Cento anni di Bartali

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Il 18 luglio 1914 nasceva Gino Bartali. “La strada del coraggio” di Aili e Andres McConnon ricostruisce il suo ruolo essenziale nel salvare gli ebrei italiani durante la guerra.

Alla presentazione del libro a Roma lo scorso giugno ho chiesto all’autrice, la giornalista canadese Aili McConnon perché ci è voluto uno straniero per raccontare la storia di uno dei grandi campioni italiani. Lei ha risposto, un po‘ svicolando dalla domanda, ma con una buona dose di ragione, che spesso gli stranieri offrono una prospettiva più distaccata sulla storia italiana.

Come darle torto.

Ma la domanda continua a ronzarmi in testa. Con tutti i libri sul ciclismo, come mai a nessuno è venuto in mente di scavare nel passato, oltre il silenzio con cui Ginettaccio ha nascosto, con comprensibile pudore, la sua partecipazione alla resistenza?

I fratelli Mc Connon, canadesi. Tre anni alla caccia dello sfuggente Ginettaccio.

I fratelli Mc Connon, canadesi. Tre anni alla caccia dello sfuggente Ginettaccio.

Non mancano da noi ottimi giornalisti di sport, come Gianni Mura ed Eugenio Capodacqua. Mancava chi unisse tutti i fili perduti delle storie di quell’anno terribile, tra l’8 settembre 1943 e l’11 agosto 1944, data della liberazione di Firenze. Forse era davvero necessaria una persona da fuori. L’hanno fatto i fratelli McConnon. Per tre anni hanno svolto ricerche d’archivio, hanno intervistato decine di persone in Italia e in Israele per far tornare alla luce il ruolo essenziale di Gino Bartali nella rete clandestina che salvò centinaia di ebrei.

Gino Bartali, nato cento anni fa il 18 luglio 1914, morto a Firenze a 86 anni. Tre Giri d’Italia. Due Tour de France, uno nel 1938, il secondo a dieci anni di distanza, dopo la lunga inattività della guerra. Ma per la sua più grande impresa, Gino ha avuto riconoscimenti solo dopo la morte. Non li cercava, non li voleva. Nel 2005 la medaglia d’oro al valor civile per il salvataggio degli ebrei durante la seconda guerra mondiale. Nel 2011 il riconoscimento come “Giusto tra le nazioni” dal museo dell’olocausto di Gerusalemme, lo Yad Vashem, titolo che ricorda i non ebrei che si adoperarono per salvare gli ebrei. Bartali non amava parlare della guerra. Non riteneva di aver fatto molto o di aver sofferto come tanti altri.

Schivo per natura, nato e rimasto umile, sospettoso di una popolarità che in Italia procura solo invidia, c’erano poche testimonianze di cosa avesse fatto. Fu il cardinale di Firenze Dalla Costa, già noto per le simpatie antifasciste, a coinvolgere Bartali subito dopo l‘8 settembre. Il prelato gli chiese di diventare la staffetta che trasportava i documenti falsi prodotti nella tipografia di Luigi e Trento Brizi ad Assisi per consegnarli al padre francescano Rufino Niccacci. Bartali doveva percorrere centottanta chilometri da Firenze ad Assisi, fingendo di allenarsi in vista di un’improbabile ripresa delle gare in primavera. La sua notorietà poteva essergli utile per superare i posti di blocco come essergli di intralcio.

Il cardinale Della Costa. Antifascista, nel 1938 rifiutò di incontrare Hitler a Firenze.

Il cardinale Della Costa. Antifascista, nel 1938 rifiutò di incontrare Hitler a Firenze.

Bartali protesse personalmente anche la famiglia Goldenberg, suoi vecchi amici, sistemandoli prima in casa poi, a causa dei frequenti rastrellamenti dei nazifascisti, spostandoli in una cantina buia e fredda in Via del Bandino, dove c’era spazio solo per un letto matrimoniale e per una vita ridotta a pura sopravvivenza. I Goldenberg superarono la guerra. Giorgio, il ragazzo più giovane, ha raccontato per la prima volta la storia della sua famiglia ai McConnon.

Era un attività rischiosissima. E nel luglio 1944 Gino Bartali viene arrestato per un sospetto. E’ un momento in cui la liberazione sembra vicina. Gli alleati stanno dilagando in Italia centrale. Roma è stata liberata il 4 giugno. Assisi è stata raggiunta dagli angloamericani il 17 giugno: i Brizi coprono i manifesti di propaganda mussoliniana con un nuovo slogan “Gli ebrei d’Italia hanno sangue italiano, spirito italiano e genio italiano”. Parole che potremmo scrivere, oggi, nei confronti degli italiani nati e cresciuti nella penisola, anche se di pelle diversa. Malgrado i tedeschi siano in ritirata i massacri continuano. Il 17 luglio una banda fascista uccide quattro adulti e un bambino nel quartiere di San Frediano a Firenze. Altri scompaiono. Gli assassini sono agli ordini di Mario Carità, una banda “composta da duecento depravati”, tra cui criminali sadici e malati mentali, particolarmente efficace nella repressione del movimento di resistenza, con un sinistro centro di prigionia e tortura.

La guerra civile non fu evitata per la vittoria di Bartali al Tour ma senz'altro distrasse gli italiani e li calmò.

La guerra civile non fu evitata per la vittoria di Bartali al Tour ma senz’altro distrasse gli italiani e li calmò.

In luglio Bartali viene convocato da Carità nel suo covo a Villa Triste, circondata da una fama terribile. Carità vuole sapere cosa sta facendo Bartali. Ben pochi possono sperare di salvarsi da Carità. Sua moglie Adriana, incinta e con un figlio piccolo, si consuma per tre giorni nell’angoscia. Dopo il primo interrogatorio Bartali viene spedito in cella dove passa due giorni nella semioscurità a macerarsi nel terrore, tra le urla dei torturati. Bartali prova a difendersi. Dice che stava raccogliendo cibo per gli sfollati. Lo salva uno dei sicari di Carità che dice “se Bartali ha detto caffè, farina e zucchero è proprio caffè, farina e zucchero. Lui non mente…”

Il libro dei McConnon non parla solo degli anni della guerra. E’ una biografia che racconta con ampi particolari, e non comuni doti narrative, l’infanzia del grande campione, le sue vittorie al Giro e al Tour, la sua profonda avversione al fascismo, che nasceva da un umile ed intimo sentimento religioso. Racconta anche l’episodio della vittoria di Bartali al Tour del 1948, che contribuì a calmare gli animi dei comunisti italiani dopo l’attentato a Togliatti.

Cogliamo la paura ed i dubbi, temperati dal richiamo a fare la cosa giusta, a non tacere mentre la gente, la sua gente, moriva. L’eroismo non è fatto di gesti vuoti, di stampelle lanciate su una trincea, di inutili morti attorcigliati ad una bandiera. E ciò che resta quando si è messa da parte la paura, per aiutare persone sconosciute, con cui riconosciamo un legame forte quanto quelli familiari. La storia di un uomo comune, ancora viva tra di noi.

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L’affascinante legame tra l’Italia del XX secolo e il ciclismo è ricostruita dallo storico inglese John Foot “Pedalare! Storia del ciclismo in Italia”, qui intervistato dall’Undici.

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