Le squadre che hanno fatto i mondiali: 2010 progetto per una Germania multietnica

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“In un mondo imbastardito e ‘negrizzato’ sarebbero persi i concetti dell’umanamente bello e sublime.”

Adolf Hitler (Mein Kampf)

Caro zio Adolfo (in arte Fuhrer). Non oso immaginare i rivoltamenti nella tomba che ti sarà costato il Mundial 2010. Quando una squadra piena di meticci e anche un po’ negrizzata è risultata umanamente bella e sublime, rischiarando il cielo di un mondiale tutto sommato mediocre. Quella squadra era la tua beneamata Germania, che poteva contare su neri (Aogo, Boateng, Cacau), turchi (Serdar Tasci, Mesut Ozil), un maghrebino (Sami Khedira), uno spagnolo (Mario Gomez) un polacco (Podolski) e pure un russo (Piotr Trochowki).

Poi, quella squadra giovane e divertente si è fermata a un passo dalla gloria ma neanche tu sei mai arrivato oltre Stalingrado. E, a differenza tua, quella Germania, per la prima volta nella storia con più mori che biondi, è stata forse la vincitrice morale del mondiale. In questa ultima puntata di mundial parlato, alla vigilia di quello (finalmente) giocato, non ci faremo scappare l’occasione di parlare di lei.

Le premesse

Il mondiale per la prima volta va in Africa, nel paese dell’icona Mandela, la locomotiva o presunta tale del continente nero. Si celebra l’evento con una canzone ufficiale per una volta neanche malazzo, affidata alla colombiana Shakira (?), la donna che a quanto pare faceva perdere il sonno al grandissimo García Marquez (ciao Gabo, riposa in pace tra un video e l’altro di Shakira). Waka waka, questo il titolo della canzone-tormentone mundial, sarà anche galeotta per la nostra e per Piqué: si inizia prestando la faccia per un video e si finisce con un paio di figli… Ma io sono Anselmo, non Alfonso e quindi torniamo a parlare di football.

Vasco Rossi non manca mai di portare con sé la sua vuvuzuela quando va allo stadio in Sudafrica.

Vasco Rossi non manca mai di portare con sé la sua vuvuzuela quando va allo stadio in Sudafrica.

Non prima però di avere ricordato ancora una volta che si gioca nella patria dei Bafana-Bafana, la nazionale di casa, orgoglio nero del Sudafrica in contrapposizione agli Springboks, che ne rappresentano l’orgoglio bianco ed afrikaner (va be’, sto qua a fare il fenomeno solo per avere visto Invictus di Eastwood), che in Sudafrica in giugno-luglio è inverno, ma si tratta comunque di un caldo inverno tropicale, e che al primo mondiale africano faranno il proprio esordio due vere e proprie piaghe d’Egitto: la prima è data dalle malefiche vuvuzuela, le trombette che ininterrottamente, indefessamente, insopportabilmente fanno da sottofondo a tutte le partite di calcio in Sudafrica e che grazie al mundial sono proiettate a sfrancicare timpani e zebedei in mondovisione.

L’altro incubo del mundial sudafricano non è imputabile questa volta ai padroni di casa, bensì all’Adidas. È il famigerato Jabulani, il nuovo pallone dalle traiettorie a casaccio, perché nella logica dei padroni del calcio mondiale tutto fa brodo e le papere dei portieri ancora di più. Alla fine, non saranno nemmeno molti i gol strani e le papere, ma lo Jabulani sarà rottamato tra le proteste dei più arrabbiati e le ironie dei più laici subito dopo il mundial.

Infine, una rarità: al mondiale partecipano due coppie di fratelli-coltelli, in entrambi i casi con maglie differenti.

La prima coppia è quella dei fratelli Boateng, di nazionalità tedesca e padre ghanese; il più anziano il 23-enne Kevin-Prince, che poi sbarcherà come noto al Milan e si porterà via la Melissa nazionale (oddìo, ancora il fantasma di Alfonso Signorini che oggi mi tormenta), sceglierà alla vigilia del mondiale la nazionale del Ghana; il più giovane, il 21-enne Jerome, giocherà il suo mondiale con la Germania; le due nazionali si incontreranno peraltro sul campo il 23 giugno, siglando così un nuovo record nella lunga storia dei mondiali: per la prima volta, due fratelli giocano la stessa partita in squadre differenti.

La seconda coppia è data in realtà da due sorelle: si tratta della due Coree, quella del Nord e quella del Sud, entrambe con almeno una partecipazione alle spalle, ma mai in contemporanea. Se quella del Sud è una squadra ormai abbonata al passaggio del primo turno (e i mondiali del Sudafrica non fanno eccezione), quella del Nord è un’incognita assoluta, visto che tutta la rosa gioca in patria, nel Paese più chiuso e impenetrabile ai media del mondo. Per lei sarà un mondiale amarissimo, che iniziato con un figurone (sconfitta solo per 2-1 con i maestri brasiliani) finirà con la dèbacle di un 8-0 dal Portogallo di Ronaldo e la conseguente gogna (non metaforica) nella pubblica piazza di Pyongyang al ritorno a casa.
Con queste premesse, e – per inciso – da campioni del mondo in carica, andiamo a incominciare.

Questa schifezza ha la stabilità di un Super Tele, ma se la tira come uno Swarowski

Questa schifezza ha la stabilità di un Super Tele, ma se la tira come uno Swarowski

Come va il mondiale

E da campioni del mondo, facciamo la figura barbina di piazzarci all’ultimo posto (ultimo??? Ultimo!) di un girone di una facilità imbarazzante, costruito apposta per noi. I reduci del mondiale 2006 sono una banda cotta e imbolsita, che non riesce a battere nemmeno la Nuova Zelanda. Non è da meno la Francia, dove si consuma il redde rationem tra lo spogliatoio e l’odiato mister Domenech, quello che faceva la formazione con i tarocchi: le due finaliste di 4 anni prima chiuderanno entrambe senza vittorie, all’ultimo posto e tornando in patria tra i fischi.

Il mondiale presenta anche la sorpresa di una inaspettata sconfitta iniziale ad opera della Svizzera dei campioni europei della Spagna, ma come si vedrà sarà solo un diversivo sulla strada del trionfo del tiki taka. Sulle orme dei fine dicitori del Barcellona mieti-successi di Pep Guardiola, due anni prima la Spagna ha infatti avviato un ciclo che si rivelerà straordinario, mostrando al mondo, per metà ammirato, per l’altra metà annoiato, un nuovo modulo. Forte infatti di un centrocampo di grandi palleggiatori, il tecnico dell’Europeo, l’anziano e incazzoso Luís Aragonés, si inventa uno strano 4-1-4-1 che a prima vista sembrerebbe un inno al catenaccio, ma che invece è il suo contrario. Perché scalare un centrale di centrocampo in pura copertura libera i due mediani che possono quindi dedicarsi alla sola regia o alla proiezione in attacco, mentre le due ali (stile 4-4-2) assicurano copertura a centrocampo, inserimenti e cross a ripetizione per l’unica punta, che deve sì sbattersi un po’, solo soletto su tutto il fronte d’attacco, ma insomma, se po’ ffà. Due anni dopo, Aragonés ha lasciato il posto a Vicente Del Bosque, che riutilizza il metodo con qualche nuovo interprete (ad esempio il centromediano di copertura è Busquets al posto di Marcos Senna, un brasiliano naturalizzato poco appariscente ma con una precisione tattica assoluta, mai un metro fuori posizione) e alternandolo anche a partita in corso con un più offensivo 4-3-3.

In questo modo, dopo la prima sconfitta la Spagna passa il turno da prima senza forzare (2-1 al Cile, 2-0 all’Honduras), poi regola con un doppio 1-0 in ottavi e quarti rispettivamente Portogallo e Paraguay, quest’ultimo solo nel finale, dopo avere prima neutralizzato e poi fallito un rigore. Altre squadre che si mettono in luce nel primo turno sono il Brasile “europeo” di Carlos Dunga, che negli anni precedenti ha vinto Coppa America e Confederations’ Cup. Al mondiale il Brasile continua il suo percorso con pochi fronzoli e molta resa, che però fa crescere le critiche in patria e in tutti quelli innamorati del futbal bailado. Il Brasile europeo si ferma però ai quarti, sorpreso dal ritorno di una Olanda che nel primo tempo sembrava in balia dei Verdeoro.

L’Olanda infatti è squadra solida. Guidata dal carneade Van Marwijk in panca e da Wesley Snejider in campo, in quel formidabile 2010 campione di tutto con l’Inter e scippato alla fine dell’anno di quello che sarebbe stato un meritatissimo Pallone d’oro, l’Olanda vince tutte le partite, meritatamente e senza mai strafare fino alla finale.

“L’unica maniera per non fare segnare Messi è farlo allenare da Maradona” (anonimo, Sudafrica 2010)

“L’unica maniera per non fare segnare Messi è farlo allenare da Maradona” (anonimo, Sudafrica 2010)

Poi chi altri? Beh, stupiscono gli USA di Mr. Bradley, padre del centrocampista Michael (quello della Roma), che centrano la qualificazione addirittura davanti alla solita deludente Inghilterra, per l’occasione guidata nientemeno che da Fabio Capello. Gli USA sono una squadra con limiti tecnici infiniti, sempre sull’orlo della sconfitta, ma con tanto cuore e altrettanta anima. Questa rude quanto ammirevole squadraccia, che ogni volta che uno la vede giocare, poi sente il bisogno di bersi un Gatorade, sarà eliminata agli ottavi dal Ghana di Boateng, Muntari e dell’udinese Asamoah Gyn. Ghana che a sua volta rischia seriamente di diventare la prima squadra africana a raggiungere le semifinali di un mondiale: all’ultimo minuto dei supplementari, infatti, lo stesso Gyn si procura e fallisce il rigore di una storica qualificazione; vincerà invece l’Uruguay ai rigori, tornando così a quelle semifinali da cui mancava dal 1970 grazie al mister gentiluomo Oscar Luigi Tabarez (no, dai, di secondo nome fa Washington), con un fugace passato al Milan, ed ad una squadra bella tosta da centrocampo in giù e con i tre tenori Cavani-Forlán-Suarez in attacco.

Ma tutto questo impallidisce di fronte all’Argentina.

Perché l’Argentina del mondiale sudafricano è il trionfo del kitsch, qualcosa che a raccontarlo oggi non sembra neanche vero. L’Argentina 2010 vede il ritorno ai mondiali, 16 anni dopo il tragicomico intervento della DIA di nientemeno che El Pibe de Oro, Sua Maestà Diego Armando Maradona. E lo riporta nel ruolo per il quale è meno tagliato, quello di commissario tecnico!

Diego è uno spettacolo. Innanzi tutto, ha il più grande attaccante del mondo (Messi) e ha il colpo di genio di metterlo a giocare praticamente davanti alla difesa “così può disorientare gli avversari partendo da lontano”; molti giornalisti sportivi immancabilmente applaudiranno, peccato che in quel modo Messi arrivi stremato all’area avversaria, tant’è che in cinque partite non segnerà nemmeno un gol, probabilmente il record di astinenza della Pulce.

Ma soprattutto, Diego interpreta il ruolo di CT con la sobrietà e l’aplomb di un protagonista della sceneggiata napoletana.

All’entrata in campo, stringe al petto e saluta ciascuno dei suoi giocatori, li bacia e li abbraccia uno ad uno alla fine, ride, urla, piange e fa capriole in panchina ad ogni gol fatto o subito. Ma soprattutto, Diego si presenta nelle cinque occasioni in cui l’Argentina scenderà in campo con un impeccabile doppiopetto grigio metallizzato, cravatta argento a fare pendant con l’orecchino di brillante, i gemelli ai polsi e la barba brizzolata, che lo fa sembrare un giostraio al matrimonio della figlia. Mitologico Maradona, incommensurabile, manca solo che ad ogni gol segnato festeggi con una raffica di kalashnikov al cielo.

Diego-boy non è cattivo (ha persino sorriso…)

Diego-boy non è cattivo (ha persino sorriso…)

Poi, in campo l’Argentina targata Maradona con il tridente Di Maria-Higuaín-Tevez e Messi (maiuscola) a supporto in mediana, sciorinerà grandi giocate e messi (minuscola) di gol per quattro partite, prima di infrangersi contro la giovine e multietnica Germania, che se la papperà in un sol boccone. Perché la vera grande e bellissima sorpresa di Sudafrica 2010 è lei.

La Germania che non ti aspetti

Squadra corridora e scanzonata; squadra simpatica e frizzante, che non sembra nemmeno la Germania. Per lo meno la Germania che siamo abituati a conoscere: i panzer, pochi fronzoli e tanta sostanza, a uomo e con il libero dietro praticamente fino al 1998, noiosi, immutabili, ma capaci di arrivare sempre e comunque alle semifinali.

Questa invece è una squadra che mette in mostra, nel bene e nel male, l’incoscienza della gioventù. Perché di gioventù ne ha tanta: il portiere Neuer, felicissima scoperta dopo l’addio di nonno Kahn e un quadriennio di portieri poco affidabili; i difensori Boateng e Friedrich, in realtà non proprio due punti di forza; i centrocampisti di lotta e di governo Khedira e Ozil, che si trasferiranno l’anno dopo al Real Madrid. E poi Thomas Müller, centrocampista/attaccante esterno che nell’estate del 2010 ha appena 19 anni, ma li saprà mettere a frutto (capocannoniere con 5 gol, alla pari di Forlán, Sneijder e Villa, votato miglior giovane del mondiale); proprio un errore di gioventù – un inutile fallo di mano volontario nei quarti con l’Argentina e successivo cartellino giallo – leverà a Müller la gioia della semifinale ed alla Germania il suo giocatore più in forma proprio nella partita più importante.

L’incoscienza tedesca non si ferma però alla nidiata di giovani e giovanissimi, ma contagia anche Mister Loew. Dovendo fare a meno del vecchio ma ancora valido Ballack, azzoppato un mese prima in Inghilterra da un’entrata killer proprio del Boateng ghanese (ragione del gelido distacco tra i due fratelli), Loew reinventa nel ruolo Bastian Schweinsteiger, capace di imporsi all’attenzione internazionale già quattro anni prima e all’europeo successivo nel ruolo di ala destra classica. E Schweinsteiger si rivela un impeccabile regista alla Pirlo: fa girare la squadra con una visione di gioco euclidea, mette in ogni contrasto un fisico da diga del centrocampo, ma non dimentica lo spunto (e il tiro) da ala quale è stata fino a un anno prima. La Germania, insomma, scopre all’improvviso che aveva in casa, solo nascosto sotto mentite spoglie, il sostituto naturale di Ballack, che infatti non recupererà mai più il posto in squadra.

Un altro 4-2-3-1, questa volta di corsa, palleggio e contropiede

Un altro 4-2-3-1, questa volta di corsa, palleggio e contropiede

L’ultimo tassello di un mosaico schierato da Loew con il 4-2-3-1 che va ormai imponendosi a livello internazionale, è il puntero Miroslav Klose. Attaccante di razza (4 gol in 5 partite alla fine, quello con l’Inghilterra addirittura su assist del portiere Neuer), Klose ha anche l’intelligenza tattica di giocare per la squadra e con la squadra, dando profondità alla manovra e aprendo il fronte con i suoi tagli a contropiedi da grandi praterie. Klose è la dimostrazione che gli attaccanti non sempre si pesano in termini di gol (merce che è comunque in grado di fornire con continuità), tant’è che quando agli europei di due anni dopo Loew lo sostituisce con Mario Gomez, bomber da area di rigore e cannoniere della Bundesliga, i conti non torneranno più: la manovra si inaridirà, gli spazi si chiuderanno anziché spalancarsi e il gioco scintillante della Mannschaft del 2010 sarà solo un pallido ricordo.

Questa squadra giovane e bella vince il suo girone, sia pure con una immeritata sconfitta contro la Serbia e poi asfalta in sequenza l’Inghilterra di Capello (4-1 dopo non averci capito nulla) e l’Argentina di Diego (4-0 dopo averci capito ancora meno). L’aspetta in semifinale la Spagna.

Dalle semi in giù

E la Spagna ha un appuntamento con la Storia che non ha intenzione di mancare e che infatti non mancherà. Da buoni mediterranei scafati, gli spagnoli tengono il pallino del gioco, evitano le feroci ripartenze tedesche, come detto prive di quel Müller che ne è il loro miglior interprete, e colpiscono su calcio d’angolo a 20’ dalla fine. La giovane Germania si incarta, non mostra la verve delle partite precedenti, non combina niente né prima né dopo. Si rifarà nella finalina di consolazione, nella solita partita da difese allegre, regolando con un 3-2 l’Uruguay. Uruguay che aveva perso con lo stesso punteggio l’altra semi contro l’Olanda, al sesto successo su sei.

Oh no, Rafael! Che ci fai lì in area?

Oh no, Rafael! Che ci fai lì in area?

In finale, la Spagna ripete pari-pari la stessa partita: controllo del pallone, tiki-taka, noia, ma si capisce che prima o poi colpirà, che il mondiale è il loro. Lo si capisce quando Robben si mangia l’1-0 lanciato solo davanti a Casillas (comunque grande intervento dell’Iker), quando a 10’ dai rigori Heitinga becca il secondo giallo e lascia i suoi in 10 e con le sostituzioni già esaurite, quando nelle rotazioni difensive obbligate dalla mancanza del centrale titolare, a 4’ dal termine del secondo supplementare Iniesta si trova in area con a fronteggiarlo il solo Rafael Van der Vaart, che avrà piedi eccelsi e tante qualità (tra cui la sontuosa moglie di allora, Silvye), ma non certo quella di sapere marcare .

Per la terza volta su tre, L’Olanda perde la finale

La Spagna è degno quanto annunciato campione, ma a volerla vedere proprio bene, ha battuto con più di un gol di scarto solo l’Honduras ed è il campione con la più bassa media di reti segnate nella storia dei mondiali (1,14 gol a partita contro l’1,57 del Brasile’94).

Il gol del mondiale

Come ad ogni edizione, i gol belli sono stati tanti: da Tevez a Van Bronckhorst, da Forlán a Quagliarella. Ma alla fine, anche alla luce di quello che abbiamo detto finora, il gol del mondiale è uno a caso dei 16 segnati dalla Germania. Uno a caso? Pronti!

Germania-Inghilterra, ottavi di finale, risultato sul 2-1 al 67° e Gerrard batte una punizione dal limite (nota a margine: ne aveva battuta già una nel primo tempo, diventata il più classico dei gol fantasma). La palla finisce sulla barriera, viene recuperata da un anglo su cui piombano tre maglie bianche che gli estirpano il pallone dai piedi. Siamo al limite dell’area tedesca e si scatena l’inferno: “yahoo, yahoooo … dai ragazzi, l’ultimo che arriva paga da bere!!!!!” Müller riceve palla e la gioca in avanti su Schweinsteger, che memore del suo recente passato da ala si invola, seguito da 20-25 compagni, taglia verso il centro e ridà la palla allo stesso Muller, che controlla fa due passi dentro l’area e spara il diagonalone vincente. 13 secondi in tutto dalla punizione inglese al gol dall’altra parte.

Beata gioventù

 

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. lelamedispadaccinonero.blogspot.it

    non ha senso fare un torneo tra Nazioni se queste sono semplicemente dei club internazionalizzati

    lelamedispadaccinonero.blogspot.it

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    • anselmo

      Caro spadaccinonero,
      Io non capisco perché un Diego Costa accetti di giocare con la Spagna pur dichiarandosi brasiliano (idem Camoranesi nel 2006), ma il mondo va di corsa e i genitori di Khedira o Ozil di oggi sono esattamente i bisnonni di Messi o di Kempes dell’800.
      Alla fine, come diceva Pennac, la geografia sono i fatti che si spostano.

      Rispondi

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