Verso la maturità

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Scriveva e cantava Antonello Venditti, in un pezzo che avrebbe identificato un periodo turbolento e appassionato della nostra storia: “Compagno di scuola, compagno di niente, ti sei salvato dal fumo delle barricate…”.

In questo modo, facendosi interprete non soltanto di una fase storico-sociale del nostro Paese, nella quale tanti aderirono a un’idea progressista di una società libera e profondamente rinnovata, ma anche di una fase dell’esistenza.

Che tutti riguarda e tutti coinvolge in quegli anni liceali che rimangono nel tempo a segnare la fine di molte illusioni e il principio di una discesa nel reale, in cui ci si affaccia al mondo adulto nella coscienza di doverne essere parte e nella difficoltà di dimostrare al mondo e a se stessi che si può essere padri in modo migliore di chi ci ha preceduto.

Risuonano nella mente i versi del noto cantautore romano, mentre trascorro qualche pomeriggio sui libri, in compagnia di chi oggi, nel 2014, si trova ad affrontare la sua maturità.

Foto 2Francesco e i dubbi di un’epoca che ha smarrito il senso degli ideali, Francesco e la difficoltà di scegliere un futuro in cui, se tutto va come sta andando attualmente, si troverà a dovere sovvertire l’ordine precostituito delle cose per mantenersi, provando a non smarrirsi nella ricerca di un senso ultimo alle cose che la razionalità spesso non coglie, naufragandovi dentro.

Per un attimo, fermo il lavorio mentale circa la drammaticità dell’era attuale che tarpa le ali anche laddove la speranza e l’illusione crescono rigogliosi in quei terreni familiari, che trasmettono, se non la passione per ciò che è cultura e strumento insostituibile di libertà, almeno l’umile coscienza di ciò che manca e il correlato desiderio di ricercarlo e farlo proprio.

Fermo il lavorio mentale e mi rivolgo al passato.

I ricordi si animano e si popolano: di un’umanità, studentesca e docente, varia, di insegnanti idealisti che, se non salivano sulla cattedra a indicarti le mille angolazioni di visuale dell’identico oggetto di interesse, certamente disegnavano nell’aria improbabili figure di ardito sostegno alle loro tesi, di spinte illusorie, di compagni fatti della stessa sostanza della tua ingenuità e di quelli già pronti a invadere il mondo, di risate compiaciute e mai dimenticate lungo i percorsi di gite liceali con la prof di latino e greco, quella stessa che, appena rientrata in classe, mi avrebbe interrogato in latino anche per una settimana consecutiva mandando all’aria ogni calcolo probabilistico, di mondi più o meno fantastici, di possibilità tanto più ampie quanto maggiore era il mio ritiro dalle scelte o il ritardo in esse, in un tempo della vita in cui puoi ancora permetterti di perdere un treno, perché i conti li farai più tardi.

Riportata al presente da una gentile domanda del giovinetto che, vedendomi altrove, pensa bene di aiutarmi con caffè e acqua, mi chiedo cosa significhi davvero insegnare e, per la prima volta, ne intuisco la complessità estrema. Rassegnatami all’idea che sto drammaticamente invecchiando, nell’istante stesso in cui guardo la cattedra da altre, più mature e vicine sponde, cedo al peso delle domande.

Nei giorni precedenti l’incontro con il giovinetto, un articolo su “La Repubblica” mi aveva indotto a riflettere: in quell’articolo, il noto psicoanalista lacaniano, Massimo Recalcati, conduceva un felice ragionamento lungo il filo sottile del senso stesso dell’atto educativo.

Etimologicamente, il verbo attiene al trarre, al condurre fuori, come se il compito più alto dell’educatore fosse indirizzare il giovane verso ciò che più intimamente gli corrisponde, traendolo fuori da vie estranee alle sue più profonde inclinazioni.

E, nel fare ciò, l’insegnante ha dalla sua l’arma della curiosità, da instillare in dosi abbondanti nel vissuto di ricerca del proprio adepto. Curiosità come motore di conoscenza per l’acquisizione di contenuti che, sapientemente e personalmente rielaborati dall’individuo, seppure in giovane età, danno, quale esito ultimo, qualcosa che si avvicina all’idea di libertà.

Foto 4Torno al mio diciottenne in crisi: il suo muro ostile costruito nel tempo e radicato su assolutismi senza apparente soluzione, per rifugiarsi dalla tristezza della vita e dalle delusioni di figure importanti, mi ferma, frena il mio entusiasmo.

Mi impone di chiedermi come si faccia, in atti concreti, a tramutare una passione propria in stimolo altrui verso territori ignoti, mi pone di fronte alla mia incapacità.

E torno, nuovamente, al passato, a una prof illuminata, a colei che era capace di rimanere su una pagina importante della nostra o altrui storia anche giorni e giorni, convinta che anche solo una pagina, quella pagina, dovesse arrivare a tutti, nel rispetto dei personali tempi di apprendimento di ognuno. Solo quando lo sguardo di tutti si apriva alla comprensione e, dunque, alla conoscenza, la mia prof chiudeva il suo libro in un silenzio pieno e tornava a casa riappacificata col mondo e con se stessa.

Se una figura del genere, a distanza di anni, torna a illuminare di senso le mie riflessioni sul complesso fascino dell’educare, non posso non chiedermi quanto diverso sarebbe stato il percorso di Francesco e di quanti, come lui, hanno smarrito il senso dello stare su un libro, se solo, lui e gli altri, avessero avuto l’onore di imbattersi in una personalità del genere.

Mentre rammento a me stessa che la storia non si compone di se e di ma, riaffiorano prepotenti le parole di Gramsci al figlio Delio sul valore della storia: “Io penso che la storia ti piace, come piaceva a me quando avevo la tua età, perché riguarda gli uomini viventi e tutto ciò che riguarda gli uomini, quanti più uomini è possibile, tutti gli uomini del mondo in quanto si uniscono tra loro in società e lavorano e lottano e migliorano se stessi non può non piacerti più di ogni altra cosa. Ma è così?”.

Foto 3Che strano…

Che solo ora io veda il dubbio con cui quella lettera carica di passione si chiude.

Se Gramsci dubitava dell’assolutismo dell’idea che qualcosa che noi sentiamo debba essere, nelle stesse coordinate emotive, anche per gli altri, figli, alunni, adepti, posso permettermi anche io di farlo.

E di salutare Francesco, dubbi alla mano, senza troppi drammi.

Cosciente dei miei limiti e ancora alla ricerca di una risposta.

Mia.

Adulta e matura.

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Chi lo ha scritto

Alessandra Bartucca

Nata in Calabria nel 1978, trascorsi i tempi in cui “si potevano mangiare anche le fragole”, si trasferisce a Bologna per ragioni universitarie e di vita. Laureata in giurisprudenza, prova a dare costantemente una “ratio” o senso alle cose, inclusa la scelta di studi giuridici di difficile integrazione con la sua passione per l’arte cinematografica, culinaria, per la psicoanalisi e per la letteratura greca, oltre che per i libri in genere, da leggere e provare a scrivere, e per i viaggi, dentro e fuori di sé. Intimamente idealista e in cerca di un suo posto nel mondo, è una giovane donna ciclicamente in trasformazione.

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