Pillole di filosofia: lo schizofrenico che faceva troppe domande

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Atene, giugno 410 a.C.. E’ sera, ma il sole rimbalza sulle case bianche e sulle strade lastricate ancora roventi. In fondo ai gradini che state scendendo c’è un uomo, basso e tarchiato, bruttino, con il naso a patata e un odore non propriamente piacevole. Il suo aspetto è trasandato ma i suoi occhi brillano. Lo potreste definire un bizzarro barbone graziato da una qualche luce carismatica.

Quest’uomo pone domande, incessantemente, continuamente. Sembra una macchinetta inceppata che ripete sempre all’infinito “Che cos’è?”. I più lo squadrano infastiditi e lo scacciano come si fa con un insetto. Con un tafano, per la precisione. L’uomo che sta per diventare il padre del pensiero razionalista occidentale e il primo grande martire della filosofia è un attempato e strambo signore che passa il suo tempo ciondolando al mercato e facendo ai passanti domande imbarazzanti. Tutto qui.

Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)

Socrate (470 a.C./469 a.C. – 399 a.C.)

Beh, più o meno. Prima di tutto c’è da dire che queste domande erano veramente acute e perfettamente, paradigmaticamente, filosofiche. Le domande di Socrate atomizzavano il pensiero. Analiticamente sminuzzava le frasi per ridurle in primitive particelle linguistiche e poter così, procedendo come un riduzionista ante litteram, smascherare le false verità. Non crearne di nuove, sia ben chiaro. Sin dai suoi albori la filosofia si mostra come la scienza che non può e non vuole sviscerare nuovi elementi dalla realtà ma come la disciplina preposta a sbugiardare in pubblica piazza, e spesso in modo poco cortese, le fallacie logiche, i pregiudizi dogmatici e le illusioni mendaci.

E’ questo suo lavoro puramente in negativo che la renderà spesso malvista, maltrattata e malmenata e che farà dire al poeta Bulgaro Canetti circa 2400 anni dopo “Ciò che più mi ripugna dei filosofi è il processo di evacuazione del loro pensiero. Quanto più frequentemente e abilmente usano i loro termini fondamentali, tanto meno rimane del mondo intorno a loro. Sono come barbari in un nobile e vasto palazzo pieno di opere meravigliose. Se ne stanno là, in maniche di camicia e gettano tutto dalla finestra, metodici e irremovibili: poltrone, quadri, piatti, animali, bambini finchè non rimane altro che stanza vuote. Talvolta, alla fine, vengono scaraventate fuori anche le porte e le finestre. Rimane la casa nuda e si immaginano che queste devastazioni abbiano portato un miglioramento”.

Vicoli ciechi, assurdi logici e autocontraddizioni. Finire nel vortice delle domande di Socrate doveva essere un’esperienza poco piacevole e decisamente sconfortante. Il filosofo sentiva che la sua vocazione era quella di svelare i limiti di tutto quelle che le persone davano per scontato e mettere in discussione le fondamenta stesse delle credenze su cui avevano basato la loro vita. Non si sarebbe fermato finché il malcapitato non avesse ammesso in realtà di non sapere un bel niente. Quest’idea di Socrate è più che opinabile, in molti hanno sostenuto che nell’ottica di una vita serena e felice abbiamo bisogno di una corazza di illusioni e di certezze più o meno auto costruite. Ma il filosofo era convinto che fosse molto meglio non sapere nulla piuttosto che continuare a credere di sapere qualcosa che in realtà si ignora. La vita, sosteneva, vale la pena di essere vissuta solo se si pensa a ciò che si sta facendo.

Oggi Socrate sarebbe stato probabilmente diagnosticato come schizofrenico, se non altro per la sua convinzione di convivere con un dàimon, un demone interiore che stimolava la sua ragione e lo dissuadeva dal prendere decisioni sbagliate. Ma anche ai suoi tempi non se la passava troppo bene e in molti lo ritenevano un vero e proprio problema di ordine pubblico. Testimoniando e predicando l’uso della ragione senza riserve, Socrate induceva le menti dei giovani ateniesi a mettere in dubbio lo stato politico attuale e soprattutto la religione tradizionale con tutto lo schema comportamentale e morale che essa implicava.

"Morte di Socrate" di Jacques-Louis David

“Morte di Socrate” di Jacques-Louis David

Nel 399 a.C., quando aveva ormai settant’anni, un cittadino di nome Mileto lo denunciò, accusandolo di empietà e corruzione dei giovani. Il primo filosofo morì come era vissuto. Coerentemente con la sua figura di personaggio scomodo, non tentò neanche di difendersi o di accattivarsi la giuria che doveva deliberare sulla sua condanna. Indorare e deformare i fatti era proprio dei sofisti, i retori persuasori bistrattatori della verità, non certo di Socrate che accettò di bere la cicuta e andò serenamente incontro alla morte.

A questo personaggio a dir poco pittoresco, che preferì morire piuttosto che smettere di pensare alla vera natura delle cose, dobbiamo moltissimo. Non ha debellato malattie, non ha inventato niente di direttamente utile, non ha scritto poesie meravigliose, eppure possiamo dire che ha fatto molto di più. Ha spronato gli uomini del suo tempo e tutti quelli che sono venuti dopo a conoscere a non fermarsi all’apparenza delle cose e a diffidare delle facili soluzioni. A non accettare questo labirinto intricato del mondo come un dato di fatto ma a avventurarcisi senza pregiudizi o illusioni, sempre accompagnati dall’uso spregiudicato della razionalità. In una parola, ci ha insegnato la Filosofia. Ed è da quella che, poi, scende tutto il resto.

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Emanuele Palli

    Mi è piaciuto il Socrate abbozzato ironicamente da Giuditta come un barbone baciato dal sole nero della schizofrenia, attraversato da voci inesplicabili e divieti sorti dalla sua stessa interiorità. D’altronde il suo demone si presterebbe a innumerevoli interpretazioni, persino in chiave psichiatrica, se non sapessimo che l’intelligenza è per sua natura eccentrica ed eversiva: non è un caso che molti dei massimi geni dell’umanità siano stati bollati come esseri bizzarri o veri e propri folli. Il pensiero irrequieto degli spiriti liberi non può essere compreso dagli apparati del potere e del sapere ufficiali. I trickster e gli outsider di ogni epoca vengono imprigionati, condannati, crocifissi, internati o emarginati. Per sapere da che parte sto, leggete il mio blog.

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  2. Chica

    Il grande problema è che specialmente nella società attuale, il sistema formativo, in generale, composto di certo anche dai media, fonda il suo metodo divulgativo e educativo (da confermare) sulla quantità di dati e di informazioni che trasmette o che mette alla portata di tutti. La molteplicità, così, viene illusoriamente considerata come un alto sapere. E di fatto questo è il vero scopo: addormentare, placare il pensiero, mettere in gabbia facendo credere al contrario di essere dotati della più ampia libertà. Manca il senso critico, manca la capacità di ragionare, di sviscerare, di capire il senso. Manca la volontà e manca il coraggio di mettere in discussione, noi e ciò che c’è intorno. Anche nelle scuole: facciamo vedere film, facciamo leggere libri, visitare musei, facciamo assistere a concerti, rappresentazioni teatrali. E facciamolo anche noi adulti. Del resto la nostra comprensione nasce da una diretta esperienza con quello che abbiamo a disposizione. Ma poi in tal modo potrebbero esserci molti folli in giro,e la schizofrenia si diffonderebbe a macchia d’olio.

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  3. Nicolò

    Io credo che oggi siamo convinti di sapere tutto ; peggio , siamo convinti di poter sapere tutto quando ci serve ! È questo utilitarismo culturale che ci rende inguaribilmente ignoranti . Ci manca la cultura di base che ci possa fornire immediati termini di paragone nelle infinite circostanze della vita per poter distinguere ciò che è giusto da ciò che è sbagliato . Per questo siamo spesso facile preda di chi vuole usarci per fini personali .

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  4. Luca CODELUPPI

    Non riesco ad essere così ottimista sulla possibilità trasformativa della ragione, chi ha una capacità intellettiva elevata spesso, quando fa affermazioni come quelle di Socrate, è incapace di percepire come il mondo viene letto da chi ne ha una limitata e di quanto i possibili ragionamenti maieutici siano in realtà un cammino su un ponte di liane dove uno può venir condotto per mano, ma non ripetere da solo.
    A questo punto, quando queste due situazioni si trovano a confronto, spesso il dialogo diventa un bivio e le strade divergono.
    Sostituire il libero arbitrio sulla realtà – di derivazione intellettuale socratica – all’insieme delle certezze fideiste che rendono semplice il cammino dei più, impedirebbe lo svolgersi della quotidianità per la quasi totalità delle persone.
    È sicuramente bello e rassicurante poter pensare che la mente possa risolvere i problemi, ma proprio questa presunzione ha creato l’insieme inestricabile in cui siamo bloccati ora. Una ragione semplice? Già questo semplice problema, intrinseco alla “misura della ragione/intelligenza”: come si può definire una gerarchia di qualità della comprensione della realtà in un panorama di vanità intellettuale, senza ricorrere ad un demiurgo?

    Provate a leggere molti dei post del mio blog, dove dimostro che spesso l’intelligenza è un optional che viene riconosciuto quando ormai è tardi!

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