Tale madre tale figlio

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Undici maggio 2014, festa della mamma. Sarebbe bello poter celebrare senza remore quella che è forse la figura più importante nella vita di un essere umano. Ma purtroppo, non sempre è così.

Nell’immaginario collettivo vi è una sorta di Barbamamma, morbida e serena, sempre pronta ad accogliere i suoi figli e ad affrontare con loro mille ostacoli e peripezie pur di tenerli al sicuro. Nella realtà, le cose sono diverse. Non tutte le donne dovrebbero essere madri, perché alcune risultano inadatte a ricoprire tale “ruolo”. Fattori esterni e malattie mentali spesso subentrano e non rendono di certo facile il loro lavoro. Ma molto spesso, sono proprio le madri, tramite l’educazione impartita, ad essere la rovina dei loro figli. Avete presente il Norman Bates di “Psycho”? Ecco, quello, per quanto romanzato, penso sia un esempio eclatante. Oppure la piccola Christina Crawford in “Mammina cara”? Altro caso singolare.

Adelaide Antici

Adelaide Antici

Lasciando da parte gli spiacevoli fatti di cronaca, che andrebbero comunque ad avvalorare questa ipotesi, concentriamoci su due personaggi realmente esistiti, due poeti, Giacomo Leopardi e Giovanni Pascoli, i quali hanno avuto due madri completamente diverse. Parliamo quindi di come una madre possa trasmettere una concezione peculiare di infanzia, tanto da portare uno ad identificarsi con un “passero solitario” e l’altro con un “fanciullino” sempre presente, che non lo abbandonerà mai, neppure nell’età adulta.

Pensiero angoscioso, contro pensiero nostalgico. Solitudine per l’uno, momenti felici per l’altro. La domanda è questa: se Giacomo Leopardi non avesse avuto per madre Adelaide Antici, sarebbe diventato il poeta del “pessimismo” per eccellenza?

E conosciamola dunque, questa Adelaide. Le figure che la ritraggono riflettono un volto che si direbbe “comune”, né brutto né bello. Palesi sono certe somiglianze col figlio, ma è come se quei tratti somatici del viso, in una donna stessero meglio rispetto che ad un uomo, e quindi, tutto sommato, elle non appare sgradevole. Recanatese verace, ivi nata ed ivi morta, rispettivamente nel 1778 e nel 1857, di nobile famiglia, conobbe Monaldo Leopardi, il padre di Giacomo, a soli diciannove anni.

Il matrimonio fu osteggiato dalla madre di lei, per una questione di proprietà di alcune terre, in cui vi era una lite in corso fra le famiglie. Ma la cosa fu presto superata, e di fatto i due si sposarono. Il 19 giugno 1798, soli nove mesi dopo il matrimonio, nasceva Giacomo. Le fonti parlano di una donna instabile psicologicamente, piena di manie e fissazioni. Forse furono le disgrazie che si susseguirono a catena, ad imprimerle quel senso di “morte”, che a poco a poco la porterà a chiudersi in casa e a non voler più uscire.

L’anno dopo la nascita di Giacomo, nacque Carlo e l’anno dopo ancora la piccola Paolina. Questi sono gli unici tre figli che sopravvivono a lungo, ad una serie di bimbi nati morti o deceduti in giovane età. Nel 1803 Luigi Gradolone sopravvisse pochi giorni, ma d’altra parte, con quel nome, che altro avrebbe potuto fare, povera anima. Luigi Morione (ci risiamo), nato nel 1804 morirà giovane, a soli ventiquattro anni. In seguito ad un aborto, nel 1807 venne alla luce Francesco Saverio, che morirà due anni dopo. Nel 1808 Raimondo visse solo un giorno. Pierfrancesco, nato nel 1813, visse 37 anni, mentre Giuseppe e Ignazio non diventarono mai adulti.

Al tempo la mortalità infantile era molto elevata, ma la sciagura che si era abbattuta sulla famiglia Leopardi era a dir poco singolare. Adelaide reagiva a quelle morti in uno strano modo. La sua grande fede la rendeva contenta di sacrificare le sue creature al volere di Dio, di rendere a lui un sacrificio. Mentre un’altra donna avrebbe pensato di farsi chiudere le tube, lei riteneva che i suoi bambini sarebbero stati finalmente al sicuro nelle mani del Signore. Una madre distante e fredda fu per Giacomo e i suoi fratelli, e assillante. Osservava in maniera ossessiva tutto ciò che essi facevano, arrivando a leggere persino la loro corrispondenza. Il figlio Carlo disse di lei: “Lo sguardo di nostra madre ci accompagnava sempre, era l’unica sua carezza” e la figlia Paolina “gira per tutta la casa, si trova per tutto e a tutte le ore”.

Adelaide l’”impicciona” teneva le redini della famiglia, riuscendo a risollevarne le sorti economiche, dopo gli errori fatti da Monaldo che invece, dal punto di vista affettivo, doveva fare anche le sue veci. La casa di Recanati era per lei una fortezza. Si rifiutava di uscire, anche solo per andare alla messa e non voleva estranei in casa che invadessero i suoi spazi. Per lei i mali di Giacomo erano un segno divino, era contenta che i figli si isolassero, rifiutando di vivere la loro giovinezza, come una sorta di dono a Dio. Chi subì la figura materna più di tutti fu proprio Paolina, che considerò la morte della madre una liberazione. Adelaide muore nel 1857, ben vent’anni dopo Giacomo, e dieci dopo il marito Monaldo. Ripensando a Silvia, forse non tutto il male viene per nuocere. Almeno ha evitato le intemperanze di una simile suocera.

Ruggero Pascoli e tre dei dieci figli

Ruggero Pascoli e tre dei dieci figli

Caterina Vincenzi Alloccatelli, mamma di Giovanni Pascoli, fu un’altra cosa. Lo vediamo anche nelle foto, non bella, ma più “umana”, più semplice ed alla mano. Nata a San Mauro di Romagna nel 1828, rimase presto orfana di madre e nel 1849 andò in sposa a Ruggero Pascoli, e con lui ebbe ben dieci figli. Fra questi, il quartogenito era Giovanni Agostino Placido, così venne purtroppo battezzato il futuro poeta. Anche qui il destino si accanì, facendo strage di bambini. Infatti, in breve tempo, morirono ben cinque fratelli e Giovanni finì col diventare il primogenito.

Ma qui le cose andarono diversamente. La famiglia Pascoli viveva serenamente e i figli crescevano nell’amore dei genitori. Benestanti, poiché Ruggero era amministratore dei latifondi dei Torlonia fin dal 1854. Giovanni era il prediletto, perché aveva un carattere tranquillo, socievole con tutti. Amava tanto essere accarezzato ed era molto affezionato alla mamma. Gli piaceva rimanere accovacciato ed in silenzio sulle sue ginocchia, per lungo tempo.

Il 10 agosto 1867 la famiglia Pascoli fu colpita dalla tragedia dell’assassinio del padre Ruggero, episodio che segnò la vita del poeta, e che fu seguito a breve distanza dalla morte dell’amata madre. Costretti ad allontanarsi dalla “Torre”, la madre “pianse”, come disse il poeta, poco più di un anno e il 18 dicembre del 1868 lasciò questa vita.

Due diversi modi di essere madre, che hanno generato differenti imprinting. Nonostante la grandezza di entrambi e la magnificenza del loro poetare, inevitabile appare rammaricarsi per il piccolo Giacomo che, forse con una madre diversa, avrebbe potuto almeno arrivare a paragonarsi ad una rondine. Vola sempre in stormo.

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