L’anno prima della guerra. Giugno 1914

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Cosa accadeva cento anni fa in Italia? Come l’Italia venne portata alla guerra da un pugno di politici ambiziosi superficiali e da pochi nazionalisti esaltati? Per capire un anno decisivo della storia italiano, l’Undici racconta gli avvenimenti dell’ultimo anno di pace prima della guerra e del fascismo. Ogni mese, dall’aprile 1914 al maggio 1915, politica, arte, cultura e sport.

Riassunto delle puntate precedenti. Nell’aprile 1914 Salandra sostituisce Giolitti, i conservatori gioiscono. I socialisti confermano la linea rivoluzionaria di Mussolini e Lazzari. Continua la guerra contro i beduini libici in rivolta. Siamo amici ed alleati ufficiali dell’Austria tra molti sospetti reciproci. Esce Cabiria, il più grande successo cinematografico di quegli anni. In maggio il Casale vince lo scudetto. Comincia il Giro d’Italia più duro della storia. L’Albania sprofonda nella crisi. A Trieste scontri violenti tra italiani e polizia austriaca. 

Quando c’erano le vere stagioni.

A giugno inizia a far caldo. Gli italiani partono per la villeggiatura. Niente esodi autostradali. Siamo nel 1914 e solo in pochi possono permettersi una vacanza. Operai ed impiegati non sanno cosa siano le ferie pagate (appariranno solo nel 1927) e comunque con i miseri salari non si potrebbero permettersi neppure una pensione senza stelle. E i contadini, la gran parte degli italiani, se lasciano la terra muoiono di fame. Chi può andare in vacanza, oltre alla tradizionale campagna, si dirige verso la costa adriatica, sul Lido di Venezia, dove vanno anche parecchi scrittori ed artisti stranieri, in Versilia, a Viareggio, dove sorgono i primi stabilimenti con tanto di ombrelloni. La Sardegna è ancora una terra incognita. Ostia è una zona appena sottratta alle paludi malariche. Chi va in montagna sceglie Courmayeur, Madonna di Campiglio oppure Cortina d’Ampezzo.

Beata gioventù. Vittorio Emanuele ed Elena.

Beata gioventù. Vittorio Emanuele ed Elena.

Villa Ada

Nel frattempo il re Vittorio Emanuele III si è trasferito a Villa Ada, praticamente in campagna, visto che la capitale del regno va poco oltre le mura aureliane. Il re non sopporta il Quirinale, non certo perché pensi che sia un errore vivere nella ex residenza papale, ma perché è in fondo un uomo semplice, a disagio con la pompa e gli eventi ufficiali. Del resto 153 centimetri di re sollevano facilmente il ridicolo. Vittorio Emanuele vivrebbe molto più felicemente dedicandosi alle monete e all’adorata moglie Elena. E’ una persona su cui si potrebbe stendere un trattato sui guasti di certa educazione. Cresciuto senza affetti, ha sviluppato un carattere schivo, sospettoso, piuttosto arido, piuttosto formalista. A Villa Ada Vittorio Emanuele realizza la casa dei suoi desideri, fa dei cambiamenti, installa i termosifoni. Non ama lo sfarzo, i giardini e la natura pettinata. Lascia la proprietà semiselvatica. Va a raccogliere personalmente la frutta dai suoi alberi e fiori per Elena. Ogni mattina parte per il Quirinale come fosse un impiegato. Torna a pranzo, fa un riposo pomeridiano, riparte nel pomeriggio. E’ metodico e burocratico, cosciente dei suoi doveri. Lavora il giusto, per il resto si dedica alle sue attività, le monete e i libri. Non sarebbe un cattivo re, e rispetto al padre Umberto abbiamo fato grandi passi avanti. Vittorio Emanuele, diversamente dal padre, è attentissimo al rispetto delle forme costituzionali, anche se non cede i poteri che lo Statuto Albertino gli conferisce, il comando dell’esercito e la politica estera. Armi e diplomatici, nel solco della tradizione dello Stato-nazione. Per ora, Vittorio Emanuele ama semplicemente restare informato e per questo ogni mattina legge i rapporti dei regi ambasciatori, con cui comunica direttamente.

La Gioconda fu ritrovata nel dicembre 1913. Per un mese venne esposta in Italia e poi restituita ai francesi a inizio 1914.

La Gioconda fu ritrovata nel dicembre 1913. Per un mese venne esposta in Italia e poi restituita ai francesi a inizio 1914.

Il furto della Gioconda

Il 5 giugno il tribunale di Firenze emana la sentenza contro Vincenzo Peruggia, il ladro della Gioconda. Due giorni di processo, pochissimo pubblico in aula, nonostante si tratti della conclusione di un avvenimento che ha tenuto col fiato sorpreso il mondo per quasi tre anni. Il capolavoro di Leonardo era scomparso nel nulla nell’agosto 1911. In mancanza di migliori indizi, la polizia francese aveva accusato del furto anche Picasso ed Apollinaire. Invece era stato solo un umile operaio italiano incaricato di sistemare i vetri al Louvre.

Nell’attesa della sentenza, Peruggia parla con i giornalisti. Racconta di essere stato suggestionato da un libro in cui si parlava delle spoliazioni fatte da Napoleone e di aver voluto restituire il quadro all’Italia. (In realtà la Gioconda fu portata in Francia da Leonardo stesso). Peruggia scelse la Gioconda non per il suo valore ma perché era facile da portar via. E’ convinto di aver fatto una buona azione. Ricorda gongolando di come riuscì ad ingannare la polizia francese durante la perquisizione di casa sua, nascondendo l’opera sotto il tappeto. Il ladro restò in compagnia della Gioconda per due anni, finché nel dicembre 1913 non tentò di venderla ad un antiquario fiorentino che allertò la polizia.

Il pubblico ministero ha chiesto tre anni. Il giudice gli infligge 1 anno e 15 giorni con le attenuanti. Poi la condanna scenderà a sette mesi. La leggenda della Gioconda, anche grazie a questa vicenda, verrà inchiodata nella coscienza collettiva.

Canto d'amore di De Chirico.

Canto d’amore di De Chirico.

Giovani artisti.

Un simpaticissimo sedicenne frequenta i teatrini del rione Sanità a Napoli. Si esibisce con lo pseudonimo di Clerment imitando la mimica e le mosse da burattino di un attore napoletano all’epoca in gran voga, Gustavo De Marco. E’ figlio illegittimo del marchese De Curtis. Poco studioso, la madre lo voleva sacerdote. Ecco come Totò ricorda quegli anni. “Sono nato in rione Sanità, il più famoso di Napoli, Quel rione ha nome, in verità, Stella, e sta intorno alla stazione, ma per le buone arie lo chiamano tutti Sanità. La domenica pomeriggio le famiglie napoletane usavano riunirsi nelle case dell’una o dell’altra, e là chi suonava la chitarra, chi diceva la poesia, e chi cantava. Erano riunioni per bene, niente pomiciamenti. I giovanotti guardavano le ragazze, gli tenevano la mano, si innamoravano. Non le schifezze di oggi. E così si passava il tempo, divagandosi. Io facevo scenette comiche, per gioco. Fu in quel modo che cominciai.”

Probabile che già in quel periodo Totò abbia conosciuto Eduardo De Filippo, che stava muovendo anche lui i primi passi nella compagnia di Vincenzo Scarpetta, suo fratellastro, figlio legittimo di Eduardo Scarpetta, che seminò di figli vari, oltre che di commedie, mezza Napoli.

Tra i giovani artisti che si stanno conquistando uno spazio importante a Parigi c’è Giorgio De Chirico. In giugno finisce di dipingere Canto d’amore, considerato uno dei suoi capolavori. Enigmatico, metafisico, comunica sconcerto e solitudine: una piazza italiana deserta, una grande testa di Apollo, un guanto rosso inchiodato al muro, una sfera verde. Il titolo riprende una poesia di Apollinaire.

Il pedale e la pedata.

Finalmente finisce. Il 7 giugno si chiude un Giro d’Italia da incubo. I sopravvissuti possono stare tutti sul podio: otto su ottantuno partenti. Ha vinto Pierino Albini ma l’albo d’oro registra un altro nome, quello di Alfonso Calzolari. Cos’era capitato?

 

Una provinciale che in pochi anni fece due miracoli: batté il Pro Vercelli e cancellò l'invincibilità degli inglesi.

Una provinciale che in pochi anni fece due miracoli: batté il Pro Vercelli e cancellò l’invincibilità degli inglesi.

Ci eravamo lasciati in maggio con le prime quattro tappe. A guidare la classifica c’è Calzolari, incalzato da uno scatenato Azzini. Nella quinta frazione (Avellino-Bari, appena 328km) vince Azzini con più di un’ora di distacco su Calzolari. E’ una tappa corsa su strade devastate dalle buche e dalla pioggia. I ciclisti sbandano da una parte all’altra in cerca di una striscia pianeggiante. Poco prima di Salerno Girardengo si accascia su un mucchio di ghiaia e si ritira. Due giorni dopo la carovana sempre più sottile trasmigra da Bari all’Aquila (428km). Partono a mezzanotte attraversando i paesi della Puglia sotto il cielo stellato. L’andatura è da passeggio, intorno ai 22km orari, ma su strade infernali e di notte cosa si può pretendere? Gerbi, il diavolo rosso, si ritira per problemi al ginocchio a Lucera. Continua il duello tra Azzini e Calzolari tra buche e rotture. Ogni ciclista è meccanico di se stesso. C’è chi ripara la pedivella a sassate. C’è chi all’ennesima foratura lascia perdere e sale sull’auto dei giornalisti. Alla fine vince Luccotti. Calzolari viene beccato a farsi trainare in salita. L’UVI (Unione Velocipedista Italiana) ne chiede la cacciata. La giuria della Gazzetta gli infligge tre ore di penalizzazione. Alle undici di sera nessuna traccia di Azzini. Lo troveranno il mattino dopo, disteso sulla paglia di un granaio con la bici al fianco. Distrutto dalla salita del Macerone. Il Giro è di Calzolari. Nelle ultime due tappe, L’Aquila-Lugo (429,1km) e Lugo-Milano (420,3km) vince Pierino Albini che per l’UVI è anche il legittimo vincitore del Giro. Nasce l’abituale commissione d’inchiesta all’italiana che delibererà nel 1915. Calzolari viene riconosciuto vincitore ma intanto è scoppiata la guerra e fino al 1919 nessuno penserà più al Giro.

Il 14 giugno termina il campionato di calcio del Norditalia, vinto dal Casale. Resta solo la formalità della finale con la Lazio, vincitrice nel centro-sud. Il Casale si conferma squadra solida. Del resto l’anno prima fu la prima squadra italiana a sconfiggere una squadra professionistica inglese, battendo il Reading col punteggio di 2-1.

Pochi giorni prima a Roma era stato fondato il CONI, che sostituisce le precedenti organizzazioni. In quell’anno delle 16 federazioni sportive nazionali, 12 erano nelle regioni settentrionali e 4 a Roma. Lo sport è concentrato nel nord. Primo presidente è il marchese Carlo Compans de Brichanteau, deputato. Sport, politica ed aristocrazia. Ci vorrà il fascismo per rendere lo sport di massa.

Italiani alla guerra.

Mentre ci si prepara alle future guerre, in Libia gli italiani continuano la loro faticosissima impresa di dissodare il deserto dai beduini per stabilire la pax romana. Le cronache dell’epoca sono abbastanza scarne. Gli italiani dovevano leggere tra le righe per capire cosa accadeva veramente. La Stampa racconta che in giugno l’esercito non ha esitato a dare una dura lezione ai ribelli, sequestrando i greggi di pecore e distruggendo i campi di grano e orzo, poco prima del raccolto, così da gettare le popolazioni nella fame. Una tattica atroce ma efficace. Alcune tribù si sottomettono ma altre continuano la resistenza.

Altra crisi vicina è in Albania. La posizione del re o principe Guglielmo di Weid si regge sulle potenze. Gli intrighi continuano: Austria, Italia, Grecia e Serbia, ciascuno ha le sue mire. I ribelli mussulmani non vogliono un re cristiano che comunque non va oltre le mura del suo palazzo. Il regno è nelle mani dei signorotti locali, molti dei quali rimpiangono l’Impero ottomano. Parte un contrattacco lealista che si risolve solo in decine di morti senza concludere nulla. Gli italiani hanno un drappello di marinai a Durazzo, la capitale albanese, ma non hanno troppa voglia di farsi risucchiare in questo conflitto incomprensibile.

Antonio Salandra, liberale  e conservatore.

Antonio Salandra, liberale e conservatore.

La settimana rossa.

Mentre Giolitti se ne sta buono buono in Piemonte, il governicchio Salandra affronta le prime serie prove. Il 5 giugno inizia la battaglia alla Camera su alcune modeste proposte di riforma della scuola media e sull’aumento delle tasse per finanziare il disavanzo statale, a sua volta frutto delle accresciute spese militari. Repubblicani e socialisti fanno ostruzionismo. La battaglia andrà avanti per tutto il mese di giugno. I giornali commentano che la XXIV legislatura si sta distinguendo per l’inattività, l’assenza del governo, le sedute con pochi deputati che si preoccupano solo di far approvare le leggine di loro interesse e il linguaggio da mercati. Del resto, se la maggioranza parlamentare si regge sui duecento deputati meridionali eletti a suon di brogli, è impossibile pretendere un comportamento da signori. Il caos parlamentare non è invenzione recente. Maggioranza e opposizione si scambiano insulti pesanti. “L’on. Chiesa abbatte le urne e dopo una zuffa è portato via dall’aula”. Alla fine, i partiti stanno solo facendo campagna elettorale. Le amministrative sono alle porte. Si vota il 14 giugno.

L’apparente pacifico tran-tran della vita nazionale viene spazzato via dalla Settimana rossa, una delle più sconvolgenti jacqueries prima della guerra, destinata a lasciare una memoria profonda, sia in chi la fomentò sia chi ne venne spaventato.

Le tensioni covano in Italia. Troppi i capipopolo che agitano le braci ardenti della disuguaglianza, della disoccupazione e delle ingiustizie in cui vive la maggior parte degli italiani. Breve quadro dell’Estrema Sinistra: l’opposizione più organizzata è quella dei  socialisti rivoluzionari di Lazzari e Mussolini, controbilanciati dal più moderato gruppo parlamentare socialista; vengono poi i repubblicani eredi della tradizione mazziniana, con Pietro Nenni tra i suoi leader, forti soprattutto in Romagna e nelle Marche. Inoltre, gli anarchici di Enrico Malatesta, il cui capoluogo era Ancona. Questi gruppi hanno in comune tre cose: le teste calde, l’ostilità alla monarchia e l’antimilitarismo. Mancava solo l’occasione per accendere le micce.

Il municipio di Alfonsine devastato dai rivoltosi.

Il municipio di Alfonsine (Ravenna) devastato dai rivoltosi.

Domenica 7 giugno, festa dello Statuto albertino. I repubblicani organizzano un comizio antimilitarista a Villa Rossa ad Ancona. Dopo aver ascoltato i discorsi di Nenni e Malatesta, seicento manifestanti si dirigono verso Piazza Roma, dove è in corso un concerto ufficiale della banda militare. Forza pubblica e anarchici si scontrano violentemente, mentre la gente che lancia pietre e mattoni dalle finestre. Partono le prime rivoltellate dei carabinieri, muoiono in tre. Ventidue feriti. Nelle Marche, in Romagna, in Toscana le notizie degli scontri sollevano la rivolta popolare, scioperi e manifestazioni di minore gravità dilagano un po’ ovunque, fino a Roma e Napoli. Gli insorti disarmano carabinieri e truppa, occupano le città, bloccano i treni, devastano i simboli dell’autorità.

La rivolta prende di sorpresa i socialisti, che da anni predicano la rivoluzione ma non sono mai pronti quando è il momento. La sera del 7 la direzione del PSI è deserta. Mussolini è isolato a Milano. Le comunicazioni con le zone in rivolta sono interrotte dal ministero dell’interno. Nella riunione dell’8 la direzione del PSI chiede al sindacato di proclamare uno sciopero generale di protesta in tutta Italia. Quella era la risposta tipica ai cosiddetti “eccidi proletari” che accadevano un po’ troppo spesso in Italia. La CGL è dubbiosa. Lo sciopero inizia il 9 mentre le violenze aumentano. I rivoltosi si muovono in bicicletta, ci sono anche i cosiddetti “ciclisti rossi” già attivi da un paio d’anni nel nord Italia. Il 10 i ferrovieri incrociano le braccia ma già il giorno dopo la CGL proclama la fine dello sciopero, in contrasto con il PSI che vorrebbe continuare l’azione rivoluzionaria sulla quale, però, non ha alcun controllo. Anche Nenni si rende conto che la rivolta non ha alcuna speranza, priva di leader e di una meta chiara. Salandra manda centomila uomini a spegnere la protesta. Dopo una settimana di scontri, la situazione torna alla normalità. Nenni viene arrestato il 23 giugno. Malatesta fugge di nuovo a Londra. Vestito da ricco signore in vacanza, prende un treno da Ancona e ripara in Svizzera. Poi trasmette a Mussolini un biglietto col suo nuovo indirizzo londinese.

Politica interna ed estera.

La settimana successiva si tengono le amministrative in un clima surriscaldato. Tutto sommato vanno bene, senza gravi incidenti. Milano passa ai socialisti con solo 3000 voti di scarto sui liberali. Mussolini viene eletto consigliere comunale. Issata la bandiera rossa su Palazzo Marino. A Roma il blocco democratico nathaniano si scontra con quello cattolico-liberale, guidato dal principe Prospero di Colonna, già sindaco di Roma fino al 1904, quando si dimise per aver prima accettato di organizzare le Olimpiadi nel 1908, salvo scoprire di non aver in cassa un centesimo. Squadre di ciclisti delle due parti (e qualche automobile) vanno in giro per la capitale a incoraggiare gli elettori. Si vedono parecchi preti ai seggi. Affluenza forte nei quartieri popolari e periferici dove il blocco democratico ha organizzato concerti per attirare gli elettori. Vincono i conservatori e il principe sarà di nuovo sindaco.

Poco prima dell'attentato. L'arciduca e sua moglie lasciano il municipio di Sarajevo.

Poco prima dell’attentato. L’arciduca e sua moglie lasciano il municipio di Sarajevo.

Un’altra battaglia politica infuria per il seggio suppletivo di deputato a Torino, per la morte del deputato socialista Gay. I socialisti torinesi avevano prima pensato a Salvemini, Salvemini aveva proposto Mussolini e alla fine Mussolini aveva rinunciato non avendo l’appoggio convinto del partito. Si sfidano il candidato dell’ordine (Bevione) e quello socialista (Bonetto) che perderà per 67 voti. Il 17 giugno Mussolini è a Torino per sostenere un contraddittorio con Bevione. Mussolini dichiara che l’internazionale non è una chimera ma sarà presto la realtà. “La democrazia non ha le nostre tenerezze. Noi siamo antidemocratici. La democrazia è oggi una ditta commerciale, con cui la borghesia, aiutata dalla massoneria, cerca di fare i suoi buoni affari. E’ un equivoco, che noi socialisti rivoluzionari, combattiamo con tutte le nostre forse, perché non fa che intorbidire le situazioni nette, ed allontanare il giorno della chiara resa dei conti”.

Un’altra resa dei conti sta per cominciare, quella tra Austria e Serbia. Il 28 giugno Gavrilo Princip, studente serbo di 19 anni, uccide a Sarajevo l’arciduca ereditario d’Austria, Francesco Ferdinando e sua moglie Sofia di Hohenberg. L’emozione in Europa è fortissima. Tutti si rendono conto che nella delicatissima esplosiva situazione dei Balcani, quei colpi di pistola potrebbero avere echi molto più vasti. Ma in fondo nessuno pensa che la nuova crisi sarà diversa dalle altre che hanno infestato l’Europa negli ultimi anni.

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