La fine della democrazia

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C’era una volta la democrazia…

Oltre due secoli fa nasceva la democrazia rappresentativa sulle macerie dell‘ancien regime feudale, in mezzo a drammatiche lotte e bagni di fine3sangue. Attraverso una lunga, ma veloce cavalcata, il nostro sistema democratico si è imposto in gran parte del mondo, seppure con modelli differenti, a seconda della cultura o società che incontrava sulla sua strada. L’apice è stato probabilmente toccato negli anni ’90 e nei primi anni del XXI secolo, quando in piena globalizzazione la retorica della democrazia liberal-democratica ha regnato incontrastata, finendo per alimentare logiche “imperialistiche” mascherate dietro la formula “esportare la democrazia”.

Proprio in questi anni, a causa delle crisi e tensioni sempre più crescenti all’interno del nostro modello di sviluppo, il sistema democratico è mutato molto in fretta, rischiando di rimanere un involucro vuoto e addirittura di sparire, per essere sostituito con modelli più adatti a sopportare le sfide del XXI sec.. Sono molte le problematiche che stanno interessando i nostri governi, ma nella nostra analisi ci concentreremo sulle tendenze di cambiamento strutturali, che se non verranno corrette in fretta (per ora non si vedono forze in grado di farlo) comporteranno la morte del “processo” democratico, come è già accaduto nella storia in passato.

Diseguaglianze

Uno degli aspetti che stanno minando seriamente le istanze democratiche è l’aumento generalizzato delle diseguaglianze all’interno dei paesi industrializzati. Dal dopoguerra fino alla fine degli anni 70, l’Occidente ha goduto di un’età dell’oro che ha portato alla creazione di una forte classe media. Questa creazione ha permesso la stabilizzazione delle democrazie e l’isolamento delle forze più estremistiche e settarie. A partire però dagli anni ’80 è iniziato un enorme processo globale che ha portato nel giro di tre decenni ad un cambiamento graduale, ma sempre più rapido, nella distribuzione di ricchezza.
L’avvento della globalizzazione, l’apertura dei mercati, le delocalizzazioni oltre all’egemonia del neoliberismo su scala planetaria (e le mutate condizioni negli altri campi, da quello sociale fino a quello tecnologico-scientifico), hanno cambiato nel profondo la forza dei vari ceti sociali e la mobilità sociale, de facto paralizzandola. Attraverso ciò, il ceto più ricco ha polarizzato la nuova ricchezza, finendo per abbattere le paratie di sicurezza della middle class.

Questo ha comportato un cambiamento dei rapporti di forza all’interno delle nostre democrazie, dove lentamente i partiti di massa, radicati nel territorio, sono stati sostituiti da versioni mediatiche più leggere e attente al potere della classe dirigente industriale/mediatica e finanziaria. La classe media allo sbando si è fatta lentamente fagocitare dalla logica del debito (un escamotage per mantenere il proprio benessere e alimentare allo stesso tempo il sistema dei consumi) e dai valori edonistici ed individualisti. Questo ha portato ad un distaccamento e un disinteresse rispetto alla politica e il processo democratico.
D’altra parte i partiti sono diventati comitati di interesse in sintonia con la rete di oligarchie dominanti, più attenti a soddisfare “l’ideologia” fine 2intoccabile dei Mercati e i loro sponsor (noti e generosi finanziatori delle campagne elettorali e possessori di mass-media, banche e industrie), che a tutelare gli interessi della maggioranza della popolazione.

Questo processo, a partire dalla crisi economica del 2008, ha subito una brutale accelerazione, tanto che si parla apertamente del ritorno della Plutocrazia. Gli stessi programmi di rilancio dell’economia, convenzionali o non. come il QE , hanno finito per favorire le banche, le grosse imprese e quella super-élite transnazionale, come viene descritta nel libro di David Rothkoph “Superclass”. Infatti, nel paese più ricco e potente del mondo - gli Stati Uniti - le diseguaglianze non sono mai state così forti come sotto la presidenza Obama, tanto che Wall Street ha vinto nettamente su Main Street.
È inevitabile che questa polarizzazione e perdita di potere della classe media comporti enormi pericoli per il processo democratico. Da una parte in Europa stanno emergendo sempre più prepotentemente partiti estremistici e settari. Diverse aree del continente reclamano istanze separatiste, ormai stanche dei governi centrali, come per esempio la Catalogna.
Dall’altra parte un classe dirigente avulsa dalla realtà sta accentrando poteri sempre più forti, palesando agli occhi del mondo la vera natura della democrazia rappresentativa; il fatto di essere una rete di oligarchie ben mascherate…

Democrazia lenta VS Sistema complesso

Nel novembre del 2011 l’Italia è stata al centro di una gigantesca crisi che ha coinvolto l’euro e la tenuta delle istituzioni europee. Sotto l’attacco dei Mercati e il balzo dello spread, veniva insediato un nuovo governo non eletto, formato da tecnici come il premier Mario Monti.
In verità non era la prima volta che venivano istituiti governi “tecnici”, come era già successo negli anni 90, ma le modalità e l’imperio con cui la classe dirigente cambiava il capitano al comando, lasciarono parecchi commentatori perplessi, soprattutto per le frasi sprezzanti del burocrate Van Rompuy “l’Italia ha bisogno di riforme, non di elezioni”.
Questo avvenimento può essere preso come esempio delle difficoltà delle democrazie tradizionali nel reagire di fronte ad eventi globali. Con la trasformazione tecnologica planetaria e il mondo sempre più interconnesso, il Sistema ha aumentato esponenzialmente la sua crescita e quindi anche la velocità delle crisi, che possono coinvolgere imprese e paesi lontanissimi in poche ore. In un mondo globalizzato, con un modello estremamente interdipendente, le capacità di tenere sotto controllo le problematiche si sono fatte via via sempre più difficili, se non quasi impossibili.
Questo gravissimo problema sta spingendo i governanti a bypassare le lungaggini del processo democratico, nel tentativo di governare gli shock sistemici. Le lenti discussioni dei disegni di legge, i dibattiti sulle riforme e i classici scontri politici, appaiono sempre più obsoleti e un intralcio di fronte a sistemi connessi 24 ore su 24, che cambiano repentinamente in base ad un click o ad un algoritmo informatico.

fine5In caso di nuove crisi più gravi, i nostri dirigenti probabilmente saranno costretti a legiferare senza il consenso popolare, demandando il potere ad una ristretta classe di tecnocrati per salvare il salvabile.
Bisogna inoltre tenere conto che il Sistema tecnologico-industrializzato è sempre più complesso, dinamico e influenzato da miliardi di fattori. Questo favorisce nettamente la tecnocrazia rispetto alla normale classe politica e i comuni elettori, in quanto essa è in grado di padroneggiare (almeno fino ad un certo punto) le strutture del nostro modello di vita. In una società del genere gran parte dell’elettorato deve/dovrà inevitabilmente affidarsi agli esperti di turno, rischiando di non avere più i mezzi e le forze per comprendere a livello generale il funzionamento del nostro Sistema.

Politica e Show mainstream

Nel 1989 cadeva il muro di Berlino e si avviava al tramonto l’Impero Sovietico, ormai antiquato e fuori dalla storia. Ma questa data in futuro non verrà ricordata solo per la morte dell’Urss, ma anche per la fine dei partiti ideologici e l’avvento della nuova politica.
La caduta dei valori tradizionali dei partiti di massa, sostituiti dal consumismo combinato con l’esaltazione dell’individualismo e edonismo, ha avuto una tremenda forza di cambiamento sul ceto politico. A partire dagli anni ’90, si sono affermati, più o meno velocemente a seconda dei casi, movimenti politici “leggeri”, iper-mediatici, concentrati sull’esaltazione/identificazione del leader (il craxismo socialista fu un precursore), e tutti sostanzialmente proni ai dettami del sistema capitalistico.
Questo ha comportato una disaffezione sempre più marcata da parte della popolazione, con un aumento dell’astensionismo e un declino netto del dibattito generale. Per tre grandi motivi:

1) I partiti, non essendo più grandi organizzazioni di massa, hanno perso molto potere rispetto al passato. Questo ha portato i nuovi leader ad essere plasmati culturalmente da élites industriali e finanziarie, in grado di esercitare nettamente un influenza superiore.

2) La mediatizzazione della politica, ha portato i leader a seguire politiche di brevissimo respiro, spesso ossessionati dai sondaggi, dai continui colpi di scena e dalla campagna elettorale permanente, in modo da far presa su un elettorato sempre più stanco e disincantato. Le riforme a favore della classe media sono finite nella palude politica, mentre le grandi riforme pro-mercati e pro-upper class sono state portate avanti da oscuri comitati e burocrati in seno alla Ue, Wto, Fmi, Banca Mondiale, Bri, ecc.

3) La sudditanza ai dettami della globalizzazione e all’attuale modello dominante, ha finito per far assomigliare l’uno all’altro tutti i maggiori partiti delle attuali democrazie. A parte argomenti di natura sociale o tematiche di secondo piano, sui principali argomenti economici e politici fondamentali (mercati, democrazia, tecnologia, progresso, ecc) si è creato sostanzialmente un pensiero unico, che si differenzia solo per questioni tecniche (abbassare o alzare questa o quella tassa, investire in questo o quel progetto, ecc, ecc). In poche parole non esiste più un alternativa reale e potente a livello generale.

fine6Le possibile tendenze

I mutamenti che stanno investendo l’assetto democratico possono portare in molteplici direzioni, non necessariamente negative. È indubbio che la democrazia rappresentativa così come la conosciamo dalla seconda guerra mondiale, non potrà reggere a lungo i cambiamenti imposti dal capitalismo del XXI sec. Molto più difficile è il tentativo di individuare i possibili sbocchi alternativi, anche a causa delle differenze territoriali, etniche e culturali.

In caso di una nuova grave crisi sistemica è possibile l’evoluzione verso nuovi modelli autoritari, con al centro una tecnocrazia sovranazionale, nel tentativo di superare i modelli nazionali (sogno perseguito da tempo da diversi organi e intellettuali al loro servizio), oppure al contrario l’involuzione verso un settarismo locale o nazionale.
Non si può sottovalutare il potere pervasivo dei conglomerati industriali che potrebbero essere in futuro affiancati da corporation di eserciti mercenari, in grado di garantire l’ordine per i nuovi “tutelati”, separandoli e proteggendoli dalle masse di disperati.

Allo stesso tempo è plausibile l’avvento di nuove forme di potere, più locali e dall’assetto diverso, in certe aree del pianeta, mentre permane lo scetticismo sulla e-democracy, la quale rischia di replicare gli stessi difetti ed ulteriori. Non possiamo infine dimenticare l’impatto che potrebbe avere l’ingegneria genetica, la robotica e la dottrina del Transumanesimo  sui futuri sistemi di governo. Quello che possiamo affermare con certezza, in modo lapalissiano, è che i cambiamenti decisivi accadranno in questi anni, in modo veloce, molto più veloce rispetto a quelli che hanno vissuto i nostri nonni e i nostri padri. Con tutte le conseguenze del caso.

 

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Cosa ne è stato scritto

  1. Massimo Gomez

    Si ma perchè ne parlate sempre come un valore che si rischia di perdere? Su 5ooo anni di storia la democrazia è a malapena comparsa, tutto il resto è stato amministrato da altro…chiaro che il neoliberismo rappresenti una concausa al suo declino, ma ciò dipende anche da tutta un’altra serie di cose, tra le quali la decadenza dei valori, l’innalzamento delle debolezze umane a virtù e molto altro che non si può discutere in un post. La fine della democrazia è un atto dovuto all’umanità e non una sciagura, sciagurate semmai sono proprio le politiche democratiche, secondo le quali, un individuo forte, sano, tenace ed ambizioso, dovrebbe quasi vergognarsi di esistere. Politiche sociali tendenti a promuovere l’omosessualità, il meticciamento, il disconoscimento dei valori che hanno sempre fondato il genere umano e delle identità culturali e di appartenenza, come possono favorire la continuità della specie? Solo in democrazia, ad esempio, l’idea che l’omosessualità sia cosa buona e giusta può essere accettata. Ma se l’idea diventasse “troppo buona” cosa ne sarebbe della riproduzione? E questo è soltanto un esempio, se dovessi citare tutte le “difformità” e le debolezze, democraticamente spacciate per virtù ci faremmo notte…dunque in conclusione, la democrazia ad occhio e croce ha esaurito il suo tempo, e stando a ciò che si evince guardandosi intorno, ha iniziato a fagocitare se stessa, e per gli stessi motivi della penultima volta che l’abbiamo vista, duemila anni fa in Grecia, dove resse per soli 100 miseri anni…

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