11 recite di Bohème

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Come si prepara una recita di un’opera di Puccini o di Verdi? Quanto tempo ci vuole? Servono davvero tutte quelle prove?

Molte volte mi hanno fatto queste domande, ma ancora più spesso non me le hanno fatte, perché chi va ad assistere ad una recita, trova già il prodotto finito, il pacchetto confezionato e non immagina nemmeno lontanamente quale tipo di lavoro ci sia dietro. In una produzione media, lavorano decine e decine di persone, sia davanti alle quinte che dietro, e ciascuno di essi necessita di provare e riprovare molte volte quello che dovrà poi fare in tempo reale, quando i riflettori saranno accesi per il pubblico. Prendiamo la Bohème di Puccini. Il primo ad iniziare a studiare, o ripassare se già la ha diretta, sarà il direttore d’orchestra, cioè colui che avrà in mano il timone del comando. La partitura di Bohème è complessissima e il Maestro la deve dominare perfettamente, conoscerla nei minimi dettagli per darle una propria impronta e idea

Se si tratta di una produzione nuova (cioè non di una replica), molto presto iniziano il loro lavoro anche coloro che si occupano di scene e costumi. Seguendo le direttive del regista e dello scenografo che hanno dato una particolare ambientazione alla scena (tradizionale nella Parigi del 1830? ai giorni nostri? futurista?), studieranno e costruiranno delle scene che si adatteranno al palcoscenico del teatro o arena dove si andrà ad eseguire e confezioneranno dei costumi di scena per chi sarà in palcoscenico.
Aldo_2Contemporaneamente a loro, inizieranno a studiare (o spesso solo a ripassare, visto che si tratta di un’opera di repertorio) gli spartiti i cantanti solisti, che dovranno, vi ricordo, sapere tutta la loro parte, parole e note, a memoria. Solitamente ogni cantante ha un pianista che lo accompagna, suonando la parte dell’orchestra ridotta per pianoforte. Molto presto inizieranno a studiare a memoria gli spartiti con i loro maestri anche i coristi che hanno in Bohème una parte molto importante. Ah, c’è anche un coro di voci bianche e dunque anche i bambini inizieranno con i loro maestri a studiare i loro spartiti. Ben presto, inizieranno lo studio degli spartiti anche gli orchestrali: chi non la ha mai suonata, si trova inizialmente davvero spiazzato. Tutte le opere di Puccini sono difficili, ma è una difficoltà molto gratificante. Qualche compositore scrive difficile per il gusto di mettere in crisi il musicista, senza un vero progetto musicale. Ogni nota di ogni strumento di Puccini, chi segue i miei articoli lo sa già molto bene, dà a chi la suona l’impressione che sia decisiva. Sembra sempre di avere una parte importante e ogni riga anche molto complessa, dà comunque sempre l’impressione che non sia fine a se stessa, ma che sia parte di un tutto perfettamente congeniato.

Ci avviciniamo alle prime prove in teatro tutti insieme. I primi sono i solisti che provano con i maestri accompagnatori al pianoforte le loro parti, già sotto lo sguardo attento e le direttive del direttore d’orchestra. Contemporaneamente provano anche tutti movimenti in scena voluti dal regista. Fare le due cose bene insieme, spesso non è facile. Ho assistito a diversi battibecchi fra registi che desideravano movimenti particolari che però non consentivano una tranquillità adeguata per cantare un passo. In questi casi, quasi sempre, è il direttore d’orchestra alla fine a spuntarla.

Ecco il coro: anche i coristi provano le loro parti con i pianisti e i loro movimenti. E poi, finalmente, arriva l’orchestra. Si inizia a suonare l’opera senza cantanti: le cosiddette prove di lettura (uno, due, tre o più giorni, a seconda della difficoltà dell’opera e del budget a disposizione della produzione). La prova successiva è l’italiana, cioè orchestra e cantanti insieme, ma senza movimenti scenici. Eccoci poi alle prove cosiddette di insieme, quando cioè si inseriscono anche i movimenti della scena. Fino ad arrivare alla antegenerale, una recita da capo a fondo, già tutti in abiti di scema, dove si cerca di non fermarsi mai qualunque cosa succede e poi alla generale, che negli ultimi tempi un po’ ovunque è diventata una sorta di anteprima. Alla generale molto spesso sono invitati ad assistere giornalisti, parenti e amici degli artisti, facendola diventare in tutto e per tutto una vera e propria recita aggiunta.
Arriviamo finalmente alle recite. Chi lavora dietro le quinte? Tecnici luci, audio, facchini, parrucchieri, truccatori, montatori e maestri collaboratori. Sono questi ultimi che, seguendo la loro partitura, indirizzano i cantanti solisti, i coristi o le comparse, ad uscire in quel momento da quel lato dal palco come indicato esattamente dal regista. Sono loro che comandano ai tecnici luce di accendere o spegnere quelle luci in quel momento perché siamo esattamente arrivati in quella scena. Sono loro che, seguendo un monitor di servizio da cui vedono, spesso malamente, il maestro, dirigono il coro o un solista quando canta fuori scena. Sono loro che danno l’attacco per aprire o chiudere il sipario, che fanno trovare pronto al cantante che deve uscire un attimo da un lato del palcoscenico, un bicchiere, una lettera o un fucile, che suggeriscono una battuta a un cantante se per caso ha una amnesia.

Aldo_1Alla fine gli applausi (o i fischi) sono per la soprano e il tenore, un po’ meno per il maestro, ancora un po’ meno per il regista e a seguire per l’orchestra. Ma dietro le quinte, come in ogni spettacolo dal vivo, c’è tutto un mondo che permette che lì fuori lo spettacolo proceda perfettamente e al quale, molto spesso, non viene riconosciuta l’importanza che meriterebbe.
E la seconda recita, la terza e…l’undicesima? Per noi musicisti è sempre la stessa opera ripetuta per l’ennesima volta, ma il pubblico ogni volta è diverso. Trovare ogni volta le motivazioni e la concentrazione per cercare di rifarla sempre perfetta, come se fosse la prima, è una delle cose più complicate e difficili da realizzare.

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Chi lo ha scritto

Zcc

Musicista da sempre, nato in una famiglia di musicisti e quindi della peggiore specie. Suona la viola e uno dei suoi sogni è trovare qualcuno che a un concerto non abbia la faccia sbigottita quando gli si dice che no, non è un violino. Ama Tchaikovsky e Puccini, Mahler e Schumann. Non gli piacciono molto Verdi e Rossini, ma non lo dice a nessuno perché se ne vergogna. Da qualche tempo adora la contaminazione e quindi osa accostare Bach ai Deep Purple, Mozart ai Gun's and Roses, Beethoven agli U2. E crede perfino di avere ragione...

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