Le nipoti di Donna Annina

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“Scriva! Scriva!” diceva  il dottor S. del romanzo di  Svevo, ‘La  Coscienza di Zeno’, a Zeno : invito a cui quest’ultimo avrebbe potuto rispondere con le parole di Rainer Maria Rilke del romanzo “I quaderni di Malte Laurdis Brigge“ sulla difficoltà dello scrivere. Con le stesse parole così anch’io, disorientata dai nuovi mezzi di comunicazione, potrei rintuzzare gli inviti di chi mi spinge a mettere nero su bianco alcuni dei miei ricordi di adolescente.

719a703ef1c2f82b180e35f0c7ae975f_w_h_mw650_mhE invece ora qui mi cimento nell’impresa, ripensando e riproponendo la premessa di Rilke là dove dice: ”Di versi si dovrebbe aspettare a farne, raccogliere saggezza e dolcezza per una vita intera, una vita lunga se possibile, per riuscire, forse, alla fine a scrivere dieci righe che sono buone. Poiché i versi sono esperienza. Per un solo verso bisogna vedere molte città, uomini e cose, bisogna sentire come voltano gli uccelli e sapere i movimenti con cui i piccoli fiori s’aprono il mattino. […] E non è ancora abbastanza, bisogna avere ricordi di molte notti d’amore, nessuna uguale all’altra, di grida di donne con le doglie e di bianche, lievi puerpere addormentate che si chiudono. Ma anche presso i moribondi si deve essere stati, si deve essere rimasti presso i morti nella camera con la finestra aperta e i rumori che giungono a folate. […] E non basta neppure avere dei ricordi. Bisogna saperli dimenticare, quando sono molti, e attendere […] Perché neppure i ricordi sono ancora esperienze. Solo quando essi diventano in noi sangue, sguardo, gesto […] soltanto allora può succedere che la prima parola di un verso in un’ora rarissima s’alzi ed esca dal suo centro”.

Il mio ricordo, fatto solo di pacata tenerezza, è quello delle mie estati al mare, nella casa della nonna paterna: Donna Annina, come veniva chiamata, con rispetto e affetto da tutti a Pescara.

Negli anni del secondo dopoguerra, poche erano le famiglie che si potevano permettere “la villeggiatura” che, come dice la parola, comportava il poter allontanarsi dalla città nei caldi mesi estivi evitandone il caldo e i disagi. Solo chi aveva possibilità economiche notevoli poteva farlo e recarsi ai mari o ai monti oppure chi aveva parenti residenti in una località amena. Era questo il caso della famiglia Savini, il cui capo famiglia aveva avuto i natali sulle rive del Mare Adriatico e lì aveva conservato l’abitudine di ritornare ogni estate dal lontano – per quei tempi – Settentrione d’Italia.

L’impatto con la città di mare del centro sud, un ambiente nuovo e assai diverso, provocò reazioni varie nei nuovi arrivati, sia per tante abitudini, il modo di parlare, i cibi, i sapori ed anche la diversità dei costumi, ancora molto rigidi, dato che si trattava di una piccola provincia del Centro Sud dove le ”cosiddette” ragazze per bene non uscivano la sera, che era invece l’ora più bella, al cui richiamo, però non si poteva cedere e che si trascorreva su un balcone affacciato sulla strada: una delle vie principali della città, ma rigorosamente in casa.

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Ragazze anni ’50

Ci fu solo una sera in cui un avvenimento, che si potrebbe definire “il primo avvenimento mediatico del tempo”, richiamò tanta gente nel caffè Excelsior, ubicato nel Corso principale , frequentato dai “big” della città: l’unico in cui c’era la Tv che trasmetteva quella sera notizie sul naufragio della nave “Andrea Doria”. Era il 26 luglio del 1956. Anche Donna Annina permise che le sue nipoti uscissero di casa, accompagnate da un amico di famiglia.

La carica di giovinezza che si concentrava in quella casa e su quel balcone era enorme: come enormi erano le aspettative sul futuro. Anche se non ben definite ed esplicite, il desiderio, più o meno conscio era quello di un incontro fatale con “il principe azzurro”. La nonna intuiva la nostra esuberanza e irrequietezza e cercava di indirizzarla verso una meta concreta e adeguata alla posizione sociale della famiglia, innanzi tutto mettendoci in guardia dai pericoli, per esempio dagli “arrampicatori”: parola del suo vocabolario che definiva quei particolari e pericolosissimi elementi che, con inaudita velocità e per misteriose vie, arrivando dagli organi genitali maschili a quelli femminili, depositavano il loro potere di fecondazione, infrangendo ogni barriera.

pescarapiazzasalottoQuesta fu la prima forma di educazione sessuale che le ragazze ricevettero, sempre sostenuta da un’educazione religiosa anch’essa sollecitata da Donna Annina che la domenica, ai primi rintocchi della messa provenienti dal vicino campanile, spingeva le nipoti ad andare in chiesa per tempo, scuotendo la testa e dicendo fra sé: “Alla messa non si va per spegnere i lumi (in ritardo NdR)! E non ditemi che vi dovete ancora confessare, perché sicuramente avrete qualche peccatuccio”.

Accade una volta che, in chiesa, le ragazze si avvicinarono al solito confessionale dove c’era però un nuovo sacerdote che parlava dialetto abruzzese e che non riusciva a farsi capire da loro. E fu così che ognuna di loro guardando le altre che facevano altrettanto rimase incollata e inginocchiata sul gradino del confessionale, ripetendo la propria confessione più volte poiché non capiva che cosa il confessore chiedesse. E questi, tirata la tenda, sentendo sempre le stesse parole, le mandò via indignato: “Te ne vù ì o non te ne vù ì?”. Le nipoti di Donna Annina se ne andarono mogie pensando di avere chissà quale peccato in più da confessare e da espiare.

Il portone si apre

Una sera, dopo molti anni che non era più tornata a Pescara, una nipote di Donna Annina avvertì il desiderio di ritornarvi e di ripassare davanti alla casa della nonna. Ci andò di sera mentre attorno già calavano le ombre e sarebbe stata già l’ora di “ritirarsi”, come diceva la nonna e come dovevano fare le ragazze per bene. Così, mentre le ritornavano alla mente le serate al di là di quel portone invalicabile, fu attratta da una luce che si accendeva e spegneva proprio sopra di esso. Si meravigliò e si guardò attorno: non c’era nessuno, eppure misteriosamente e magicamente, il portone, sempre inesorabilmente chiuso dopo le nove di sera, si apriva. All’iniziò non capiva, ma poi tutto fu chiaro: era la giovinezza, la magica ala della giovinezza di cui era stata piena per tante estati quella casa che ancora abitava lì e con la sua forza faceva aprire e chiudere il pesante portone.

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