11 motivi per apprezzare Gomorra La Serie

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Premessa di rito: sono un napoletano doc; geneticamente programmato per mettere al bando ogni fonte di bieco pregiudizio a carico mio e dei miei concittadini; alacremente impegnato a portare di capoluogo in capoluogo il messaggio di una Napoli che “puzza” di storia ed è “pericolosa”- al massimo- per il suo fascino disarmante e maledetto; osservatore critico e autocritico; innamorato sospettoso, ma in fase terminale da “la mia vita per l’ultimo espresso del bar Moccia”. A prima vista, mettendo insieme tutti questi elementi in un ordine plasmato su una rassicurante banalità moralizzatrice, dovrebbe uscirne il profilo di un ragazzo che, alla vista di un prodotto televisivo come Gomorra-La serie che ruota intorno alla camorra e ai suoi schemi implacabili, urli allo scandalo e denunci l’ennesimo tentativo di boicottare la sua città dipingendola come la madre sempre feconda di una malvagità infame e radicata. E invece no.

Invece io a questa serie televisiva e ai suoi ideatori dico grazie. Ho sempre pensato che i problemi vadano affrontati a brutto muso. Siamo onesti. Una delusione manifesta, una verità consegnata con gelida schiettezza possono salvarci la vita meglio di un abbraccio che prima edulcora e, poi, ci svela cosa sta succedendo. Calibrare maniacalmente il colpo, addolcire un boccone evidentemente indigesto, tentare doppi salti carpiati per salvare ciò che non è salvabile, sono pratiche degne di una medaglia d’oro all’ostinazione, ma ad un’ostinazione un po’ meno nobile e un po’ più confinante con una testardaggine patologica e scema. Il bambino deve ritrovarsi faccia a faccia con l’oscurità della sua cameretta per capire che l’uomo nero in realtà non esiste, così, come l’innamorata cronica ha bisogno di sperimentare sulla sua pelle la natura ego riferita dell’ uomo che, più che i suoi sentimenti, idolatra come unica ragione di vita il suo riflesso allo specchio.1546060_10204232786963830_4761082579695966625_n

Quando il martedì sera, dal 6 maggio 2014 fino al 10 giugno 2014, ci si sintonizzava su Sky Atlantic, la predisposizione d’animo non era certo quella di assistere a un’inondazione di buoni sentimenti e di sagge parabole del vivere secondo lealtà. Anzi. Uno dei primi aspetti che ho apprezzato di Gomorra-La serie è stato proprio il repentino manifestarsi per ciò che è: una carrellata di 12 puntate confezionate ad arte per romanzare – e neanche troppo – una realtà che esiste, che non fa sconti, fatta di personaggi che purtroppo possiamo ritrovarci in fila alla Posta o come vicini di semaforo.

Realtà cruda e agghiacciante, forse, ma pur sempre realtà concreta e tangibile. Ed è stato proprio questo il primo ingrediente che ha pagato: una sfacciatissima onestà intellettuale. Quante ne abbiamo già viste e continuiamo a vederne di serie tv, fiction di serie B e ricostruzioni arrangiate sul tema della criminalità organizzata. Tante. Troppe. Eppure nessuna di questa che avesse mai colto un dato elementare ed essenziale al tempo stesso: lo spettatore vuole emozionarsi e, per farlo, ha bisogno che gli si raccontino storie sì scritte da professionisti del mestiere, ma che non si risparmino nel trafiggerlo diritto al cuore passando per un metaforico cazzotto nello stomaco che lo lasci senza fiato.

unnamedL’emozione non può essere costruita ad arte raccattando due attori bellocci, dall’aspetto rassicurante ma tiepidino, a cui insegnare 3 parole del dialetto locale da cui pretendere, poi, un’immedesimazione piena e onesta in una realtà che – è evidente- di rassicurante non ha proprio nulla e di tiepidino anche meno. Il male va raccontato con l’occhio spietato e bastardo del male. Uno sparo non può essere organizzato in modo da dargli la parvenza di una carezza un po’ più ruvida nel normale. Uno sparo è uno sparo. E un assassino è un assassino, anche se gli si regala l’aspetto di uno scugnizzo dalla battuta fluida e dall’atteggiamento scaltro di una scaltrezza che rischia di risultare apprezzabile. La stessa scelta di recitare quasi integralmente in lingua originale compensando, poi, con la modalità “sottotitoli in italiano” per non escludere il pubblico dei meno avvezzi al dialetto napoletano, è stata vincente. E non lo dico perché sono napoletano, anzi, io mi auguro che scelte così artisticamente coraggiose e di rottura possano servire da esempio per future serie tv di ogni natura e incentrate su storie ambientate in qualsiasi altra Regione.

La non necessità di costruire a tutti i costi un eroe buono in un contesto in cui, come i tg e la società ci insegna, ad oggi purtroppo sono gli eroi negativi ad essere in maggioranza; la mancanza assoluta di spocchia nel voler trasmettere allo spettatore un messaggio di evangelica speranza quando si sa che la speranza, quella vera, bisogna guadagnarsela giorno dopo giorno in modi e con iniziative ben più concrete di 12 puntate in onda su Sky Atlantic; l’onestà violenta nel raccontare anche le dinamiche più infami e truci di un clan di personaggi dal fascino sporco del sangue delle continue vittime innocenti strappate alle loro vite e alle loro famiglie causa ordine superiore da ottemperare; il talento antipatico di registi e interpreti in grado di calarsi in ruoli detestabili, ma con cui imparare a condividere corpo e anima per svariati mesi. Ecco, sono questi e tanti altri gli aspetti innovativi e audaci che ho apprezzato di questo prodotto televisivo che, critiche ed elogi a parte, ha aperto un solco importante nel terreno dei soliti discorsi annaffiati di paternalismo che solitamente guarniscono il tema centrale della camorra e delle numerose manifestazioni del male al giorno d’oggi.10422584_10204232787003831_4629389880682989611_n

Nell’augurarmi una seconda serie che arrivi il prima possibile sui nostri schermi e nell’inviare i miei più sentiti complimenti a tutta la squadra eccezionale che ha lavorato a Gomorra-La serie, scelgo di salutare i lettori con un elenco degli 11 motivi per cui - a parer mio- questo progetto artistico ci ha lasciato spunti di riflessione e quesiti più o meno aperti su cui poter lavorare nella nostra routine quotidiana e per cui dirle un piccolo grazie:

  1. Registi e sceneggiatori talentuosi al punto da confezionare dialoghi, che hanno dato corpo a pagine già ben scritte e che hanno permesso a ogni fetta di pubblico di avvicinarsi ad una realtà complessa e delicata;
  2. Attori (dai protagonisti alle comparse) in grado di cucirsi perfettamente addosso i vestiti di personaggi dall’animo vile, corrotto, che ogni essere umano dotato del minimo sindacale di umanità non potrebbe fare a meno di deplorare e di tenere a distanza;
  3. Scelta di affidare 3 diversi registi d’eccellenza (Stefano Sollima, Francesca Comencini, Claudio Cupellini) ai 3 protagonisti principali in modo da curarne ogni singola sfumatura emotivo/comportamentale: mossa astuta e vincente;
  4. Onestà intellettuale brutale e generosa;
  5. Realismo potente, minuziosamente coltivato, al punto da risultare fastidioso ma apprezzato;
  6. Scelta del dialetto originale, che ha lasciato scolpite nella mente scene e dialoghi che altrimenti non avrebbero avuto lo stesso effetto dirompente;
  7. Selezione scrupolosa delle musiche: adatte, indovinate, al cardiopalma;
  8. Fedeltà alla realtà storica prima ancora che alle pagine del romanzo di Roberto Saviano;
  9. Coraggio nel coinvolgere location e fette della popolazione delicate che, contro ogni aspettativa, si sono dimostrata collaborative e affezionate al progetto prima e più di chiunque altro;
  10. Capacità di disarcionare i confini nazionali e di imporsi come fenomeno mediatico in grado di creare curiosità e interesse in tutto il mondo;
  11. Determinazione a togliere il velo dell’indifferenza da una realtà che merita di essere conosciuta dal più vasto pubblico possibile, compresa nei suoi complessi meccanismi e smantellata fin dalle sue fondamenta sporche di sangue.
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Chi lo ha scritto

Gianluca Schiavone

Metà avvocato e metà scrittore. Dottor buon senso e Mister relax. Credo si debba essere profondamente onesti nel tentare di conoscersi almeno un po' e io, dopo un paio di tentativi, ho realizzato che mi porto dietro un binomio insolito ma indiscindibile: lo studio della legge mi rende un buon cittadino (almeno in teoria), ma è la sconfinata passione per la scrittura ed il mondo della comunicazione in generale a tenermi davvero in vita. Di giorno fra i codici,di notte fra le righe. Cosa dimentico? Ah sì. Nome, città, hobby, libro preferito...sinceramente? Spero apprezzerete più cosa scrivo che chi sono. Vi ho convinto con questo paraculissimo tentativo di non sbottonarmi troppo? Staremo a vedere.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Stellanigra

    Davvero un bell’articolo, nei contenuti e per ls scrittura!
    Ancora più necessario dopo la riproposizione su Raitre.

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  2. kiki

    A testimonianza e supporto del punto 6., aggiungo un punto 12.: avere reso possibile come conseguenza la più surreale, stellare, esilarante parodia che circoli sul web (primo episodio introduttivo, il secondo e il terzo inarrivabili)

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