Adoperare un ferro da stiro per generare fotografie delicate e forti come orchidee

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Questa non è né la recensione di una fotocamera.
E non è un mini-corso di fotografia.
Questa è un po’ come una storia, una piccola storia vera.

C’era una volta uno sprovveduto essere dalle sembianze umanoidi affetto dalla diffusa mania compulsiva di utilizzare apparecchiature varie allo scopo di immortalare qualcosa per qualche motivo, un foto-amatore pervaso da un mesto quanto non poco ambizioso atteggiamento DIY (che cioè si è sempre arrangiato con poco).

No perché, per inciso brevemente sottolineo che, per come la penso io, quegli che, bontà sua, si ritrovi gargantuescamente foderato di frusciante cartamoneta a tal punto da poter spendere migliaia di euro (ogni sei mesi) allo scopo di praticare con soddisfazione la propria passione fotografica (che non sia il suo lavoro) per me non è un amatore; è… beh, è un’altra cosa.

Dunque, tale sprovveduto si ritrovò un giorno gironzolando all’interno di un mercatino dell’usato e, nei pressi nell’angolino fotografico (che nei mercatini non manca mai), si fermò di scatto, dacché ritrovatosi osservato da un austero essere vitreometallico.
Una grossa fotocamera, rassomigliante alle classiche macchine fotografiche fatte a forma di macchina fotografica, ma più pompata, più severa, più pesante, di un tipo fino ad allora mai visto faceva capolino dalla vetrinetta, comunicandogli telepaticamente nel suo secco linguaggio trans-carpatico la propria volontà di essere afferrata e maneggiata, smaniosa di tornare a compiere il proprio scopo.

Lo sprovveduto ricordò allora di botto i suoi giovanili trascorsi foto-manual-analogici (iniziati quando il digitale non era ancora un’opzione ed insistentemente proseguiti fino a quando il digitale era già divenuto lo standard), e ricordò anche che da un bel po’ la sua Canon digitale, sprofondando funzione dopo funzione in uno stato semi-catatonico, l’aveva lasciato parzialmente “a piedi”.

Kit completo con borsa, manuali e filtri, prezzaccio da “non-rifletterci-nemmeno-dai-prendila-ehi-ma-ci-stai-ancora-pensando?” doppiamente scontato (più basso di quello di una Diana F+ totalmente in plastica…). Un acconto, e il giorno dopo, non prima di averne sbirciato su Internet caratteristiche e curiosità, questa cosa stava appoggiata sul suo tavolo, cioè il mio.

Per chi non avesse compreso, parliamo di una macchina fotografica “vintage”.
Ovviamente analogica e manuale. Compendio per i più giovani: “manuali” sarebbero quei vecchi aggeggi basati principalmente su ingranaggi e forza elastica che per funzionare non hanno bisogno di batterie e “analogico”  è qualcosa che non è digitale.
Ovviamente a pellicola (sì, il rullino fotosensibile).
Cosa non scontata, una reflex con obbiettivi intercambiabili medio formato (cioè il rullino è quello un po’ più grosso, 6×6, quello delle vecchie foto quadrate) che invece di essere fatta “a scatolotto” come la stragrande maggioranza delle sue colleghe è conformata come una classica fotocamera SLR.
E proveniente dall’Ucraina, come orgogliosamente evidenziato sul frontone, perché è più giusto chiamarlo così, con un termine da tempio greco, su cui campeggia fiera la scritta “Киев-60“. Cioè Kiev.

“Aspetta.
No, no, aspetta un momento, zzio!
Cioè a te zzio nel duemilaquattoridici t’è saltato in mente di prenderti la macchina fotografica russa del nonno, cioè una bestia sovramisura e sovrappeso tutta manuale che devi fare tutto tu e dalle funzioni limitate e ogni volta ti vai a comprare il rullino del bisnonno e glielo devi ficcare dentro e puoi fare solo poche decine di scatti senza nemmeno sapere come sono usciti e dopo ogni scatto devi girare la levettina e poi quando finisce prendi il rullino e lo devi portare dal “fotografo” e devi aspettare tre giorni per vedere le fotografie???”

Beh, più o meno…
In realtà l’ho presa che era ancora il 2013.
E, come dicevo, è ucraina; benché sia scritto in russo, Kiev è la capitale dell’ormai (forse non ancora per molto) indipendente Ucraina, anche se sì, a suo tempo, faceva parte dell’URSS…
E poi gli scatti per ogni rullino non sono poche decine… Non sono nemmeno trentasei… Sono, ehm… Sono solo dodici.
E non “giro la levettina”. La leva per far avanzare un fotogramma da sei centimetri è più simile al cane di un fucile, da ricaricare con ampio gesto e non poca maschiaggine.
E, infine, non si devono attendere tre giorni. Se non te la sviluppi da solo, il negozio ti fa attendere almeno una settimana. Lavorativa.

“Miiiinchia zzziiio, livello bbbadilate sui coglioni proprio!!!
E poi come ce le metti le foto su feisbuc? Cioè io col mio Àiiifon…”

Graaazie…! Conosco il seguito.

Bene, come detto, la fotocamera usata che si fece trovare dallo sprovveduto è una Kiev-60: uno squadrato ferro da stiro sovietico , con uno specchio da potercisi fare la barba, uno scatto fragoroso ed un grosso pezzo di vetro come pentaprisma rimovibile (con rudimentale esposimetro), un macchinario progettato per funzionare ed essere riparabile anche in condizioni avverse. (Per i dettagli, come al solito, basta andare a pescare nella Rete nei (pochi) website specializzati, guidati per mano da sua semidivinità Google).
Alcuni danno i nomi alle cose. Per me ormai è “il macchinazzo”.

Ma cosa significa usare una tale fotocamera, analogica e manuale, soprattutto se medio formato?
Stigmatizzo solo alcuni concetti basilari:

1) Sto fotografando.

Kiev 60-Ilford-delta-400

Esempio di foto con Kiev 60 e pellicola Ilford Delta 400

Era una cosa che dicevo tempo fa, al tempo in cui scattavo senza un perché con la mia prima fotocamera manual-analogica (seria), per sparlare di chi fotografava col le macchine digitali guardando dallo schermino; prima di passare, necessariamente, anche io alla DSLR...
Ed è una cosa che mi sento di ripetere ora.
FOTO-GRAFIA. La luce che scrive, senza intermediazioni, conversioni, trasformazioni, elaborazioni, l’immagine si forma chemiofisicamente, e tu, il fotografante, puoi solo dirigere la luce e cercare di domarla, come si cercano di guidare dei cani da slitta, pervasi dalla propria natura selvaggia.
Il “digitale” è imaging, la pellicola è fotografia. Period.

2) Sto usando un apparecchio fotografico tradizionale.
Mettiamo che, come è probabile che sarà, in un prossimo futuro tutti avremo sulla nostra scrivania una stampante 3D ed in tasca il nostro piccolo maker personale, con cui plasmare tutto ciò che vogliamo partendo da un file. E ipotizziamo, come conseguenza, che molti si improvviseranno artisti creando statuette ed altre opere da postare poi online in qualche social di 3D-object sharing.
Chi si prendesse in un tale contesto la briga di mettersi a scolpire il marmo, o il legno, o a colare il bronzo, come fanno (ancora alcuni) gli artisti adesso, non farebbe altro che ripercorrere le orme dei suoi padri, studiare e fare arte con la materia come si è fatto per millenni, con tutte le difficoltà che ne sono sempre conseguite e risultando necessariamente fuori dal tempo.
Così è similarmente con la fotografia analogica: quali che siano i risultati, si ri-compie una forma d’arte (quasi) così come è stata operata a lungo con passione da maestri e gente comune fin dai suoi primordi.

3) Imparo a fotografare.
Sì, va bene, uno può ritenersi già bravino, esperto, oppure bravo, bravissimo, essere uno che fa i servizi, vende ai giornali, espone nelle gallerie, vince ai concorsi e fa i soldi.
Ma se non hai mai fotografato con una macchina fotografica tradizionale, fattelo dire, dal basso della mia inadeguatezza: ti stai perdendo un pezzo, una porzione importante di conoscenza ed esperienza, hai un buco dietro la schiena e probabilmente ne ignori l’esistenza.
Come quelli che sono “gggeni del computer” e non hanno mai usato Unix e quelli che si ritengono grandi giramondo e non sono mai rimasti a piedi o senza soldi.
Sempre all’interno del circoscritto confine della mia amatorialità, utilizzando questa fotocamera in breve tempo ho imparato tanto, soprattutto elementi basilari che, come molti, avevo comodamente saltato a piè pari.
Cito solamente la “regola del 16” e la “distanza iperfocale“, due semplici concetti che rendono la fotografia, da un complesso intrigo di parametri e meccanismi (se scattare con la digitale sembra semplice è perché la parte complicata la gestisce il software) ad un’attività spontanea, leggera e naturale come non avrei creduto possibile.

4) Provo in media meno stress.
Ogni rullino caricato è un rischio (basta che mi si srotoli in mano dopo essere stato esposto per dire sayonara alle foto), ogni scatto un’incognita legata alla sempre rinnovata fiducia in processi fisici e chimici, ogni immagine è plasmata dalle specifiche caratteristiche della pellicola, che per il tempo che dura detta insindacabilmente le proprie regole, e, potendo trattarsele da se, anche da tutto il processo di sviluppo e stampa. Tutto dipende da te, che scegli la pellicola, imposti i parametri di scatto, maneggi (e sviluppi) il rullino.
Eppure nonostante ciò mi sento maggiormente sollevato, ogni scatto è pensato, ogni immagine pre-visualizzata, ogni inquadratura meditata, le centinaia di fotografie per sessione che scattavo con la DSLR si sono omeopaticamente ridotte a poche decine al mese (lo ammetto, complice il fatto che posso scattare anche con lo smartphone) e, aspetto non trascurabile, non ho nemmeno più timore che qualcuno voglia fregarsi di mano la fotocamera.
Con la pellicola poi le foto vengono bene e naturali, la latitudine di posa in genere molto estesa è qualcosa di molto rilassante (ad esempio si può scattare tranquillamente al sole senza temere di bruciare le zone illuminate o ritrovarsi ombre nero pece, come avviene talvolta col digitale), il medio formato è tutta un’altra cosa rispetto al 35mm (il classico negativo coi buchetti), la visione nell’apparecchio fotografico è amplia, eccezionalmente tridimensionale, emozionante, ogni foto sul negativo è un quadretto; c’è anche da tenere in conto che digitalizzando una fotogramma medio formato possono essere estratti circa cinquanta megapixel di informazione utile, mica bruscolini.

Non dovendo lavorarci, quindi vendere e competere né con alcuno né col tempo, l’hobby è tornato ad essere quel che dovrebbe essere: studio, fatica, emozione.

Insomma, lo sprovveduto che prima andava in giro con qualche chilo addosso e la possibilità di scattare mille foto di presumibile buona riuscita, adesso va in giro con qualche chilo addosso e solo pochi scatti a disposizione; dalla caccia col fucile mitragliatore è “tornato” ad imparare ad usare arco e frecce.

“Miiiinchia zzziiio!”

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2 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Già!
    E sono disponibili anche un po’ di obbiettivi Zeiss…

    E quali sono state le tue successive medio formato?

    Rispondi

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