Poeti, questi incompresi

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Il poeta è considerato da sempre un essere incompreso. Una persona capace di “volare alto” con la fantasia, tanto da raggiungere in un attimo la “luna” e le “stelle”, ma che nella vita di tutti i giorni si distingue per l’incapacità di camminare sulla terra. Talvolta persino deriso dalla gente comune, che non riesce a comprendere il senso del suo “volo”.Naturalmente nell’Ottocento queste “frizioni” erano amplificate.
Ho pensato ad una poesia che potesse esprimere la frustrazione di una “categoria”, giudicata “goffa” e fuori luogo, in una società dalla mentalità troppo ristretta. Mi sono ricordata de “L’Albatro” di Charles Baudelaire (1821- 1867), il poeta francese passato alla storia, non per niente, come uno dei “poeti maledetti”.

Ritratto di Charles Baudelaire di Étienne Carjat, 1862 circa.

Ritratto di Charles Baudelaire di Étienne Carjat, 1862 circa.

L’ALBATRO
Spesso, per divertirsi, le ciurme
catturano degli albatri, grandi uccelli marini,
che seguono, compagni di viaggio pigri,
il veliero che scivola sugli amari abissi.
E li hanno appena deposti sul ponte,
che questi re dell’azzurro, impotenti e vergognosi,
abbandonano malinconicamente le grandi ali candide
come remi ai loro fianchi.
Questo alato viaggiatore,
com’è goffo e leggero!
Lui, poco fa così bello, com’è comico e brutto!
Qualcuno gli stuzzica il becco con la pipa,
un altro scimmiotta, zoppicando,
l’infermo che volava! 
Il poeta è come il principe delle nuvole
Che abituato alla tempesta ride dell’arciere;
esiliato sulla terra fra gli scherni,
non riesce a camminare per le sue ali di gigante.

“Il poeta- scrive Baudelaire – è come l’albatro. L’albatro domina col suo volo gli spazi ampi: le sue grandi ali lo rendono regale nel cielo, ma se gli capita di essere catturato dai marinai si muove goffo e impacciato sul ponte della nave e diventa oggetto di scherzi e di disprezzo; e sono proprio le grandi ali che lo impacciano nel muoversi a terra”.

L’autore identifica il poeta con un albatro, un grande uccello marino che, se catturato e legato sul ponte di una nave, appare sulla terra come una buffa imitazione dell’armonia che esibiva durante il volo. Risulta comico, patetico. Prigioniero della sua stessa maestosa potenza, che gli impedisce di essere agile. La poesia appartiene alla raccolta più famosa del poeta francese, “I fiori del male”, in cui Baudelaire esprime il suo concetto di “male” come qualcosa che attira l’uomo e che, come il bene, possiede i suoi fiori e le sue bellezze. Quella di Baudelaire è stata sempre una sorta di “sregolatezza” di vita lucida e malinconica, in bilico fra una ricerca di sensazioni derivata da esperienze sensibili, a volte indotte anche dall’uso di alcol e droghe. La “maledizione” vera e propria consiste in quel sentimento di “marginalità” a cui il poeta si sente costretto, in contrapposizione ad una società che agisce in massa.

La poesia è formata da quartine con rime alternate, dove Baudelaire crea un sillogismo che verte sul fatto che l’albatro sia come il poeta, libero e capace di sollevarsi da terra e volare con la forza della mente, mentre i marinai che lo infastidiscono siano come la gente comune che si fa beffa del poeta stesso. È una lirica divisa in due parti: la prima di carattere descrittivo, vede l’albatro catturato dai marinai ed incapace di ribellarsi, mentre la seconda contiene il messaggio di base che l’autore vuole trasmettere e cioè il paragone vero e proprio fra il poeta e lo sventurato pennuto. Nella banalità dell’esistenza borghese, che Baudelaire ha sempre combattuto, i marinai, che impersonano la società intera, hanno catturato il re dei cieli, per il solo gusto di divertirsi a stuzzicarlo. Il poeta dunque è prigioniero di una società in cui si sente estraneo e costretto a vivere secondo regole che non gli appartengono. Non potendo volare con la fantasia, non gli rimane che “zoppicare” e diventare ridicolo. Rinnegare la sua peculiarità.

Baudelaire non si è reso conto della grande rivoluzione che la sua poetica, insieme a quella dei “poeti maledetti” quali Verlaine, Mallarmé, Rimbaud e Corbiére, tanto per citarne alcuni, ha portato, rappresentando un vero e proprio fenomeno di costume. Esponente chiave del simbolismo, ha avvertito un forte desiderio di ritrovare quel forte legame fra società pre-industriale e ambiente, ponendo in risalto le analogie tra uomo e natura. Oggi questa lirica troverebbe forse un po’ di difficoltà ad emergere, per via del movimento animalista, che sicuramente si ribellerebbe al fatto di considerare naturale la tortura nei confronti di un animale. Nonostante i secoli trascorsi, per quanto riguarda la condizione del poeta, invece, la possiamo considerare sempre attuale. Perché del “principe delle nuvole”, in questa vita o nell’altra, rimane solo un infermo che saprebbe volare.

 

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Antonio

    Complimenti per lo scritto, in cui dischiudi un mondo, e ali sulle quali i poeti di cui parli saranno sempre pronti ad accogliere chiunque voglia provare l’ebbrezza della libertà.
    Grazie

    Rispondi

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