Un mondo di lingue: la tutela della diversità linguistica e culturale

Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Immagina che ogni due settimane un paese scompaia: le sue tradizioni, la sua gastronomia, architettura, letteratura, i suoi abitanti. Terrificante, vero? Qualcosa di simile accade quando, ogni due settimane, con il suo ultimo parlante smette di esistere una lingua.

Nel 2009 erano 7000 le lingue registrate nel mondo. Secondo esperti entro i prossimi dieci anni, l’andamento dell’erosione linguistico- identitaria avanzerà sempre più. Oggi il 94% della popolazione mondiale parla solo il 6% delle lingue esistenti. Purtroppo questo panorama è lo specchio delle relazioni di potere e d’imposizione culturale che deriva dall’influenza dei paesi economicamente più forti.

El poder de la palabra

El poder de la palabra

In America Latina la diversità culturale-linguistica rappresenta ancora un esempio di eterogeneità nonostante le influenze massicce provenienti dall’egemonia degli Stati Uniti. In Messico ad esempio la lingua più diffusa è lo spagnolo, ma restringendo il nostro campo di osservazione scopriremo che il patrimonio linguistico e culturale è uno dei più ricchi al mondo: ricordate gli Aztechi, i Maya (culture e civilizzazioni appartenenti ad imperi per questo più conosciuti)? Beh, oltre i temuti Aztechi e i nobili Maya, in Messico ci sono 11 famiglie linguistiche e ben 364 varianti linguistiche, e non tutte sono incomprensibili fra loro.

“É il progresso, il riscatto da pagare…è solo una lingua!”. Con queste argomentazioni purtroppo si negano le gravi conseguenze legate alla perdita della diversità linguistica. Riflettiamo su cosa significhi anche per esperti poliglotti, quando in viaggio in un paese straniero già dal primo saluto si “rinuncia” non solo ad un codice linguistico, ma anche un sistema di gesti correlato; una pacca sulla spalla o una stretta di mano. Una parola o un’esclamazione portano con sé un incredibile bagaglio di conoscenze comportamentali.

Durante un Forum Internazionale di Popolazioni Indigene conobbi un leader indigeno scrittore e rappresentante della cultura Totanaco dello stato di Veracruz, in Messico. Al momento del saluto e delle presentazioni stesi la mano, ma lui mi afferrò il braccio e mi strinse come in un abbraccio, criticando la stretta di mano occidentale come una forma di distanza tra i corpi, sinonimo di diffidenza. Ovviamente fu solo in quell’istante che mi soffermai su tale interpretazione di una semplice stretta di mano… “Va bene mi adeguo”, penserai, ma quando un ricordo di un piatto tipico che ti cucinava la nonna, non può essere tradotto se non da una perifrasi del tipo: “Carne di maiale cotta per ore in conserve di sugo di pomodoro”…beh, i sapori cambiano, svaniscono e col tempo anche la ricetta.

Conosci l’albero del Tasso? Dalla corteccia del Tasso del Pacifico (Taxus brevifolia), nel 1967 Monroe Wall e Mansukh Wani estrassero il taxolo (o tassolo) un principio attivo in grado di inibire la mitosi, utilizzato nella chemioterapia del cancro. Pare infelice il passaggio dal settore gastronomico a quello medico, ebbene la posta in gioco è alta e non si tratta solo di memorie o voci passate da “riassaporare”, piuttosto di conoscenze preziose da tutelare: la coltivazione del Tasso è in mano a popolazioni autoctone che da secoli conoscono i loro ambienti biologici, nominandone gli ecosistemi, ed elaborando tecniche e saperi correlati e tramandati di generazione in generazione attraverso un codice linguistico. Oggi quei terreni sono spesso sottoposti ad azioni di disboscamento brutale, e il Tasso non è più difeso dalle popolazioni che finora lo hanno coltivato.

Lo scenario sembra apocalittico, ma come tutte le specie biologiche anche le lingue cambiano e le culture non possono essere statiche, per capacità di adattamento queste sono capaci modularsi alle circostanze: pare un’ottima consolazione! E invece, il prezzo del cambiamento è alto e le nuove soluzioni oggi appaiono purtroppo pericolose ai danni nel patrimonio umano, nella diversità dei suoi ecosistemi, culture e lingue.

FileI primi a scontare tali conseguenze sono le comunità indigene che finora hanno mantenuto la loro autonomia rivendicando il loro diritto alla diversità riconosciuta come ricchezza e rifiutando azioni di adattamento o totale assorbimento identitario. “Dobbiamo sapere la lingua dell’uomo bianco per sopravvivere in questo mondo, ma dobbiamo sapere la nostra lingua per sopravvivere per sempre”. Così leader Darryl Babe Wilson difendeva la sua lingua nativa della California Pit River tribe, in Arizona.

Il caso delle rivendicazioni indigene deve farci riflettere sull’importanza della tutela della diversità, perché “possiamo comprendere l’universale solo se prima riusciamo a riconoscere cos’è diverso”, come dice David Harmon della associazione no profit The George Wright.

Per maggiori informazioni sui programmi di tutela della diversità biolinguistica, potete cliccare e sostenere qui.

Metti "Mi piace" alla nostra pagina Facebook e ricevi tutti gli aggiornamenti de L'Undici: clicca qui!
Share on Facebook0Tweet about this on TwitterShare on Google+0Share on LinkedIn0Email this to someone

Perché non lasci qualcosa di scritto?

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *