Il mio amore per te

5
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Il mio amore per te, non l’ho mai detto. Soprattutto a te, non te ne ho mai parlato. Ti conosco da troppo tempo. Non ti ho amato dal primo giorno, anche se ricordo perfettamente l’istante in cui sei entrato nella mia vita. Se te ne parlassi saresti imbarazzato. Sei così schivo, riservato, e fatto a modo tuo che sembra quasi tu non sia capace di certi sentimenti. Ma li provi, lo so.Forse non trovi le parole. Eppure io lo vedo, lo comprendo, come solo io sono capace di capirti. L’ho provato sulla mia pelle come sei: silenzioso ma presente, generoso, sorridente, divertente, non ti risparmi. E io so che sei così anche ora, con tua moglie e con la tua famiglia. Faccio sempre parte della tua vita, non fingere di non accorgertene. Sei perfetto con loro. Non è questo che mi dispiace, anzi. Se ci rimango male è solo perché non sei più così anche con me.

Non mi cerchi mai, ti telefono ogni tanto, così, per sentire la tua voce. Ma tu non sei mai raggiungibile, non mi richiami, non ti fai vivo. Nemmeno un sms, mai uno squillo. Eppure un tempo facevamo un sacco di cose insieme: gare di solitari e sfide sugli sci; andavamo ai concerti in treno e tornavamo in autostop. Abbiamo condiviso intere collezioni di dischi e di fumetti, anche jeans e magliette. Abbiamo dormito insieme per anni. Io con la mia insonnia passavo notti a leggere, tu non ti svegliavi mai, mi facevi compagnia col tuo respiro regolare.
Abbiamo riso, fatto battute macabre e visto film improbabili nel primo pomeriggio. A volte ti ho fatto male, ma mai deliberatamente. Io c’ero per te e tu per me, senza bisogno di aggiungere niente. Andava bene così, senza parole. Possibile che tu non voglia vivere ancora tutto questo? Non senti nostalgia del nostro meraviglioso stare insieme da studenti?

Ora che ci penso non so se ci siamo mai detti nemmeno “Ti voglio bene”. Da parte mia, se non l’ho fatto, è per te, per lasciarti libero di esprimerti per primo, senza forzature. Per me, è semplice mostrare i miei sentimenti. Eppure so di essere stata la donna della tua vita, anzi lo sono ancora. Solo che sin da allora ero troppo per te. Troppo amica, troppo indipendente, troppo forte. E tu eri troppo timido per darmi il tuo amore. Forse è per quello che non mi hai mai nemmeno sfiorato, non mi hai mai dato nemmeno un bacio sulla guancia. Ovvio, il contatto fisico con me, tuo ideale femminile, ti metteva soggezione. Eppure indovinavo la passione nei tuoi occhi, anche dietro le tue lenti da miope. Non credo fossero problemi di vista. Non ho più visto quello sguardo per nessun’altra, nemmeno alle tue nozze, che ho spiato di nascosto, perché non mi avevi invitato. In verità ci sono rimasta un po’ male, ma ho capito bene perché: temevi di non riuscire a dire sì, se solo avessi incrociato il mio sguardo. Eri proprio bello senza occhiali, con la giacca scura, la camicia bianca e una fresia appuntata sul bavero. Era un messaggio per me, lo so, la fresia è il mio fiore preferito. Te lo ripetevo ogni volta che passavamo davanti ad un fioraio vicino a casa nostra.
Non ti avevo visto così elegante nemmeno alla tua laurea. Ora che mi ci fai pensare, anche in quell’occasione ho dovuto auto-invitarmi. Mi sono presentata in facoltà e lì ho finalmente parlato ai tuoi genitori, che, con mio stupore, non sapevano nulla di noi. Non conoscevano neanche il mio nome, Mi chiamavano “la coinquilina di via Mazzini 1″. Che insensibili. Io ero il tuo amore, la tua amica con la A maiuscola. La tua ragazza platonica. Sono rimasta così fedele a questa cosa che non ho più cercato nessun altro. Non mi sono mai fidanzata, né sposata, perché sono certa che aspetti solo un mio cenno per lasciare moglie e figli e vivere la vita che desideri insieme a me.

Tesoro, saranno 20 anni che mando giù rospi, che sopporto di amarti in silenzio mentre vivi la tua vita fingendo che io non esista. Ma è ovvio che per te si tratta solo di una recita e che tutto quello che fai è solo per un forte senso del dovere. Non ti preoccupare. Io ci sono e ti aspetto. Non potresti farcela senza il mio sostegno. Senza le continue prove a cui mi sottopongo: ti seguo a distanza, fin sotto casa o nel parcheggio del tuo ufficio. So dove vivi, so dove lavori. Povero amore mio, anche se ti vedo ridere e cantare mentre porti i tuoi figli in auto a scuola o li riporti a casa dopo la piscina, non hai più l’espressione di quando studiavamo insieme e ci facevamo tanta compagnia. E non solo perché non porti più gli occhiali. Ti mando lettere, e-mail, anche se i messaggi mi tornano sempre indietro e le lettere le trattiene la portinaia per giorni, poi le butta via, nella raccolta differenziata: carta alla carta. Anche questo mi fa capire cosa provi per me. Tu sei sempre stato attento al rispetto per la natura e questo gesto significa che non sei cambiato. Avrai detto tu di far così a quella strana donna. Certo non puoi rischiare che le mie buste piene d’amore e profumo finiscano nelle mani sbagliate, di tua moglie o dei tuoi figli.

Oggi l’affronto, quella sciattona che non ti consegna il mio amore e lo fa finire in discarica. Mi dovrà delle spiegazioni, perché non può mettersi fra noi due, che già abbiamo tanti impedimenti. La signora si stupisce e schernisce. Mi dice che il nome sulla busta non esiste, cioè nessuno con quel nome e cognome vive nel palazzo. Lei lavora a quell’indirizzo da oltre 20 anni, quando è salita da Palermo e non ha mai abitato lì nessuno che si chiamasse a quel modo. Le urlo in faccia che non mi deve prendere in giro. So tutto di te, che hai una Multipla nera, con un seggiolino dietro, per la tua bambina più piccola e un rialzo per il figlio maggiore. Che hai una moglie bionda, con l faccia da vecchia e l’aria arrogante. Una donna che chiaramente non dovevi sposare. Che lavori da qualche parte vicino alla Coop di via Massarenti. Sono sicura, perché vedo la tua auto con l’orrido adesivo “Cuccioli a bordo” parcheggiata proprio lì vicino, tutti i giorni, ad orari diversi, ma per un sacco di ore consecutive. Comunque conosco la tua targa a memoria.

So che abiti lì almeno da 10 anni e che non so in quale casa tu stessi prima, perché per un po’ ti ho perso di vista. Ero all’estero e quando son rientrata non abitavi più a Bologna. Ti ho ritrovato proprio un giorno in cui andavo a far la spesa alla Coop, ti ho visto salire in auto, ho urlato il tuo nome, non mi hai risposto e allora ti ho seguito. Le sciorino la tua mail, il tuo cellulare, il tuo titolo di studio, l’indirizzo dei tuoi genitori dove vivevi prima di venire qui a studiare, lontano, in provincia di Bolzano. Le dico che certamente ti sarai operato agli occhi, perché da studente eri fortemente miope e non potevi certo guidare senza gli occhiali. Oggi invece non li porti più. Ti sei sposato dopo aver avuto il primo figlio, abitavi già lì. E io c’ero, in municipio, ti ha sposato Cofferati, che era sindaco. Ora che ci penso, non ricordo di aver visto i tuoi genitori in quell’occasione. Strano, eppure è così.

La portinaia mi risponde che sono pazza, che se non la smetto chiama i carabinieri. Mi dice di darmi una calmata e lasciarla parlare. La prendo per il collo e le rispondo di star ben attenta a quello che dice perché sì, son pazza, ma d’amore per te e che tu lo sei altrettanto per me, anche se non puoi farlo vedere. Non sarà certo lei a rovinare la nostra storia. Allento un po’ la presa e lei parte con una filippica. Mi dice che la persona di cui parlo, quello con la Multipla nera, la moglie che io definisco stronza, unita a lui in nozze da Cofferati, l’uomo con due figli in età scolare non può essere laureato in Scienze Politiche. Si tratta del famoso pupillo del Professor Carlo Flamigni, il ginecologo dell’infertilità, che ha fatto più miracoli di Santa Rosalia, la Santuzza patrona delle gravidanze difficili. Per il resto è tutto vero. Figli, parcheggio in zona Coop Massarenti, proprio vicino al reparto Ginecologia-Ostetricia dell’Ospedale Sant’Orsola. Mi dice che sarebbe bastato guardare sui campanelli: il cognome della persona che cerco non c’è. Il dottore e la moglie si chiamano entrambi Casadei, vivevano lì insieme anche da studenti, sono di Cesenatico. Lui gli occhiali non li ha mai portati. Sono due bravissime persone, lei lavora nell’amministrazione del’ospedale. Si son sposati in effetti che il figlio era già nato. E l’hanno invitata, perché lei è sinceramente affezionata alla famiglia Casadei Casadei, ogni tanto cucina per loro pasta con le sarde e se la coppia vuole andare al cinema, lei bada i bambini.
Quindi le lettere le conserva qualche giorno poi le butta, perché tecnicamente non c’è mai stato un inquilino con quel nome e nessuno le ha mai reclamate… Tossisce, forse sto stringendo troppo. La mollo. Urlo che voglio il numero di telefono del sedicente Dottor Casadei, voglio sentirne la voce. Devo sentirla perché così smentirò questa donna.

Non puoi essere che tu, è troppo uguale a te, certo che sei tu, sei l’incarnazione del mio amore. Però, in questo scambio, ho la lucidità di capire che se lei estraesse il cellulare potrebbe chiamare veramente i carabinieri e non darmi il numero che chiedo. Allora le strappo il telefono dalle mani e scappo, di fatto un furto, ma glielo posso sempre restituire dopo aver cercato il numero dell’inquilino Dottor Casadei. Sto ancora compiendo questo gesto che già mi sento sicura che il ginecologo dei miracoli sei tu. Sono assolutamente certa che se comporrò il numero, risentirò la tua voce, dopo anni. E l’accento non sarà romagnolo, ma altoatesino e risentirò il tuo intercalare similtedesco che mi piaceva tanto … sono emozionata.

Scappo, sento la portinaia urlare al ladro, ma fortunatamente per strada non c’è nessuno a raccogliere la sua richiesta d’aiuto.
Volto l’angolo e mi porto alla fermata dell’autobus, così mi mimetizzo fra la gente che aspetta. Mi basta che passi un bus qualsiasi, vado verso il centro e poi mi dileguo. Il telefono posso spedirlo con la posta celere. Sono una persona per bene, innamorata, ma non rubo. Arriva l’autobus che porta a Piazza Maggiore, salgo, oblitero il biglietto, da vera persona onesta. Trovo posto in fondo, mi siedo e cerco il numero del fantomatico dottor Casadei nella rubrica del portinaia. C’è, proprio scritto così: Dottor Casadei. Ma che faccio, ti chiamo? Non ho la forza di dare l’Ok. Chi me lo fa fare? Poi non ne ho bisogno. Tanto lo so, lo so che sei tu, amore mio. Sei tu che ti fingi medico per assecondare quella pazza che hai sposato e che ti avrà certo obbligato a cambiare il tuo cognome per averlo identico al suo. E se lavori in ospedale con una laurea finta, non voglio certo metterti nei pasticci smascherandoti. Per carità. Voglio solo che tu sappia di me, del mio amore per te. Perché corrisponde al 100% al tuo amore per me.
Perfetto. Ora mi è tutto chiaro. Questa notte verrò sotto casa tua e ti lascerò un messaggio. Nella tua macchina, così non ci metterà becco quella megera della portinaia. Mi organizzo e preparo lo zaino con tutto l’occorrente, prendo l’autobus notturno, quello delle 23 e 52, la linea che passa sotto casa mia ogni 30 minuti.
Farò quello che devo fare.
Arrivo, va tutto liscio. Ho deciso di rendere il cellulare della portinaia alla sua legittima proprietaria. L’ho messo in una busta di pluriball che lancio oltre il cancellino d’ingresso. Lo troverà certamente. Nel palazzo le luci sono quasi tutte spente. Qualcuno guarda le tv al terzo piano. Da un balcone, immagino di un salotto, esce una luce azzurrina e un dialogo di un telefilm di indagine poliziesca, Riconosco la voce del detective, il mio preferito. Lo sento dire distintamente: “Confessa, finchè sei in tempo.” Mi pare di buon auspicio, vero amore? Confessa che mi ami, ora, finché sei in tempo, prima che io commetta qualcosa di irreparabile. In realtà non so a quale piano vivi.

Ma visto che non mi dai alcun segno, procedo. Con le mie chiavi di casa incido sul cofano della tua Multipla nera una frase: “Smetti di fingere”. Poi prendo la bomboletta di vernice rossa dallo zaino e scrivo su tutta la macchina altre frasi per te. “Il mio amore per te non morirà mai”. “Tua moglie è una stronza”. “Dille la verità”. “Torna da me”. “Si fottano i tuoi figli”. Per completare l’opera estraggo il martello che mi son portata da casa e spacco tutti i vetri. Mi ammanetto alla ringhiera del tuo palazzo, vicino all’auto, lancio la chiave nel tuo cortiletto. Sarai certo attirato dal rumore e non potrai più ignorare me, i miei messaggi, i miei sentimenti e dovrai affrontare la realtà. Finalmente potrai capitolare e dirmi che mi ami, che tua moglie non conta nulla per te, e nemmeno la tua macchina patetica da padre di famiglia.

Sento aprirsi finestre, tirar su tapparelle, ma non ti vedo, non ti sento. Ti prego, dammi un segno, molla tutto e corri da me. Invece si apre il portone, poi il cancellino ed escono diverse persone, alcuni sono in divisa. Fra la gente che grida riconosco la voce della portinaia palermitana che urla “Eccola, è lei, la pazza di oggi pomeriggio. Arrestatela. Mi ha rubato il telefono.”
Oltre a rispondere che non ho rubato nulla, perché la signora isterica troverà il suo cellulare in cortile, proprio davanti alla sua postazione di portineria, grido ai carabinieri che vengono verso di me che mi possono pure arrestare, ma non prima che tu sia arrivato. Vedono le manette, e che impugno ancora il martello. Li sfido: la chiave lo lanciata fra le piante e il martello lo userò contro chiunque si frapponga fra me e te. Che ti facciano scendere, quindi, che ti portino qui. Non ti colpirei mai. Per chiunque altro non garantisco. La portinaia spiega brevemente cosa voglio.

Dice che ho scambiato il Dottor Casadei, una bravissima persona, medico e padre di famiglia esemplare, per una mia vecchia fiamma miope e altoatesina. Son anni che mando lettere. Oggi, non si sa perché, ho deciso di affrontare la portinaia, le ho rubato il telefono, ho distrutto la macchina del medico ignaro per attirare la sua attenzione, perché continuo a credere che sia lui l’amore della mia vita. Va avanti raccontando che nella mia mente malata sono convinta che si tratti di un complotto della moglie, la signora Casadei, per separare il marito dal suo vero e unico amore, cioè me.

Urlo che è stata brava, chiara, sintetica. Che ora solo il diretto interessato può dire la verità. Che mi ama, tanto quanto io amo lui. Quando tutto sarà chiarito non mi importerà più di nulla. Se ritroverò l’amore, ogni cosa avrà di nuovo un senso. Anche se finirò in galera. Intorno qualcuno ride, qualcuno riprende col cellulare, i carabinieri non si scompongono, ma nemmeno si avvicinano. Sanno che non sono drogata o ubriaca, ma vedono da come mi sono avventata sull’auto, che non ho paura ad usare il martello.
Qualcuno ha chiamato anche la polizia e sento arrivare un’ambulanza a sirene spiegate. Temono il peggio? Chissà. Poi da un lato sento una voce d’uomo che chiede alla portinaia se per caso conosce il mio nome. Ma no, nelle buste non c’era mai il mittente e di certo oggi, quando le ho portato via il cellulare, non mi sono presentata.
Contestualmente, in qualche remoto angolo del mio cervello avverto la tua presenza, mentre cerchi di restare defilato fra le forze dell’ordine. Hai perso completamente l’aria tranquilla dell’uomo di casa, del medico stimato. Ti vedo scuotere la testa ossessivamente, come dire no, no, no. No, non hai idea di chi io sia. No, non conosci il mio nome. Soprattutto no, non capisci perché voglia testimoniare il mio amore per te tanto ossessivamente. Scuoti la testa con lo sguardo terrorizzato che hanno gli animali che stanno per essere caricati sul camion che li porterà al macello, punti i piedi, non ti muovi, ma vorresti arretrare, si vede. Ti comporti come se ti volessero mettere un cappio al collo per portarti al mio cospetto e io potessi decretare la tua fine. Sì amore, questa è la tua fine, la fine della tua vita sotto mentite spoglie. Ed è anche l’inizio della nostra nuova vita insieme. perché ora son sicurissima che sei tu, che esiste un complotto per separarci e urlo, urlo che ti amo, ti imploro di farti avanti, ti chiedo di urlare anche tu e sarai libero. L’amore mi acceca definitivamente.

Ma non è questo il motivo per cui non vedo più nulla. Li hai aiutati a distrarmi. E io non mi sono accorta che qualcuno mi raggiungeva da dietro e mi colpiva violentemente alla testa. Con un manganello, probabilmente. Credo di aver perso conoscenza abbastanza a lungo per venir liberata dalla mie manette giocattolo e legata alla barella che mi porta via con una commozione celebrale. Sento parlare gli infermieri. “L’abbiamo immobilizzata, ma bisogna tenerla sedata” – dice uno – “è una stalker, è capace di tutto. Non è in grado di intendere e volere… Pensa che perseguitava da oltre 10 anni una persona scambiandola per un suo vecchio compagno di università… Questa notte ha dato di matto, con un martello in mano…” .
Mentre mi lascio andare al sedativo, sento il collega che risponde:
“Mi pare strano, chissà, quel dottore cosa le avrà fatto, l’avrà illusa, chissà cosa le ha fatto credere, magari se ne è approfittato e poi davanti alla moglie ha fatto la parte del santerellino. Conosco un tale che si fingeva ortopedico per conoscere le ragazze agli happy hour. E poi non sei tu che dici che bisogna negare anche l’evidenza, di’ la verità, cosa avresti fatto tu al posto del ginecologo, davanti a moglie, figli, vicinato, carabinieri e equipaggio dell’ambulanza?”
“Lascia stare, va là. Che se qualcuno ti sfasciasse la macchina, lo prenderesti te a manganellate e per curare le lesioni metteresti i punti senza anestesia.”
Li sento ridere mentre io sono straziata. Intonano addirittura “Datemi un martello”. Ho sempre detestato Rita Pavone. Che nausea. Sprofondo nel sonno chimico e spero di rivederti presto, anche ora, nei miei sogni, per poter parlare con calma del nostro futuro d’amore insieme.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Tag

Chi lo ha scritto

marina

Marina Marinda Flamigni. Donna, con occhiali e rughe d’espressione, sorriso verso il mondo e cervello in fuga da fermo. Mi interessa tutto e non mi intendo specificamente di nulla. Ho lavorato in comunità per tossicodipendenti e ho letto tutto "Infinite Jest". Maneggio male la realtà ma provo a gestirla scrivendoci sopra.

5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Colui

    Secondo me la tipa e’ figlia illegittima del Professor Flamigni o di qualche suo antichissimo esperimento di fecondazione con il suo seme. All’ università ha realmente avuto una profonda relazione con l altoatesino e su di lui aveva riversato tutto il suo Edipo. Poi , ma guarda la straneZza ma anche la perfezione dell inconscio e della biologia , in un periodo di crisi depressiva , il suo Edipo ha , diciamo, ritrovato la strada di casa e ha fatto si che lei riconoscesse nel figlio di Carlo Flamigni il suo vecchio amore…. Peccato che non lo sapremo mai…. E se interrogassimo il vecchio Flamigni…. Chissà….

    Rispondi
    • marinda

      In effetti il figlio di Carlo Flamigni si riconosce… sarai mica tu Colui che tutto sa e comprende?

      Rispondi
      • una lei

        In effetti , il figlio di Flamigni era così imbarazzato dalla vita segreta del padre, che per la disperazione di non avere accesso a quella verità,riconosce, allucinoriamente, in un incontro casuale, la sua probabile sorellastra, ed era in fondo anche questa nient’altro che la proiezione della figura materna.

        Rispondi
        • Colui

          Vedi….. Ora tutto torna…brava …ma mi sorge il sospetto che mi si dia corda …. Solo per insabbiare le mie sagaci chiose….mmmhhh

          Rispondi
  2. Antonio

    Tutto d’un fiato… letto. Fa venir voglia di continuare a leggere, di sapere ancora.
    Grazie Marinda

    Rispondi

Perché non lasci qualcosa di scritto?