La Darsena che non ti aspetti

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La mia città, Ravenna, è candidata a diventare Capitale Europea della Cultura nel 2019.

Negli ultimi mesi è tutta un brulicare di eventi, prove tecniche, iniziative che coinvolgono più o meno la cittadinanza, insomma, una programmazione davvero intensa che ha l’ambizioso obiettivo di portare la città ad assumere un ruolo da protagonista nella vita culturale d’Europa. Una delle sfide a mio parere più stimolanti è rappresentata dalla Darsena di città. Ravenna vanta un passato da capitale imperiale, che ha sfruttato, grazie alla presenza di un importante porto militare e commerciale, il proprio sbocco sul mare per diventare un crocevia di culture, poteri, linguaggi.

 

Darsena Ravenna. Foto di Ericailcane.

Darsena Ravenna. Foto di Ericailcane.

Il quartiere della Darsena, negli ultimi tre anni, è stato investito da uno straordinario processo partecipato, che ha coinvolto molti cittadini nella pianificazione urbanistica di quest’area.

Basta fare una passeggiata nel quartiere per apprezzarne i risultati: oggi un grande parco abbraccia il Mausoleo di Teodorico, i vecchi magazzini dello zolfo accolgono esposizioni, festival e concerti, alcuni complessi residenziali e commerciali sono stati riqualificati, il mostro marino firmato da Ericailcane veglia, affacciato dall’ex mangimificio Martini, sulla nuova sede dell’Autorità portuale firmata Anita Sardellini.

Ma quel che più attira la curiosità di un cittadino estraneo al processo partecipato, che nelle ore tarde del pomeriggio decide di farsi una passeggiata lungo il Candiano, è la darsena dimenticata dal tempo, quella che figura nelle criticità del progetto e che custodisce la memoria di un luogo che, purtroppo o per fortuna, probabilmente scomparirà ed è la vera sfida di questa riqualificazione. Dimenticate le esche ratticide e le sterpaglie alte un metro a ridosso dei muretti, godetevi questa passeggiata un po’ cyberpunk che odora di ruggine e di città.

grandi silos - Roberto Kalamun Pasini

Grandi silos. Foto di Roberto Kalamun Pasini

Grandi bitte ossidate dalla salsedine troneggiano sulla banchina, mentre questo specchio d’acqua appena increspato dal vento ha perso il conto di quante imbarcazioni l’hanno solcato. I capannoni abbandonati hanno il fascino delle cose inquietanti, sulle facciate si intravedono ancora imponenti insegne dipinte a tinte forti, a richiamare trasportatori che dovevano trovare i magazzini senza fatica, scorgendoli da lontano. Scheletri industriali tracciano confini netti fra la città e il cielo, vecchi cartelli ferroviari continuano a lanciare moniti da binari ormai morti, mentre tutto sembra essersi fermato con la fuga improvvisa degli operai. Questi muri parlano ancora, raccomandando di non fumare nei magazzini, avvisando del pericolo di crollo, ricordando che lì c’era la vecchia sede del tiro a segno nazionale, di cui restano le lettere in rilievo e un’aquila fiera che volge lo sguardo alla città.

scheletri - Maurizio Nicosia

Scheletri. Foto di Maurizio Nicosia

Un ponte mobile nuovo fiammante permette di attraversare il canale e ripercorrere la Darsena sul lato opposto, dove i grandi silos si stagliano alti, come dita che toccano il cielo. Da un vecchio ufficio il battente di una porta prega di essere liberato per sempre, ché tanto non serve più a nessuno. Gli alberi di fico crescono indisturbati, un esercito di bancali di merce non identificata è ancora in attesa di conoscere il proprio destino, le vecchie gru sono il totem di un passato industrioso che ha lasciato in eredità ferri vecchi e ossidazione. Gli spazi sono enormi: i capannoni, alcuni spazi verdi e lo stesso sguardo sull’acqua diventeranno probabilmente protagonisti di smantellamenti, ristrutturazioni, tinteggiature.

La città ruberà la Darsena all’abbandono, il tempo ricomincerà a passare, le strade saranno tirate a lucido e ci saranno tramonti meno postindustriali, ma nessuno potrà restituirmi a questo luogo unico, insolito, inaspettatamente affascinante.

Vietato fumare nei magazzini. Foto di Roberto Kalamun Pasini

Vietato fumare nei magazzini.                                                   Foto di Roberto Kalamun Pasini

 

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