donne né quelle nuove città. Lo avevo capito già da tempo che tu amavi unicamente te stesso. E andava benissimo così, mi dicevo, perché anche io amavo solo te.

Non tornasti, comunque. O meglio, tornasti ma non eri più tu. Ti parlavo e tu scappavi nella tua testa, rispondevi a monosillabi. E’ incredibile pensare con quale ottusa ostinazione l’inconsapevole cupido ricciuto avesse velato i miei occhi: ti avrei voluto anche così, avrei preso quel che restava di te. Quella piccola parte di te che non avevi lasciato lunga la tua strada, e che spasimava scalpitante per tornare ad essa.

Tu te lo ricordi il momento esatto in cui finì quello che non era mai iniziato? Forse non esiste questo momento, a pensarci bene. Forse per te finì quando accostasti le tue labbra alle mie per la prima volta. Mi domando spesso cosa stai facendo. Non hai idea del sollievo che mi dà non sapere più come tieni i capelli, se le tue belle scarpe sono sempre le stesse, con quali libri adesso riempi la tua testa di stronzate, con quali droghe ti consoli, se il tuo sorriso è ancora obliquo e annoiato come un tempo. Allora la tua mente era lontana chilometri da me, ora il tuo corpo l’ha raggiunta. Tanto meglio, non ho più alcuna intenzione di vedere i tuoi occhi odiosi. Non passa giorno in cui non mi auguro che la terra che adesso ti ospita ti inghiottisca, che ti veda sbandare perso per le sue strade. Non passa giorno in cui non desidero che tu trovi una persona per te più cara della luce, che arrivi ad avere solo lei negli occhi e nel cuore e che lei ti ricopra della stessa sprezzante indifferenza di cui tu ricopristi me. Non passa giorno in cui non desideri la tua scomparsa sotto i raggi del sole, inutile infame. E soprattutto non passa giorno in cui non attenda pazientemente che tu dimostri almeno un po’ di cortesia e te ne vada dalla mia mente.

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“Ogni volta che mi accosto alla consistenza ruvida dei miei ricordi, io muoio.”

Perché il tuo ultimo dono è stato questo: ogni volta che mi accosto alla consistenza ruvida dei miei ricordi, io muoio. Forse non già perché sia un dolore recuperare i nostri momenti più dolci e quelli più amari, quanto perché sia impossibile ammettere che, dopo tutto questo tempo, maledettissimo amore mio, non ho smesso un istante di pensare a te.

“Allora l’infelice Didone, atterrita dai fati implora la morte; odia guardare le volta del cielo. […] Che dico? Dove sono? Che follia mi sconvolge la mente? Non potevo sbranare il corpo e disperderlo nell’onde? E uccidere col ferro i compagni e lo stesso Ascanio, e imbandirlo sulla mensa del padre? […]Ma, agitata e sconvolta per il suo feroce proposito, Didone, volgendo gli occhi sanguigni e con le guance tremanti cosparse di macchie e pallida per la morte futura, irrompe nelle stanze più interne della casa e sale sull’alto rogo furibonda e sguaina la spada troiana e impresse la bocca sul letto[…]”
Eneide, Libro IV

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

11 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Viviana Alessia

    Sì, è vero : la storia dell’ amore non corrisposto è vecchia quanto il mondo. Non per questo è meno importante e degna di essere narrata ogni qualvolta si ripete, nello strazio che provoca, nei sentimenti alterni e forti che l’ accompagnano. Vivere un amore non corrisposto è una condizione tragica, una condizione in cui si possono spalancare gli abissi più inaspettati dell’ anima. La gioia d’ amore negata è pericolosa, può portare lontano da sé stessi, da ciò che si è stati, da ciò che vorremmo essere. E andare lontani da sé non è un percorso abituale. È una strada sconosciuta, irta si sentimenti inaspettati che vincono ogni spazio di ragione, di mediazione, di moderazione. Chi non ama veramente non può capire.
    I sentimenti umani non cambiano col mutar delle epoche e dei costumi sociali. C’ è stata Didone, c’ è stata Medea. Le mitologie ci offrono esempi di donne capaci delle azioni più orribili perché prede di amore e passione non corrisposti. Non bisogna sottovalutare i messaggi spesso oscuri che le mitologie ci consegnano: l’ animo umano è complesso, è imprevedibile, è oscuro. È fatto di luci abbaglianti e di pozzi profondi dove regna indomabile il buio della ragione. E se non si vuol raccogliere l’ antropologia e la psicologia del mito, si deve avere l’ accortezza e l’ umiltà di leggere dentro la Storia e le pagine di cronaca che ci sbattono sotto il naso tutti i giorni dell’ anno.
    Forse l’ amore, o ” l’ onore ” , ferito di un uomo porta più frequentemente le sciagure che ben conosciamo. L’ amore negato ad una donna non ferisce onore, non ferisce l’ immagine sociale della donna, non ferisce nemmeno il senso che la donna ha di sé : ferisce spaventosamente il cuore, la passione profonda e i sentimenti più primordiali che guidano la donna verso la vita, verso il dono totale di sé, verso l’ istinto misterioso che la porta a voler proiettare nel futuro la vita dell’ uomo che ama, oltre ogni umana razionale comprensione.
    Non trovo per niente superato, o peggio una lamentevole cavolata, questo bel racconto che ci ricorda che esistono cose in noi che nemmeno immaginiamo, che pretendiamo di negare magari solo perché oggi l’ amore è considerato molto frequentemente un evento ovvio e banale da prendersi come la lametta usa e getta. Il vero Amore porta con sé una passione che non si lascia gettare nell’ indifferenziata. Il vero Amore è una lama sottile che taglia in profondità, quella profondità che la gente sottovaluta, che magari pensa di non avere o di dominare con la logica, la parola, il razionalismo filosofico o sociologico o psicoterapeutico. No. Esistono in noi luoghi in cui alla parola, al logos, alla comprensione non è dato entrare. Così come non possiamo veramente penetrare e comprendere il mistero della Vita, così come il nostro pensiero può solo scalfire con teorie e formule che son solo sue l’ Immensità che veglia muta le nostre notti.

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  2. ELENA

    …..Tutto cosi’ tristemente vissuto…..sensazioni….emozioni….pensieri…..dolorasamente intensi…..i ricordi non muoiono mai…..

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