Festival dell’Oriente

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PARTE 1 – Teresa

Si è tenuto dal 30 maggio al 2 giugno, presso Nuova Fiera di Roma, il Festival dell’Oriente, in cui si sperava di scavalcare la muraglia che ci separa dal quel mondo così prezioso, antico, lontano dalla fessura elegante di un paio di occhi a mandorla. Ci sarebbe piaciuto stenderci sulla chioma dorata dei deserti, farsi maneggiare da mani sapienti, attraversare i fiumi di the che sanno d’oriente. Sarebbe stato bello perdersi tra le pieghe accurate e affascinanti degli origami, consolidarsi insieme al colore sulla stoffa, scoprire i misteri della scrittura giapponese, truccarsi come loro.

Sentivamo già sciogliersi sulla lingua il sapore piccantino delle spezie thailandesi, la compattezza del sushi, la numerosità delle palline di cuscus.

Non aspettavamo altro, se non farci cullare dolcemente dalla leggerezza vellutata delle filosofie e religioni orientali. Invece tutti questi popoli, con le loro rispettabilissime culture: antiche, nascoste, sconosciute, incomprensibili, sono stati riversati in una vasca da circo, diventando l’ombra di un’addomesticazione mediatica controproducente e ridicola.

Sacrificare una giornata intera, soldi e tempo per raggiungere una meta tutto sommato adeguata, ma poco incline alla trasformazione orientalista. L’assenza forzata della moneta elettronica ci porta molto indietro nel tempo e già ci fa capire che non siamo nel moderno Oriente ma in Italia. Superati gli ostacoli logistici e organizzativi, finalmente si riesce a entrare versando la “modica” cifra di 10 euro, nella quale erano inclusi spettacoli folkloristici e, si pensava, anche dell’altro. Peccato che, oltrepassati i tornelli, ci si ritrovi impelagati in una miscellanea di stand che molto spesso si trovano ad anni-luce di distanza dalle tradizioni orientali, avvinghiati tra loro come molluschi agli scogli. Spettacoli affollati, privi di atmosfera, in un palcoscenico posto lì solo per giustificare il prezzo del biglietto. E poi soldi, soldi da tirare fuori per tentare di sentirsi altrove, comprendendo malgrado che si è sempre ancorati in un posto troppo vicino alla commercializzazione, alla futilità e mancata volontà di riprodurre il mondo promesso.

Credo che l’organizzazione di eventi culturali debba scaturire da una passione culturale e antropologica fuori dal normale. In un momento e in un paese in cui la conoscenza viene bistrattata, occorre onorare coloro i quali investono sulla cultura e agevolare le loro passioni.

Chi ha organizzato il Festival dell’Oriente ha commesso un delitto in cui, a prima vista, le vittime sono da identificarsi con i finanziatori di maggioranza. Ma il danno oltrepassa l’economia, lasciando un nervo scoperto nei cuori di chi si è recato in quel luogo poiché davvero attratto dalla passione per quel mondo così lontano. Delusione e incapacità fanno da padrone, glassando il tutto con una sana nota di disgusto: anche le meraviglie vengono coperte dal letame degli introiti!

PARTE 2 – Stellanigra

La mia esperienza col “Festival dell’Oriente”, quarta edizione 2013 a Milano, fu abbastanza soddisfacente.

Essendomi nel tempo fatto un po’ di cultura personale su alcuni paesi  dell’estremo oriente, la mia aspettativa non era naturalmente quella di trovare di colpo in Italia all’interno di un polo fieristico un puro distillato di cultura orientale, bensì qualcosa di decisamente più “adattato” al grande pubblico.

Mi sembrava di stare alla “Fiera dell’artigianato” di Rho (per chi la conosca) in versione ridotta e maggiormente polarizzata sull’Oriente, inteso come ottocentesco concetto piuttosto vago sia spazialmente che culturalmente.

Tamburi giapponesi

Tamburi

Un gran mix di stand di promozione nazionale, pubblicità di associazioni o aziende, oggettistica, gastronomia, pratiche varie, un paio di palchi con spettacoli di vario genere e un’area “marziale” con alcuni ring e tatami.

Qualcosa di ciò che mi è rimasto impresso, elencato in ordine sparso:

- una interessante ed elaborata cerimonia cinese del tè, praticata da una maestra con fiera eleganza e raffinata marzialità, ricca di annusamenti di bicchierini e gestualità verso l’ospite;
- una davvero suggestiva rappresentazione di tamburi di guerra giapponesi, notevole per l’atmosfera che creò, il numero di strumenti convolti ma soprattutto per l’eccezionale durata (per il grande sforzo fisico necessario) di circa tre quarti d’ora;

- sessioni musicali con “kobo“, strumento tradizionale giapponese dal suono classico ed inconfondibile, ed anziana cantante;

Katana giapponese

Katana

- il tipico spettacolo marzial-acrobatico del dragone, praticato con perizia ed entusiasmo da una scuola di arti marziali italiana;
- ottima rappresentazione di estrazione (iaido) e colpi con la katana giapponese;
- dimostrazioni di “arti marziali” di vario tipo, dal nobile e monacale Shaolin a, e qui le virgolette sono dovute, stili di combattimento paramilitari come il “Systema” russo o il “Krav Maga” israeliano, una comunque interessante sagra di rasati ragazzoni in anfibi e mimetica che si prendevano a gomitate sulla schiena;
- una incredibile dimostrazione coi gong, che invece di essere percossi venivano “accarezzati” con dei manipolatori, in modo da farli risuonare armonicamente generando suoni impetuosi e suggestivi;
- e anche uno pseudo-santone indianeggiante che “curava” un tizio a distanza manipolando una qualche imperscrutabile forma di aura spirituale.

E poi, buddismi ed animismi vari, anime e manga, pani integrali, danze più o meno riuscite, filosofie più o meno chiare, seminari quasi improvvisati e ristoranti etnici dal magrebino al coreano.

Insomma, fu un’esperienza carina ed anche istruttiva.
L’organizzazione mi sembrò un po’ artigianale ma non particolarmente fallace in qualche evidente aspetto, a parte la location che fu non particolarmente agevole da raggiungere con gli affollati bus in quella giornata di pioggia.

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Chi lo ha scritto

Stellanigra

Nel mezzo del cammin della mia vita, mi ritrovo in una selva oscura, da tempo smarrita la via qualunque essa fosse, sopravvivo tra domande e dubbi su ciò che mi circonda. Un mio motto potrebbe essere "Pessimismo della ragione, ottimismo della volontà!" (ovviamente è una citazione).

Teresa Monaco

Nata il 7 settembre 1989 in provincia di Siracusa, nel sud più profondo della splendida isola siciliana, laddove ci si perde tra il profumo del mare e gli sguardi del sole. Trasferitami a Roma dopo il liceo, nell'ottobre del 2013 mi sono laureata in "Produzione culturale, giornalismo e multimedialità" (Laurea specialistica di Lettere e filosofia), presentando una tesi sperimentale sul rapporto tra lo scrittore Erri De Luca e i mass media. L’amore per la scrittura (non solo di poesie!), la lettura, l’ammirazione e la sperimentazione di ogni forma d’arte, mi accompagnano da sempre. Sono ottimista e creativa; mi piace viaggiare con la fantasia ed esplorare nuovi mondi. Amo i colori accesi, le parole sussurrate all’orecchio e credo nella bellezza che sconquassa il cuore! Da qualche mese collaboro con L’Undici e con una rivista d’arte.

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