Gli “spaghetti a mezzanotte”: Italia-Argentina 1-0, 1978

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La Nazionale italiana arrivò ai Mondiali del 1978 dopo anni di rifondazione. In Germania, nel ’74, l’ossatura era ancora quella di 4 anni prima, quando, in Messico, l’Italia era stata sconfitta solo da un inarrivabile Brasile e aveva vinto quella che tuttora è considerata la partita più mitica della storia calcistica italiana: la semifinale Italia-Germania 4-3.

Enzo Bearzot (1927 - 2010)

Enzo Bearzot (1927 – 2010)

Ma nel 1974 le cose erano andate male ed era arrivato il momento di un ricambio generazionale. Il compito era stato affidato all’allenatore Enzo Bearzot, una persona seria, riservata e poco incline alla drammatizzazione e alle polemiche. Insomma, tutto il contrario dello stereotipo di italiano…

Bearzot aveva costruito la sua Nazionale a immagine e somiglianza della Juventus che in quegli anni vinceva come e più di quella di oggi. Non sempre le sue scelte erano apprezzate perché ciò che a lui interessava non era tanto chiamare in Nazionale i migliori giocatori, ma soprattutto quelli che fossero funzionali a creare un gruppo. Un gruppo che giocò da protagonista probabilmente i due Mondiali più belli della storia della Nazionale italiana: quello del 1978 in Argentina e quello, vinto, in Spagna nel 1982.

L’Italia si qualificò per l’Argentina vincendo il proprio girone e lasciando a casa i “maestri” inglesi che finirono secondi (non c’erano ripescaggi). Tuttavia, per il solito spirito disfattista e lamentoso degli italiani, in Italia si credeva che a quel “Mundial” la Nazionale non sarebbe andata lontano. Il 18 maggio 1978 a Roma, nell’ultima amichevole prima della partenza per l’Argentina, l’Italia pareggiò 0-0 contro la Jugoslavia ed uscì dal campo tra i fischi: la disfatta sembrava certa e vicina.

Forse convinto da quei fischi o più probabilmente da più profonde riflessioni, nella partita d’esordio, il 2 giugno 1978 contro la Francia, Bearzot se ne uscì con due sorprese che, ai più, parvero assolutamente folli: fuori Maldera e Graziani, che erano i titolari fino a quel momento e dentro Cabrini e Rossi. Oggi, quasi ogni appassionato di calcio conosce questi due ultimi nomi, ma quel giorno Cabrini faceva il suo esordio assoluto in Nazionale (a 21 anni), mentre Rossi, 22 anni, aveva appena giocato due partite in azzurro.

L'Italia che scese in campo contro la Francia.

L’Italia che scese in campo contro la Francia.

Nel giugno 1978, io avevo da poco compiuto 9 anni e mi ero avvicinato al magico mondo del calcio da non più di un anno e mezzo. Come per Bearzot, Rossi e Cabrini, anche per me quello era il primo Mondiale. E non poté cominciare peggio. Dopo soli 40 secondi, alla prima azione, la Francia segnò: 1-0, gol di testa di Lacombe. Trauma. Per l’Italia, per Bearzot, per Rossi, Cabrini e anche per me…Ma l’Italia c’era e al 29’, proprio Rossi pareggiò con un tipico gol “alla Rossi”, ossia dopo una serie di rimpalli che lui seppe concludere in rete. L’Italia vinse poi quella partita (2-1) e anche la seguente, il 6 giugno, contro l’Ungheria per 3-1.

La formula di quei Mondiali prevedeva una prima fase con 4 gironi da 4 squadre ciascuno, con le prime 2 di ogni girone che passavano al secondo turno. La quarta squadra del girone dell’Italia era l’Argentina, padrona di casa, e anch’essa aveva vinto contro Francia e Ungheria. Perciò sia Italia sia Argentina erano già certamente qualificate e l’ultima partita del primo turno, Italia-Argentina, sarebbe servita solo ad assegnare un quasi insignificante primo posto nel girone. Di conseguenza, secondo quello che è normalmente considerato lo spirito italiano, sparagnino ed ossequioso verso i potenti, Bearzot avrebbe dovuto schierare le riserve per risparmiare i titolari e per non infastidire la squadra di casa che, fra l’altro, in quell’occasione rappresentava un paese governato da una dittatura.

Per onorare il proprio pubblico, l’Argentina aveva l’obbligo di vincere la partita anche per rimanere a giocare la seconda fase a Buenos Aires, ma l’Italia no, l’Italia poteva e, secondo molti doveva farsi da parte, non sforzarsi troppo, approfittando della situazione per pensare al futuro. Come diceva lo scrittore Curzio Malaparte riferendosi agli italiani: “È certo assai più difficile perdere una guerra che vincerla. A vincere una guerra tutti son buoni, non tutti son capaci di perderla”. E nessuno, appunto, sa perdere così bene quanto gli italiani quando ciò è meschinamente conveniente. Ma Bearzot non era un “italiano”, bensì una persona “per bene”, a cui piaceva fare le cose per bene, e schierò la migliore formazione possibile: quando si gioca una partita di calcio, la si gioca per vincere, il resto non conta.

Wld.Cp.1978.Arg.Ita.Thewildbunch22.1Hlf (4)Anche se io avevo solo 9 anni, mi era già abbastanza chiaro che l’Italia era il paese dei compromessi, ma capii nelle parole di mio padre, nell’atmosfera che circondava quell’evento, che – seppure solo per una partita di pallone – le cose potevano farsi diversamente. Quell’Italia-Argentina si trasformò perciò da partita di poco conto in cui lasciar fare passerella ai padroni di casa, in una occasione per dimostrare che “noi italiani” eravamo bravi non solo a perdere e piegare la testa, ma anche ad affrontare la vita a testa alta, al Monumental di Buenos Aires davanti ad oltre 70.000 tifosi avversari.

Tuttavia ciò che più rimane impresso nella mia memoria di quella partita è qualcos’altro. Quel primo Mondiale, in un’epoca in cui le partite di coppa non avevano ancora invaso le nostre esistenze calcistiche, mi aveva svelato la dimensione internazionale del calcio e del mondo. Per me Buenos Aires e Mar del Plata equivalevano a Marte o Plutone. Ma in quelle sere di giugno, anche io ero lì, in quei luoghi lontani, in mezzo a tutta quella gente con nomi strani, dall’altra parte dell’universo. Inoltre, a giugno, in Italia già si andava al mare, ma in Argentina gli azzurri giocavano con le maniche lunghe. Esisteva dunque “un altro mondo” in cui a giugno era inverno, dove tutto era capovolto! E dove gli orari erano diversi dai nostri…

La partita si giocava, infatti, nella serata argentina del 10 giugno 1978, che corrispondeva alla mezzanotte italiana. Si trattava di orari all’epoca inaccessibili per un bambino di 9 anni, un “altrove” misterioso e straniero in cui mai avevo messo piede: i bambini andavano a letto presto e vedere la televisione oltre le nove di sera era assolutamente inconcepibile. Ma, data l’eccezionalità dell’evento, mi fu concesso di stare alzato fino a quell’ora e guardare la partita.

Mio padre invitò i suoi amici e mia madre cucinò spaghetti aglio e olio che mangiammo tutti insieme in piatti di plastica, nella sala di casa mia, sui divani, stesi per terra, in piena notte. L’eccitazione per me era massima; tutto era capovolto rispetto alla consuetudine borghese delle mie giornate: non si mangiava a tavola, non si mangiava seduti nei piatti normali, si mangiava guardando la televisione e lo si faceva ad un orario completamente assurdo. E soprattutto si mangiavano “gli spaghetti a mezzanotte” che rappresentavano per me il simbolo della libertà, della trasgressione, dell’aver raggiunto un mondo incantato dove ogni cosa era possibile. Se quella sera fossero comparse delle donne nude nel mio salotto non mi sarei probabilmente stupito più di quanto già lo fossi, perché, quella notte, la notte di Italia-Argentina del 1978, tutto quanto stava accadendo intorno a me era straordinario, eccezionale, mai visto prima.

La partita fu tesa e nervosa: l’Argentina attaccò a testa bassa, senza però costruire molto occasioni da gol. L’Italia si difese bene, senza farsi schiacciare e sconfisse gli argentini per 1-0, dimostrando di essere una squadra tosta e matura, la stessa che quattro anni dopo avrebbe vinto il Mondiale in Spagna

01-00128907000001Della partita non ricordo molto, proprio perché la mia mente registrò e conservò altre emozioni non strettamente calcistiche. Ricordo che accompagnai la Nazionale con il suono incessante di un fustino del detersivo vuoto che avevo trasformato in un tamburo che picchiavo con due bastoni di legno…Credo che mio padre e soprattutto i suoi amici non apprezzarono molto il mio caloroso tifo…

Ma soprattutto, oltre alla gioia per la vittoria, di quell’Italia-Argentina 1-0, ricordo quell’eccitante sapore di stare facendo qualcosa di nuovo, di diverso, di emozionante; la gioia e la libertà di appartenere, anche solo per una notte, ad un mondo che facevo coincidere con “il mondo dei grandi”, un mondo in cui si è liberi e realizzati, un mondo che ancora rimane nei miei sogni…

Spesso, quando si guarda indietro ai giorni dell’infanzia, si tende ad enfatizzare felicità e spensieratezza, mitizzando giorni e momenti che forse non sono stati in realtà così belli e perfetti. Più si va avanti con gli anni, più il passato più lontano ci appare sempre libero da sofferenze e preoccupazioni.

Eppure, tornando con la mente a quella serata lontana, a quel bambino di nove anni seduto sul tappeto di casa con un fustino di detersivo davanti e a quelle maglie azzurre a maniche lunghe, c’è qualcosa che mi conferma che questo ricordo corrisponda ad un momento realmente meraviglioso. Ancora oggi, dopo tutti questi anni, esiste una evidenza incontrovertibile che mi assicura tutto questo: il gol di Bettega con cui l’Italia vinse quella partita è bello e “trigonomicamente” perfetto come la cupola di Brunelleschi.

[articolo originariamente pubblica su La Catedral]

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Fabio Marziali

    Grazie, siamo coetanei e condivido pienamente i tuoi ricordi e le tue sensazioni
    Leggendo l’articolo sono tornato indietro a quella sera e mi sembra che tutto combaci perfettamente… Non è che per caso eravamo nella stessa casa?!?

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  2. matzeyes

    Bellissimo questo condensato di emozioni. Io nel 1978 ancora credevo che nel calcio ci fosse la rete a metà campo, ma ho ritrovato molte sensazioni del 1982. Mi è anche venuta voglia di sapere di più su quella partita, questa sintesi è molto bella e interessante: https://www.youtube.com/watch?v=41GCmqDEnPI

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