L’uomo Quintana vince

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Il colombiano Quintana sul podio (foto G. Montenero)

Il colombiano Quintana sul podio (foto G. Montenero)

Sono di indole una romantica. Dunque mi commuovo facilmente. Leggendo un libro, guardando un film, due cuccioli di cane che giocano, i gattini appena nati, un bimbo che dalla carrozzina incrociando il mio sguardo mi sorride, due adolescenti che si baciano … e la banda. Alla banda non resisto proprio. Nei casi peggiori arrivo ai singhiozzi e, naturalmente, essendo sempre che la banda si esibisce in occasioni pubbliche, mi vergogno come una ladra e faccio di tutto per passare inosservata, magari con l’aiuto degli occhiali da sole e di qualche provvidenziale colpo di tosse.

Mai mi sarei aspettata di commuovermi al Giro d’Italia. Vado in bicicletta nei boschi ma non sono un’appassionata di ciclismo e di solito non lo seguo in tv. Però quest’anno l’ultima tappa del Giro era a Trieste, la mia città, e così ho pensato che non potevo proprio perdermela. Da collaboratrice de L’Undici ho avuto il privilegio di poter seguire la gara dalla terrazza del Palazzo della Regione che domina la magnifica Piazza dell’Unità d’Italia, imbandierata a festa e pronta ad accogliere questa occasione speciale. Un’occhio al grande megaschermo sotto di me, un’occhio agli ultimi metri di strada, sul lungomare cittadino, dove i ciclisti avrebbero tagliato il traguardo. Vicini a me tanti altri professionisti, fotografi e giornalisti delle più note testate italiane e straniere. Mi metto in un angolo, cerco di non disturbare ma osservo con attenzione i ciclisti nelle grandi inquadrature offerte dalla tv.

Frecce tricolori in Piazza dell'Unità d'Italia a Trieste

Frecce tricolori in Piazza dell’Unità d’Italia a Trieste

Una passeggiata, penso, ricordando la tappa del giorno prima sullo Zoncolan, dove l’impegno psicofisico degli atleti traboccava dallo schermo lasciandoti quasi senza fiato. Tutto va liscio, il serpentone si avvicina cambiando forma ad ogni curva della strada, intervallato dalle splendide immagini colte dall’elicottero che mi rendono orgogliosa di abitare in un posto così bello e spesso così dimenticato. Sono tranquilla, mi guardo attorno e vedo che la piazza, sotto di me, comincia a riempirsi di gente. Siamo quasi alla fine e, per quanto i giochi siano già fatti, inizio a sentire nello stomaco quella strana e indefinibile sensazione che conosco bene e che chiamo “le farfalle nella pancia”. Mi meraviglio e penso “meno male che non c’è la banda …” ma ad un certo punto tutto si trasforma, c’è qualcosa nell’aria che non riesco più a controllare … all’improvviso tutto comincia a pulsare in una sorta di ritmica contrazione senza sosta, i fotografi mi spintonano, cercano di farsi spazio, si sporgono dal balcone con quegli enormi teleobiettivi in mano, io, con difficoltà, cerco di impostare l’opzione “macchina fotografica” sul mio piccolo Nokia.

In lontananza il rombo dei motori delle frecce tricolori, la piazza gremita di gente con le facce rivolte al cielo, eccole … arrivano dal mare … un boato sopra le nostre teste e quelle scie bianche rosse e verdi tra noi e l’azzurro del cielo, come un enorme foulard di seta caduto dall’alto per posarsi chissà dove o forse sparire inghiottito dai nostri sguardi ipnotizzati e poi la voce di Pavarotti sulle note di Nessun dorma sparate a tutto volume dagli enormi altoparlanti sistemati agli angoli della piazza e sul palco dove si svolgeranno le premiazioni … e la sirena della nave ormeggiata in porto. Le mani della gente alzate, in un lungo interminabile applauso. Sento l’emozione salire, scatto qualche foto e poi ecco che arrivano, eccoli, i ciclisti!

A pochi metri dal traguardo la testa del serpente sembra scoppiare, l’accelerazione è evidente, violenta, le bici si inclinano paurosamente sotto le pedalate impresse dalle gambe lucide e muscolose di questi giovani atleti che danno tutto di sé negli ultimi istanti della gara che per qualcuno faranno la differenza. I loro volti sono tirati in una smorfia di fatica e anch’io mi ritrovo a fare fatica con loro, a respirare veloce, a sentir vibrare i tendini … pura condivisione, energia totalizzante. Sono arrivati. Mi rilasso e penso che sia finita qua. Sono orgogliosa di me stessa. Neanche una lacrima. Mi fermo a guardare la premiazione.

Il colombiano Nairo Quintana vince la 97/ma edizione del Giro d’Italia. Lo osservo questo ragazzo di soli 24 anni vestito di rosa che tarda un attimo prima di salire sul podio dove già sono in  piedi il secondo e il terzo arrivato. Un’inquadratura rubata mi apre gli occhi sull’uomo che di solito sta dietro all’atleta in queste occasioni. Nairo è vicino alla sua giovane compagna di 19 anni che tiene in braccio la loro bimba nata da poco. Lui guarda a lungo negli occhi la sua creatura e, un attimo prima di salire, allunga le braccia, la prende con delicatezza e se la poggia sul cuore. Ora è pronto. Sale sul gradino più alto e guarda la piazza che applaude, in prima fila i suoi connazionali vestiti di giallo. L’uomo Quintana ha vinto sull’atleta. E le lacrime mi rigano il volto.

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Chi lo ha scritto

Daria Cozzi

Triestina, due figli, una vita vissuta con passione. Ascolto tutti, soprattutto chi la pensa diversamente da me. E imparo sempre qualcosa. Mi piace comunicare attraverso la parola scritta, ma non solo ... credo che ci sia sempre una seconda chance, che possiamo crescere e cambiare pensiero, modo di essere, obiettivi e programmi per avere davanti a noi ogni giorno un orizzonte nuovo su cui scrivere i nostri progetti, dipingere i nostri sogni, depositare le nostre speranze. Ho raccontato la mia storia in "Quattro giorni tre notti", il mio primo romanzo.  

3 commentiCosa ne è stato scritto

    • Daria Cozzi

      Grazie Massimiliano! Trasmettere le emozioni attraverso la parola scritta … cerco di farlo al meglio e quando mi riesce sono felice! :-)

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