C’erano una volta un folletto e un drago blu…

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“Una volta vedute, le profondità dell’oceano 
rimarranno per sempre il ricordo più intenso della vita,
 non fosse che per l’isolamento e il freddo cosmico, 
l’oscurità eterna e assoluta
 e l’indescrivibile bellezza dei suoi abitanti”
 [Charles William Beebe].

Emana un fascino intenso l’ambiente marino abissale, dove la luce è un punteruolo che affonda con fatica e il buio rende difficile percepire l’esistenza degli abitanti di quelle profondità. Quegli esseri sono profili che si muovono in acqua nera e più l’acqua è nera, più sembra essere densa e pesante da spostare; e il nero porta con sé anche il freddo e la carenza di cibo. Per questo ciò che scende dall’alto è prezioso e non va sprecato. Nonostante queste estreme condizioni il mare profondo è una culla ferma e accogliente dove, tra gli altri, si sposta rapido e nel silenzio uno strano pesce: lo squalo folletto.

follettoLo squalo folletto (Mitsukurina owstoni), unico membro vivente della famiglia dei Mitsukurinidi è una delle specie di squali abissali più strane ed enigmatiche. Il suo nome in lingua anglosassone, goblin shark, deriva dal termine giapponese tenguzame; tengu indica la creatura dell’iconografia tradizionale giapponese, per metà umano e per metà uccello, dal volto rossiccio e con un naso prominente (che ricorda il muso dello squalo folletto) mente zame è il nome assegnato a questa specie.

L’animale fu descritto tassonomicamente per la prima volta nel 1898 dallo zoologo David Jordan, il quale gli attribuì il nome generico di Mitsukurina in onore di Kakichi Mitsukuri, professore di Zoologia all’Imperial University di Tokyo che gli fornì un esemplare per l’identificazione. Il nome della specie invece, owstoni, deriva da Alan Owston, navigatore e avido collezionista di campioni naturalistici il quale aveva acquistato il primo esemplare da un pescatore giapponese e, in seguito, fornì ben tre esemplari all’università giapponese.

Chissà quale sarà stata la reazione di David Jordan nel vedere la stranissima forma della testa di questa creatura; lo squalo folletto, infatti, possiede un rostro prominente simile a un becco, molto più lungo del muso delle altre specie di squalo.

Le stravaganze non finiscono qua; il corpo slanciato e fusiforme, piuttosto flessibile e molle per la scarsa calcificazione delle cartilagini, è rivestito da una pelle molto sottile e delicata, talmente sottile da lasciare intravedere i vasi sanguigni sottostanti che le conferiscono uno spiccato colore rosa. In contrasto le pinne, ricoperte da uno strato dermico più spesso e rigido, assumono una tonalità bluastra; quelle dorsali sono basse e arrotondate, senza punta, più piccole rispetto alle pinne pelviche, affusolate e appuntite.

Un’altra curiosa particolarità lo squalo folletto la nasconde in bocca; le mascelle sono dotate di una straordinaria capacità di protrusione (“lo sporgere in fuori”, NdR), che avviene piuttosto velocemente una volta individuata la preda, abbinata a un altrettanto rapido richiamo, operazioni rese possibili grazie ad una doppia dotazione di legamenti elastici a livello della giunzione mandibolare.

squaloIl rostro e le mascelle protrusibili sono un tipico caso di adattamento al buio degli abissi marini. La distribuzione di organi sensitivi lungo il rostro allungato e piatto ampliano il raggio di percezione e rendono lo squalo in grado di rilevare i segnali elettrici emessi dagli animali situati nelle vicinanze. Questi organi, assieme all’olfatto e a una spiccata sensibilità per i suoni, permettono allo squalo folletto di percepire la presenza di una potenziale preda. Una volta individuata, lo squalo folletto protrude rapidamente le mascelle, utilizzando al contempo un muscolo simile a una lingua per risucchiarla tra gli acuminati denti anteriori, adatti ad afferrare, mentre quelli posteriori sono predisposti alla frantumazione.

Tra le prede di cui si nutre, dopo un’attenta analisi del contenuto dello stomaco di più di cento esemplari, si annoverano calamari e polpi abissali, gamberetti e una particolare specie di scorfano abissale l’Helicolenus dactylopterus.

Poco altro si sa sulla biologia di questo strano squalo. La specie è diffusa a profondità variabile, in media tra 550 e 900 metri sebbene nelle acque al largo del Giappone sembri essere abbondante tra i 100 e 350 metri. Non è nota la lunghezza oltre la quale si ha la maturità sessuale e nemmeno il tempo di gestazione. Un individuo adulto può raggiungere i 3 metri di lunghezza e i 160 chili di peso; di questi, circa il 25% è costituito dal fegato il quale contribuisce al galleggiamento dell’animale che, come tutti gli squali, è privo di vescica natatoria.

Sebbene la maggior parte degli esemplari conosciuti provenga dalle acque al largo del Giappone lo squalo folletto s’incontra in tutto il mondo, dall’Australia al Golfo del Messico, nell’Oceano Pacifico e in quello Atlantico. L’esemplare più grande mai catturato, a circa 1000 metri di profondità, arriva dalle acque del Golfo del Messico, ed è stato rinvenuto il 25 luglio del 2000 impigliato in una cima utilizzata nella posa di attrezzi per la pesca dei granchi rossi; sebbene non sia stato misurato direttamente, la sua lunghezza stimata si aggirava intorno ai sei metri.

Nell’agosto del 2008, sempre in Giappone, uno squalo folletto vivo fu filmato da una troupe della NHK (l’equivalente della RAI in Giappone, NdR) mentre mordeva l’avambraccio di un subacqueo; siccome in circostanze normali lo squalo folletto non rappresenta una minaccia per i subacquei la scena fu realizzata appositamente per mettere in evidenza i movimenti della mascella.

Il 25 gennaio del 2007 uno squalo folletto fu catturato a circa 200 metri di profondità nella baia di Tokyo: trasportato immediatamente all’acquario della capitale ed esposto al pubblico in condizioni disagiate per la sua sopravvivenza, l’animale morirà due giorni dopo.

Nel 2004, lo squalo folletto è stato catalogato dalla Shark Red List Authority della IUCN tra le specie a «rischio minimo». Infatti, nonostante gli avvistamenti di questo animale siano relativamente rari, la distribuzione globale della specie, unita al fatto che viene catturata solo accidentalmente dai pescatori, fa pensare che essa non corra, per ora, alcun rischio di estinzione.

Dalle sue profondità sino alla superficie il mare è dunque fertile casa per tante creature alcune delle quali con forme e aspetto sorprendentemente fantasiosi. Se negli abissi si aggira lo squalo folletto, il mare aperto è il luogo dove vive il mollusco più raro del mondo. I suoi nomi più comuni sono: la rondine di mare, il glauco azzurro, la lumaca azzurra di mare o la lumaca blu dell’oceano.

dragoIl suo nome scientifico è Glaucus Atlanticus, meglio conosciuto nei paesi anglosassoni come Blue Dragon, ossia drago blu. L’animale appartiene al genere Glaucus che fa parte, a sua volta, della famiglia Glaucidae rappresentata dai molluschi nudibranchi. Sebbene questa specie comprenda individui tipicamente bentonici, ossia in grado di vivere sulla superficie del fondale marino, i draghi blu sono creature pelagiche che svolgono gran parte del loro ciclo vitale lontano dal fondo del mare.

Il drago blu potrebbe sembrare una sorta di alieno marino miniaturizzato essendo veramente molto piccolo. In realtà si tratta una minuscola lumaca senza guscio la cui dimensione è di appena tre centimetri di lunghezza.

La scoperta di questa curiosa specie è stata fatta alla fine del ‘700 durante il secondo viaggio nel Pacifico del Capitano Cook. Con lui erano presenti anche i ricercatori Johann Reinhold Forster e suo figlio, che descrissero il blue dragon, mentre l’illustratore e artista scozzese Sydney Parkinson ne realizzò il primo disegno. Pochi anni più tardi, nel 1777, il drago blu fu ufficialmente riconosciuto come nuova specie dalla Royal Accademy e pubblicato nei suoi annali.

Il drago blu compensa le minuscole dimensioni del corpo con una sua raffinata colorazione formata da una vasta gamma di tinte talmente nitide e lucenti da superare in bellezza persino quelle create artificialmente dall’uomo. Sul suo dorso corre una linea argentea, accompagnata da un azzurro scuro che degrada lateralmente a un tono più chiaro e scende sino a ricoprire il ventre.

Quello che può apparire una sorta di occhio, sulla testa, è la parte iniziale della radula, la bocca dei molluschi; mentre nelle lumache di mare o nelle chiocciole di terra essa consiste in una serie di dentelli che raspano, nel drago blu la radula è costituita da una serie di denti irti, acuminati e affilati, disposti in forma circolare, che hanno il compito di ancorarsi alla preda e prelevarne il nutrimento.

Il drago blu ha un corpo affusolato e appiattito e si estende lateralmente in tre paia di barbigli per un totale di 84 protuberanze cutanee chiamate cerata, tipiche dei molluschi nudibranchi. Nel caso del drago blu, i cerata svolgono due importanti funzioni. La prima è quella di sostenere il corpo; poiché il drago blu è un animale pelagico egli non usa i cerata per nuotare come gli altri molluschi nudibranchi, ma galleggia ancorato ad una bolla riempita con un gas espulso dal suo stesso stomaco, in modo da seguire le correnti o essere trascinato dai venti sulla superficie del mare.

Così il piccolo essere galleggia a testa in giù, mostrando in superficie quello che è il piede (l’organo muscoloso solitamente utilizzato dalle lumache per strisciare o nuotare). La colorazione argentea del dorso ne rende difficile l’individuazione da parte dei predatori che nuotano sotto la superficie marina; in modo analogo quelli che volano in cielo rimangono confusi dalle sfumature di azzurro del piede. Si tratta dell’ennesima capacità di adattamento all’ambiente degli organismi animali in questo caso direttamente correlata alla modalità di nutrizione del piccolo drago; le sue prede infatti si localizzano sul pelo dell’acqua e, come lui, tendono a spostarsi secondo il volere delle correnti o dei venti.

Oltre a funzionare da sostegno per il corpo dell’animaletto, i cerata rappresentano anche efficaci mezzi di dissuasione essendo intrisi del veleno che viene prelevato dalle prede e conservato in queste appendici.

Il drago blu è infatti in grado di uccidere e divorare una delle meduse più letali in circolazione la Physalia Physalis (meglio conosciuta come caravella portoghese). Gli oltre dieci tipi di veleno di cui sono colme speciali organi (le nematocisti) poste nei tentacoli della caravella sono in grado di paralizzare e uccidere rapidamente pesci e una varietà di altre prede. Ciascun tipo di veleno è caratterizzato da un proprio colore e, per alcuni, non sono ancora conosciuti rimedi.

Ebbene, spostandosi sulla superficie del mare grazie alla sua bolla gassosa, il drago blu può incontrare e iniziare a seguire la direzione di una caravella portoghese. Immune al suo veleno l’esserino aggredisce la malcapitata medusa in tutta tranquillità e la consuma rimanendoci attaccato con la sua radula irta di denti. Durante il lungo pasto il drago blu ingoia interi i nematocisti della caravella, seleziona quelli con il veleno più letale e li concentra in apposite sacche dislocate sulle punte dei cerata. In questo modo, il veleno non è più disperso lungo un intero tentacolo ma concentrato in ben precisati punti, aumentandone la potenza.

In alcuni casi il drago blu si accontenta di vivere in simbiosi con la letale medusa, nutrendosi delle sostanze microscopiche, del plancton o dei piccoli pesci rimasti impigliati all’interno della sua rete mortifera di tentacoli. Nella dieta del drago blu confluiscono anche altre meduse come “la barchetta di San Pietro” (Velella velella) o “il bottone blu” (Porpita porpita) e molluschi (la lumaca viola Janthina Janthina). Si sono perfino osservati comportamenti cannibaleschi a spese d’individui giovani aggrediti e divorati da quelli più anziani.

Il drago blu vive in tutti gli oceani del mondo, principalmente nelle acque temperate e tropicali e in particolare dall’est al sud della costa del Sud Africa, nei mari dell’Europa e nella costa orientale dell’Australia e del Mozambico. La bellezza e l’unicità di questo curioso animaletto sembrano aver innescato l’ultima moda per i proprietari di acquari che lo vorrebbero a tutti i costi nelle loro vasche. Di là dal fatto che non esistono prove certe di una sua possibile sopravvivenza in cattività (riprodurre in un acquario un ambiente con correnti e maree oltre che procurarsi le sue naturali prede, non credo sia cosa semplice) resta il mollusco più raro al mondo: permettiamogli dunque di oziare placido sulla superficie dei mari, sospinto dalla sua bolla di gas, e impegnato in relazioni pericolose con le sua amate caravelle…

SITOGRAFIA

http://oubliettemagazine.com/2013/06/29/lincredibile-squalo-goblin-il-corpo-e-rosa-e-ricorda-una-sagoma-di-cartapesta/

http://www.biologiamarina.eu/Squalo_goblin.html

http://www.nationalgeographic.it/natura/animali/2014/05/06/news/uno_squalo_goblin_in_florida-2128831/

http://it.wikipedia.org/wiki/Glaucus_atlanticus

http://graficanaturale.altervista.org/il-blue-dragon-glaucus-atlanticus/

 

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Chi lo ha scritto

Alessandro Silva

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Nato a Parma nel 1976, tra il grande fiume e la nebbia, compensa i mancati esperimenti infantili con “Il Piccolo chimico” laureandosi in Scienze Biologiche prima e ottenendo in seguito un Dottorato in Biologia e Patologia molecolare presso l’Università di Parma dove, per anni, si occupa di studiare gli effetti antitumorali esercitati dalle catechine, composti estratti dalle foglie del tè verde. Tra una tazza e l’altra dell’ottima bevanda non riesce a sfuggire all’incanto esercitato dalle opere letterarie e decide di dedicare il suo tempo libero all’arte della composizione scritta. Poesie, racconti e articoli di divulgazione scientifica divengono, giorno dopo giorno, il suo pane e ora privarsene lo esporrebbe a tremende crisi di panico e pianto. Lasciatelo con la penna in mano, in fin dei conti non ha intenzioni serie.

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