Le squadre che hanno fatto il mondiale: Francia 2006

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2006 Francia: disuniti alla meta

“L’unico che stonava nel gruppo era questo cacacazzo di francese che ci tormentava.”
Squallor, Guatemala Guatemala (Maremma maiala)

Oggi, con il piacere dei sadici andremo a raccontare un mondiale che ci ha visto gioire due volte: la prima, perché, pure con qualche merito, lo abbiamo vinto noi; la seconda perché il merito principale alla fin fine è stato quello di sconfiggere la Francia, vendicarci della loro doppietta 1998-2000 a nostre spese (eliminazione ai quarti dei mondiali e sconfitta in finale nei supplementari) e di batterla il giorno che più o meno per l’unica volta in tutto il mondiale erano riusciti a giocare meglio dei loro avversari.

E il piacere sarà ancora più sadico nel raccontare il mondiale di Germania 2006 attraverso le gesta e le tattiche proprio dei Galletti transalpini. Is to you, cacacazzo di francese.

Le premesse

Questa serie di racconti ha avuto inizio con il mondiale di Germania del 1974 e 32 anni dopo proprio in Germania torniamo. È un mondiale che fin dall’inizio promette bene: organizzazione teutonica, begli stadi da indiscussa locomotiva d’Europa, clima fresco continentale che consente di giocare belle partite ricche di gol.

Purtroppo, il nostro movimento calcistico arriva al mondiale dopo l’esplosione del più grande scandalo sportivo nazionale dai tempi del Calcioscommesse, quello che con volo pindarico e grande impiego di fantasia è stato ribattezzato Calciopoli. Dopo Tangentopoli, dedicato a Milano in quanto “città delle tangenti”, nel vocabolario italiano il suffisso “-poli” è infatti traslitterato a indicare la corruzione, un po’ il “gate” de noantri (Watergate, Russiagate, ecc…).

A Lucià e sempre a ‘stu telefono…

A Lucià e sempre a ‘stu telefono…

Lasciando da parte per un attimo la filologia comparata e tornando ahinoi a parlare di football, Calciopoli indirizzerà i 5-6 anni successivi della politica pallonara italiana, ma nel giugno del 2006 è esplosa da nemmeno un mese. Si sa solo che l’assegnazione del titolo alla Juventus è congelata e con ogni probabilità lo scudetto sarà revocato (alla fine anzi saranno due i revocati), che si prospetta un terremoto per mezza Serie A, che l’esigenza della giustizia sportiva di fare in fretta costringerà a lasciare in cantina ogni tipo di garantismo e di ragionevole dubbio, e che in qualche modo – assieme ai vertici federali – è coinvolto anche il figlio del CT italiano Marcello Lippi, socio di una compagnia di procuratori sportivi (la GEA) che monopolizza il mercato dei trasferimenti.

È in un clima da tutti contro tutti, che ricorda molto il 1982, con un Commissario nominato dal Governo a capo della FIGC, un allenatore che ad ogni conferenza stampa è tirato in ballo sulla vicenda e pronto a reagire con aplomb non proprio inglese, che l’Italia si avvicina al suo mondiale.

Vi troverà squadre ben più favorite di lei, come la Germania padrona di casa, finalista quasi suo malgrado nel 2002 e con un buon rinnovamento nel quadriennio appena trascorso, a partire dal giovane CT Loew; l’Argentina che mette in mostra il nuovo gioiellino Messi, l’eletto, il numero 10 che dopo tante ciofeche (Riquelme, Ortega, Aimar, D’Alessandro) è finalmente destinato a raccogliere il testimone di Maradona.

E poi, come ormai da 12 anni e più, il Brasile, che l’anno prima ha incantato il mondo alla Confederations Cup (almeno, quella piccola fetta di mondo che presta attenzione alla Confederations Cup), con un amalgama perfetto di giovani e fuoriclasse ed un modulo capace di esaltarli. Un Brasile, quello della Confederation 2005, , che si prospetta come il grande continuatore dell’utopia verdeoro del futbol bailado, in stretta continuità con le squadre che hanno costruito il mito nel 1958, 1970 e 1982.

Manca ai nastri di partenza, e fa un certo effetto, il campione in carica europeo: vinto con merito e tra lo stupore generale il campionato 2004, la modesta Grecia non riesce infatti a qualificarsi per i mondiali tedeschi; ne farà le veci il Portogallo, sconfitto in finale due anni prima e capace in questo mondiale di issarsi al quarto posto finale, dietro i padroni di casa.

Come va il mondiale

Il primo turno non riserva grosse sorprese, ma offre alcuni spunti decisivi per capire cosa ci aspetta. Delle 16 qualificate, risaltano giusto un Ghana che lascia fuori la Repubblica Ceca di Nedved, Cech e compagnia, e un’Australia che elimina una sterile Croazia, ma in entrambi i casi sono le squadre migliori a passare.

A fianco di queste non-sorprese, qualcosa però si muove tra le pagine chiare e le pagine scure. Ad esempio, l’Italietta travolta dagli scandali, che mette in campo anche bel gioco, ma soprattutto parecchia voglia e rabbia; un’Italia che trova un protagonista inaspettato in Materazzi, arrivato come riserva dei centrali difensivi e con le valigie già pronte per lasciare l’Inter, tanto per cambiare in polemica, e proiettato sulla ribalta mondiale dall’ennesimo infortunio del titolare Nesta. A quell’ora ancora non lo sapevamo, ma sarà il suo mondiale.

L’altro spunto che emerge dalla prima fase riguarda il Brasile, che si rivela il bolso epigono di quello scintillante di solo un anno prima. La cosa in realtà si spiega con la cattiva forma dopo un anno di partite tirate nella Liga, di molte delle sue stelle, tra cui Ronaldinho, ma soprattutto con l’obbligo (morale? Di sponsor? Di dare retta alla stampa?) di pagare dazio ai senatori: finito l’esperimento estroso della Confederation, riprendono il proprio posto in squadra i Cafù (e fin lì…), i Roberto Carlos e soprattutto un impresentabile Ronaldo al centro dell’attacco, grasso inquartato e immobile, che costringe peraltro il CT Parreira ad abbandonare il 4-2-3-1 messo in mostra l’anno prima, con gli interpreti giusti al posto giusto, per un improbabile 4-4-2 che sacrifica i fantasisti Ronaldinho e Kakà sulle fasce e impone un doppio centravanti statico, lento e con poca propensione al sacrificio nella coppia Ronaldo-Adriano. Il Brasile vince di pura esperienza e giocando da cani il girone, comunque a punteggio pieno, passa gli ottavi con un sonoro 3-0 al Ghana, partita in cui Ronaldo mette a segno il suo secondo gol personale, diventando l’uomo con più reti alle fasi finali dei mondiali, ma poi è sbattuto fuori con (de)merito da un’altra squadra che fin lì (e pure oltre) gioca un calcio di difficile interpretazione, fondamentalmente brutto, ma ordinato e impreziosito dalle fiammate di qualcuno dei suoi fuoriclasse: La Francia. Analizziamola da più vicino.

La France

Dopo un triennio di fasti (1998-2001), la Francia era entrata in una fase di torpore a cui il mondiale tedesco sembra dare una continuità: giocato un mondiale da campione in carica senza segnare una rete nel 2002, eliminata ai quarti nell’Europeo 2004, i Galletti in Germania pareggiano le prime due partite del girone contro corazzate del calibro di Svizzera e Corea del Sud e riescono a sbarazzarsi della matricola Togo solo nel secondo tempo dell’ultimo incontro, qualificandosi comunque da primi nel girone.

4-2-3-1: lo “schema Francia” che francese non è

4-2-3-1: lo “schema Francia” che francese non è

La Francia ripropone anche al mondiale del 2006 quello che fin dall’Europeo vittorioso del 2000 è battezzato erroneamente “schema Francia”. È a tutt’oggi l’ultima vera innovazione della zona, forse al netto del 4-1-4-1 con cui Aragones vincerà l’Europeo due anni dopo, dando avvio allo straordinario e (forse) tuttora in corso ciclo spagnolo.

Il 4-2-3-1 è uno schema notevole, che si fonda sulla compattezza difensiva del 4-4-2, ma riesce a renderlo meno prevedibile in fase offensiva, arretrando uno dei due attaccanti in posizione di fantasista e consentendo più libertà di azione alle due ali.

Come si diceva, lo si chiama “schema Francia” perché i Transalpini lo adottarono (peraltro in corsa) in Belgio-Olanda nel 2000 e ci vinsero, con più glutei che anima, il Campionato Europeo. Ma a mostrare in eurovisione il modulo in quella kermesse fu in realtà il Portogallo e ad inventarlo (parere opinabile, ma io me lo ricordo così) fu nientemeno che la Lazio di Svengo Eriksson, che lo propose per la prima volta in una partita interna di campionato contro l’Inter nel febbraio del 2000 e alla fine ci vinse pure lo scudetto (quello famoso del nubifragio di Perugia).

Come che sia, nel 2006 la Francia lo adotta con i seguenti interpreti, un gruppo di senatori invecchiati – chi meglio e chi peggio – e litigiosi, cui si aggiunge il sangue fresco di tre giovanotti niente male nelle persone di Abidal, Malouda e, soprattutto, Franck Ribery.

La chioccia di questo gruppo è Raymond Domenech, ex mediano della Francia in cui Platini era ancora un enfant prodige. Idealtipo di tutti quelli che pensano che l’allenatore sia l’ultima cosa che serve in una squadra, soprattutto in una nazionale, odiato da giovani e vecchi, con meno considerazione del magazziniere all’interno dello spogliatoio, dove si fronteggiano il partito di Zidane e quello di Henry, pare addirittura che Domenech, astrologo dilettante, tenti di fare la formazione coi tarocchi, prima che Zidane ed Henry gliela correggano.

Io questo qui non lo vorrei incontrare in un vicolo di Marsiglia

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La Francia 2006 gioca molto chiusa in difesa, con la coppia centrale Thuram-Gallas rodata e di gran classe e due mandingo (Makelele-Vieira) sulla cerniera di centrocampo a impedire che filtri alcunché, affidandosi alle giocate individuali in attacco: Ribery, “lo sfregiato” si rivela al mondo con la sua qualità, unita alla cattiveria agonistica; Zidane, che ha già annunciato il ritiro dopo il mondiale, estrae dal cilindro, sia pure a intermittenza, tocchi della sua infinita grazia; Henry finalizza in un ruolo di centravanti atipico, più duttile, capace di dialogare sul filo della classe e quindi più utile alla causa di Trezeguet, relegato in panchina anche (pare) da un cattivo oroscopo.

Con questo strano amalgama, i franzosi vanno avanti imperterriti e fortunati fino alla finale: eliminano in rimonta e con due gol in zona Cesarini agli ottavi la Spagna, giocando per una volta una bella partita; poi è la volta del bruttissimo Brasile, che chiude la sua avventura ai quarti (1-0); infine, si sbarazzano con un rigorino iniziale del Portogallo in semi.

E chi li aspetta in finale?

Si va a Berlino, Beppe!!

Voi non ci crederete, ma in finale li aspetta l’Italia cojonuda di Lippi, che ha in Buffon, Cannavaro, Materazzi, Gattuso i suoi simboli.

In un clima un po’ da assediati, sapientemente costruito da Lippi attorno alla squadra (noi soli dentro una stanza e tutto il mondo fuori), l’Italia vince come detto il girone, vince con qualche affanno gli ottavi con l’Australia (1-0 di rigore dubbio al 94mo, ma giocando 10 contro 11 per 40 minuti causa ingiusta espulsione di Materazzi), poi due grandi partite contro la invero modesta Ucraina di Shevchenko nei quarti (3-0 in carrozza) e con i padroni di casa in semi, dopo un epico supplementare (vedi sotto).

La finale è apparecchiata per noi, per stracciare i fortunosi francesi, vendicarci di tutto ed entrare nella storia. Ma qualcosa sembra incepparsi fin dal principio. L’Italia non è la solita Italia, spavalda e convinta dei propri mezzi; la Francia non è la solita Francia, rintanata e sparagnina. Dopo neanche 10 minuti anzi, Ribery, con una delle sue discese che fatichiamo ad arginare, si procura un rigore che Zidane trasforma con irrisione e qualche brivido. Per fortuna, passano altri 10’ e su un calcio d’angolo Materazzi riequilibra il tutto. Si prosegue così, tra tira e molla, poco gioco, molta tensione, qualche gol giustamente annullato, ma è sempre la Francia a dare l’impressione di avere in mano l’inerzia della partita.

Fermo immagine ad postera della umana follia

Fermo immagine ad postera della umana follia

Poi, a 10’ dalla fine dei supplementari, l’episodio che caratterizza l’intera partita, quello che non ti aspetti. In una scaramuccia da educande post-calcio d’angolo (“Perché ti attacchi alla maglia? Dopo te la regalo se la vuoi”; “Preferisco la maglietta di tua sorella”) l’apollineo Zidane, l’uomo venuto a illuminare il mondo con la sua classe, con i suoi gesti, con le sue meravigliose veroniche, rifila una capocciata senza senso al cattivo, rissoso, polemico (diciamolo: ignorante come una cozza) Materazzi. È il mondo capovolto, innescato peraltro da uno scambio di battute come in una partita si ripete mille volte (anzi: si ripete in maniera ben più grave mille volte). Sull’episodio, i nostri cuginastri inzupperanno il pane, dedicando al povero, violentato Zidane peana e gloria, una canzone demenziale e pure una ciclopica statua in bronzo, che Zinedine non gradirà affatto.

Ma depurato del solito, fastidioso sciovinismo alla francese, il gesto è assurdo e chiude nel peggiore dei modi la fantastica carriera di un giocatore che è stato patrimonio di questo sport, patrimonio dell’umanità.

Ah a proposito: poi per una volta, ai rigori si vinse noi!

Il gol del mondiale

Il gol in questione è quello di Del Piero nel supplementare con la Germania, il terzo più bel supplementare della Storia (dopo l’altro Italia-Germania, quello del 4-3, e il 3-3 ancora della Germania con la Francia al Mundial ’82. Sempre la Germania di mezzo, se un supplementare non è una noia mortale).

A parte essere l’ultimo gol in nazionale di Del Piero, l’ultimo episodio di un rapporto tutto sommato difficoltoso il suo con la maglia azzurra, a parte essere alla fin fine un gol inutile, a parte tutto questo, dati causa ed effetto e le attuali conclusioni, il gol incarna lo spirito con cui l’Italia affrontò tutto il mondiale e la fase a eliminazione diretta in particolare.

Siamo in semi, alla fine del secondo supplementare contro i padroni di casa. Un supplementare che la catenacciara a prescindere Italia sta affrontando schierando contemporaneamente Gilardino, Iaquinta, Totti e Del Piero. La Germania ha appena subito l’1-0 di Grosso ed ha meno di due minuti per provare a fare il miracolo e arrivare ai rigori. Butta i palloni un po’ come viene in mezzo all’area, nella speranza che succeda qualcosa.

E qualcosa, in effetti, succede.

Lo straripante Cannavaro di quel mondiale, alla fine dell’anno premiato con il Pallone d’oro, prima respinge di testa, poi si fionda a scippare il pallone ancora vagante sulla trequarti e a portarlo su. Con un contiano (Paolo, non Antonio) “Descansate niño, che qui continuo io”, Er Pupone gli sradica il pallone dai piedi e verticalizza sul nuovo entrato Gilardino, che va in mano-a-mano con il difensore fino all’area avversaria. Il telecronista (un Caressa in trance agonistico superiore anche a quello di Cannavaro) lo invita molto pacatamente a non fare il bischero, portare la palla vicino alla bandierina e magari a sotterrarcela pure.

“E perché?” – pensa il Gila – “Non siamo forse qui a giocare al football?” Ancora un paio di finte e serpentine e poi scarica con il contagiri nello spazio per un sovrapponente, accorrente, invitante del Piero che, già a ridosso del portiere, piazza la specialità della casa: il tiro a giro di interno destro all’incrocio, il tiro “alla Del Piero”.

Poi, tutti di corsa in albergo, a chiudere le valige per andare a Berlino.

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5 commentiCosa ne è stato scritto

  1. ugoth

    bellissimo anche il gol di Henry al Brasile con quel rincoglionito di Roberto Carlos che proprio mentre Zidane batte la punizione decisiva è li piegato a metà che si tira su i calzini. vecchiooo

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  2. kiki

    Direi che Anselmo, gli Squallor e Serena Ghandi (Spinoza) sui francesi la pensano più o meno uguale.
    da Spinoza:
    I francesi si spostano verso l’ultradestra. Peccato, erano così simpatici.
    (GENIALE)!

    Rispondi
  3. Matteo M. D.

    L’immagine di quel mondiale rimarrà per sempre il gol di Del Piero contro la Germania, ma anche la testata di Zidane nella partita con la Francia difficilmente ce la dimenticheremo!

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  4. Gian Pietro "Jumpi" Miscione

    Il goal di del piero in italia-germania è stato senza dubbio uno dei momenti più belli della mia esistenza. Perché un gollonzo vincente l’Italia lo può fare e spesso l’ha fatto, ma il 2-0, l’insistere nella vittoria, l’affondare il coltello e’ qualcosa di rarissimo e alieno alla nostra indole. e per questo, quando accade, e’ meraviglioso!

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