Il delitto del catamarano

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Banalità del male, voglia di avventura e di fuga da una vita piatta e piccolo borghese, accecamento sessuale per le lolite possibilmente nordeuropee, storditezza, balordaggine, crudeltà, insensatezza: c’è tutto nel crimine di cui parleremo, i cui strascichi non accennano ad esaurirsi. Durante una battuta di pesca con la rete a strascico, il 28 giugno 1988, fu rinvenuto il cadavere della trentaquattrenne skipper marchigiana Annarita Curina, avviluppato in una confezione di fortuna, zavorrato, a stento poi riconosciuto, dopo la permanenza in mare per un paio di settimane: e una volta aperto quel tragico involucro, sarà chiaro che la donna era stata assassinata prima di essere buttata in acqua.

Siamo all’inizio dell’estate 1988, accidiosa estate secondo qualche cronaca, e in Italia vivacchia il solito governicchio (premier Ciriaco De Mita, che durerà solo fino all’estate successiva). Annarita è una ragazza di buona famiglia, laureata in lingue, appassionata di mare e imbarcazioni, forse già divorziata (i resoconti non sono univoci al riguardo), all’epoca fidanzata senza particolari ansiti matrimoniali. Anela a fare la skipper a tutto tondo e organizza un piano di viaggio che si rivelerà sventurato: amici e sodali che avrebbero dovuto accompagnarla non riescono a raggiungerla per la partenza, rimandano, progettano di aggregarsi in un secondo momento, col risultato che il 10 giugno ad affiancarla sul molo, per salpare con lei sull’Arx, saranno solo i suoi futuri aguzzini, la coppia diabolica.

L’Arx è un catamarano, tipo di imbarcazione ancora relativamente poco conosciuta in Italia, modellata sulla doppia piroga polinesiana, al cui aspetto finale la Curina ha lavorato personalmente insieme ad amici, contando di affittarlo per crociere a turisti: ha accumulato esperienza nel settore, è stata anche hostess su yacht privati e adotta pure un piccolo sotterfugio per poter navigare oltre certi limiti chilometrici, per i quali non avrebbe le autorizzazioni – un particolare che per una serie di ragioni agevolerà la fuga della coppia criminale dopo il delitto.

E’ fiduciosa: l’uomo che l’ha avvicinata le è stato presentato in circostanze tranquille, da persone conosciute, e ostenta sicurezza e conoscenza del mondo velico. Il catamarano dispone peraltro anche di motore, all’uso, ma solo per necessità: la vera valentia, nel condurlo, si mostra a vela.

Filippo De Cristofaro, evaso a fine aprile dal carcere di Livorno dove stava scontando l'ergastolo.

Filippo De Cristofaro, evaso a fine aprile dal carcere di Livorno dove stava scontando l’ergastolo.

Il noleggiatore è Filippo, detto Pippo, De Cristofaro, milanese d’origine pugliese, stessa età di Annarita, espressione di una numerosa famiglia in cui le donne di casa paiono avere un debole inattaccabile per il prestante giovanotto; costui si vende bene come eclettico uomo di mondo, pur se non si capise cosa sia mai riuscito a combinare in concreto e trova sempre il modo di far scucire a mamma e sorelle denari per improbabili imprese.

Orfano di padre, effettivamente era stato costretto ad abbandonare gli studi di ragioneria per mettersi a lavorare, ma aveva provato vanamente più strade, inciampando poi nel matrimonio riparatore con una ragazza olandese. L’Olanda deve piacergli molto, vi si trasferisce, tenta di entrare in commercio fallendo subito, molla moglie e figlioletta; ma le ragazze dei Paesi Bassi sono sempre nel suo cuore se, anni dopo, reduce dalla solita sarabanda di mestieri incompiuti ed espedienti per vivere, riuscirà ad irretire un’altra olandesina, la tredicenne Diane Beyer, che per lui fugge di casa.

Per i tempi, non è uno scherzo adescare una giovincella (oggi le minorenni sembrano sdoganate); infatti, dopo averla trascinata in giro per il mondo, fino in Nuova Caledonia, forse con qualche barca di quelle che era solito rubare, Pippo viene denunziato dal padre di lei e deve “riconsegnarla” alla famiglia, che comprende altri due figli.

Tuttavia ne è proprio invaghito, poichè anni dopo se la riprende, sempre minorenne, e insieme progettano una nuova vita insieme nei mari del sud, senza legami né più contatti con l’Europa. Così inizia la tragedia. Che sarà tale non solo per il risvolto umano, ma, altresì, per l’ennesima amara constatazione che il sistema giuridico e penitenziario italiano mostra qualche falla irrimediabile.

La vicenda è stata spesso raccontata e riesumata nei giorni, susseguenti all’evasione del De Cristofaro nell’aprile scorso, che non è la prima (ha approfittato di un permesso premio) e dunque ci chiediamo perchè concedere tali agevolazioni a chi non le merita: il sovraffollamento delle carceri è dovuto ad altri fattori, che non giustificano l’autorizzazione alle scorribande di un feroce assassino, mai pentito, la cui buona condotta in carcere, ce lo vogliamo dire? sarebbe solo un dovere.

Riassumiamo brevemente.

Il 10 giugno il terzetto salpa, ma De Cristofaro, come poi confesserà, ha già in mente di togliere di mezzo la Curina e svignarsela con il catamarano. A un certo punto, in navigazione, esorta Diane a ucciderla, ma la ragazzina è timorosa, non vuole vedere sangue scorrere e propone l’avvelenamento con un ansiolitico, che infatti le versa di nascosto in un caffé.

La skipper accusa qualche malessere e va a stendersi sul letto, ma poi mostra segni di ripresa; a quel punto Pippo spinge l’olandesina a farsi coraggio e passare all’azione. Le consegna un coltello (ne ha diversi con sé), ma l’adolescente ha poca forza e soprattutto meno ancora determinazione, forse iniza a capire in che guaio si è infilata, e ferisce solo lievemente Annarita.

Spazientito, De Cristofaro afferra la vittima e con tre colpi di machete in testa completa l’opera; per essere sicuro che la forte donna di mare non faccia brutti scherzi e rinvenga, la avvolge in una coperta, la lega e la butta in acqua, poi la ripesca e, constatato che è proprio morta, questa volta se ne libera definitivamente, con un’ancora come zavorra.

Diana Beyer, 6 anni di carcere, si è rifatta una vita in Olanda.

Diana Beyer, 6 anni di carcere, si è rifatta una vita in Olanda.

Inizia a questo punto la disperata fuga della coppia per il Mediterraneo, ed è qui che si rivela l’inettitudine di Pippo come navigatore, benchè poi noto come “Rambo dei mari”. Dopo aver cambiato nome al catamarano, si incaglia in Tunisia e ai due non resta che fuggire per il deserto, a cavallo questa volta, ma un mandato di cattura internazionale va a buon fine e la polizia tunisina acciuffa i due miserandi avventurieri (mentre soccorrevano un cagnolino, particolare con cui evidentemente cercheranno di impietosire l’opinione pubblica).

Il resoconto non può rendere l’idea di cosa sia veramente accaduto, per il che rimandiamo agli articoli in rete, che descrivono tutta una serie di vicissitudini, come l’aggregazione successiva, a delitto compiuto, di un altro olandese, che comparirà nelle foto della cattura, ma che verrà poi ritenuto estraneo ai fatti (con qualche nostra perplessità, ritenendo che non potesse essere del tutto ignaro che qualcosa di grave doveva essere accaduto).

Ciò che colpisce è anche un altro aspetto della personalità dell’assassino, su cui imposta la propria difesa.

De Cristofaro non esita a denigrare la famiglia della sua giovane amante, quando è chiaro ormai che lei verrà avviata a percorsi di recupero (le daranno sei anni, in una struttura speciale per i casi come il suo, e poi sarà rimandata in Olanda dove in seguito metterà su famiglia), mentre a lui toccherà la pena massima. Dichiara che un’adolescente di quel genere di paesi non è “come le nostre”, lasciando intendere facili costumi, disponibilità a esperienze alternative e genitori compiacenti, anzi esempi di lassismo sessuale per i figli.

Questa vicenda non è solo la storia di un efferato omicidio destinato da subito ad essere scoperto (prima o poi qualcuno avrebbe reclamato la presenza della Curina, ripescata o meno), ma anche lo scontro tra due mentalità che non è del tutto tramontato.

Benché l’Italia si sia ammantata di un supposto progressismo culturale, il climax generale appare più libertino che libertario o liberato. Leggi scontate nel nord Europa, come il divorzio breve, da noi stentano assurdamente a passare il vaglio parlamentare, per veti incrociati di lobby che ostacolano lo sviluppo senza produrre cultura del libero scambio: siamo ingabbiati nell’eterna oscillazione tra vecchi “valori” ormai non più sentiti e desideri di evasione che la frustrazione trasforma in violenza diffusa specialmente contro i soggetti deboli.

In questo quadro il tuttora evaso De Cristofaro tentò dunque di farsi passare addirittura per la vittima di una “dark teen ager” viziosa e amorale, lui, sempre vezzeggiato dall’harem familiare, atteggiamento che ancor oggi adombra un maschilismo non scomparso e supportato da molte donne.

Vorremmo paragonarci ai paesi della socialdemocrazia evoluta, ma non è certo che in noi non alberghi invece qualche recondito rigurgito più talebano che scandinavo e la libertà dei costumi nasconda solo complessi atavici irrisolti.

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Chi lo ha scritto

Carmen NY

Carmen è autrice di romanzi, saggi e manuali ad uso professionale. Genovese d'anagrafe , ama le culture diverse, il che per lei ha sempre significato anche quella del vicino di casa. In epoca di globalizzazione, la distanza tra individui di fatto è divenuta infinita anche tra condomini: la condivisione e la conoscenza restano  valori fondanti per non inabissarsi nella disumanità.

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