Non arrossire

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Guardarsi nei libri.

Guardarsi nei libri.

La Lettrice se ne sta sprofondata nella poltrona di pelle nera della sala grande della biblioteca, tiene il libro sulle ginocchia, come una creatura da trattare con cura. A intervalli lunghi e cadenzati gira la pagina con un movimento ponderato, dolce, come una carezza. E’ una lettrice lenta e dubbiosa. A dieci metri da lei, separato da trenta metri cubi di aria, da una fitta rete di linee invisibili di campi magnetici e da una manciata di particelle di Aitken, sulla corrispondente poltroncina di pelle nera sta il Lettore. Il naso ben incassato nella cellulosa inchiostrata, gli occhi scuri che scorrono rapidi dietro le lenti degli occhiali. E’ un lettore rapido e sicuro.

La prima volta avviene per caso. Lei, come è sua abitudine, alza gli occhi dalla pagina, meditando sulle ultime righe lette o forse su qualcosa che le è venuto in mente o forse su un particolare dell’ambiente attorno che ha catturato la sua attenzione. Lui invece è la prima volta che allontana il suo viso a più di 10 centimetri dalla pagina. Un bambino ha chiamato un amico col suo nome, lo stesso del Lettore, e il cervello di lui lo ha costretto a predisporsi all’ascolto del mondo compatto là fuori e a uscire da quello fumoso in bianco e nero in cui si era nascosto.

All’inizio è un istante. Si guardano e si riconoscono, subito. Vedono riflessi l’uno negli occhi dell’altra i labirinti di storie, le mappe di paesi, le schiere di uomini di cui hanno letto per anni. Per quell’imbarazzo istantaneo che ci spinge a non approfondire lo sguardo degli altri, i loro occhi divergono subito in punti diversi. Ma ormai un contatto è stato creato e quei dieci metri sono diventati centimetri. Non passa molto prima che gli occhi dei due si rintreccino. La lettura di lui, sempre così attenta e disciplinata, comincia a farsi svagata. Quella di lei sempre più tormentata. Continuano così per un po’, in questo duello di sguardi a volte timidi, a volte giocosi, a volte quasi necessari.

Ad un certo punto la Lettrice si ricorda qualcosa, il suo viso si adombra improvvisamente e una ruga verticale e profonda come un taglio solca la sua fronte corrucciata. Il suo respirare si fa inquieto e preoccupato, smette di seguire il gioco a cui ancora il Lettore l’invita. Dieci minuti interi con il mento appoggiato sulla mano sinistra e gli occhi persi dietro la soluzione di un ‘equazione troppo complessa e la mente tutta presa nel tentativo di sbrogliare una matassa di problemi annodati tra loro. Il Lettore ormai la osserva direttamente, ha da tempo perso il segno del suo libro e il senso di quello che stava leggendo. Si convince che così, con quell’aria calcolatrice e un po’ smarrita, la Lettrice è ancora più bella. Ma è amareggiato perché il loro reciproco cercarsi e guardarsi senza volerlo ammettere sapeva di magia e di intimità, mentre adesso, ad osservare senza essere ricambiato, si sente solo uno stupido guardone, un profano usurpatore della sua profondità, e prova la vergogna disgustosa di chi sbircia le donne dalle serrature o di chi legge una lettera che non era indirizzata a lui.

La Lettrice ripone il suo libro in borsa, si sistema sul collo sottile il foulard rosso con gesti scattosi e irrequieti. Prima di andarsene però sembra ricordarsi di quel gioco leggero che poco prima l’aveva stregata e per un attimo mette da parte le sue preoccupazioni, inciampa di nuovo negli occhi perplessi del Lettore. Il suo ultimo sguardo è quasi una richiesta, talmente esplicita e sincera che il Lettore arrossisce. Lei non ha trovato la risposta che stava cercando nel suo libro né nella minuziosa maniacale scomposizione dei fatti che aveva tentato di articolare. E adesso sceglie di andarsene dalla domanda, lasciarla lì, tra le pieghe della pelle ancora gualcita della poltroncina nera, e chiede al Lettore di fare lo stesso.

Non mi hai ingannato con il tuo piglio deciso e la tua ostentata certezza, anche tu hai una domanda che ti graffia dentro. Non leggeresti così tanto se non fossi alla frenetica ricerca di una risposta. Allora richiudi la tua domanda con forza tra le virgole e i punti esclamativi del tuo libro e poi nascondilo tra gli scaffali di queste sale, forse dietro a una guida di Istanbul o magari sotto alle grida di un commediografo russo oppure schiacciato tra i pesanti volumi di anatomia. Lascialo dove ci dimenticheremo dove lo abbiamo messo e dove la domanda starà nascosta a lungo, senza trovare più la strada per la tua mente. Seguimi fuori di qui, oggi è il primo giorno di Primavera.

Tutto questo dicono gli occhi della Lettrice al Lettore in quel terzo di secondo in cui si guardano per l’ultima volta. Poi lei si alza, svolta decisa verso la porta ed esce accompagnata dal fruscio leggero del suo vestito blu.

Il Lettore sente che qualcosa di profondamente importante è appena successo, che si trova davanti a uno di quei momenti della vita in cui davvero hai la possibilità di fare qualcosa. Non il semplice sopravvivere e ciondolarsi e lavorare e consolarsi di ogni giorno, ma vivere realmente qualcosa che abbia significato. Si guarda attorno domandosi se anche gli altri siano consapevoli di quello che è appena accaduto ma tutti sembrano silenziosi e rassegnati come sempre. Adesso il Lettore pensa a quello che è stato e a quello che sarebbe potuto essere, a quello che probabilmente è e a quello che dovrebbe diventare. E il solo affacciarsi a questa caleidoscopica spirale di combinazioni gli fa venire la vertigine. Guarda fuori dalle finestre irradiate dal primo, luminosissimo, sole di Marzo, ed è spaventato come un bambino.

Getta un’occhiata colpevole alla porta dentro la quale ha visto scomparire le gambe bianche della Lettrice e ritrova il suo segno, pagina 75. Ricomincia a leggere.

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Chi lo ha scritto

Giuditta Mitidieri

Ha due spazzolini in due case diverse, uno a Bologna dove studia Filosofia quando non le scappa da ridere e uno nel contado pistoiese, dove ha radici e affetti. Coltiva velleità letterarie da quando ha vinto un premio e si è montata la testa, nel frattempo dimostra simpatia solo a chi studia materie scientifiche e sogna di poter prendere a sberle tutti gli umanisti che almeno una volta nella loro vita hanno affermato con orgoglio "Io di matematica non ci capisco niente". L'unico uomo che abbia mai amato è il comandante Kim di Calvino. Le piace il limone, il chinotto, l'origine ebraica del suo nome e il mare selvatico della Liguria. Se potessse, vivrebbe dentro a un cinema. Finchè non le sarà possibile si consola scrivendo per L'Undici, come può.

3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Flavio

    … e alla sera, prima di addormentarsi pensa quanto sarebbe stato bello non perdere quell’occasione.

    …. aspettando di far sfumare la prossima.

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  2. la lettrice

    L’ho letta a maggio e mi sono lasciata coinvolgere , l’ho riletta stasera e…. che dire mi hai fatto di nuovo emozionare. Brava. Vista l’ora, buona notte!

    Rispondi

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