Moderna molteplicità

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“Non avrai altro Dio all’infuori di me”. Da quando Mosè scese dal Sinai, siamo stati (in quanto “occidentali”) educati all’unicità (contrapposta alla molteplicità): un Dio, un lavoro, una famiglia, una casa, una patria, una città, una scelta, ecc..

1510919_738249326188108_549746377_nLa nostra mente è pigra e tende ad evitare complicazioni e domande. Per questo ci fa sentire più tranquilli quando possiamo racchiudere qualsiasi concetto in un’unica forma, magari anche con un solo nome e un solo volto. L’ignoto spaventa, l’indeterminazione inquieta. La nostra mente cerca costantemente di non pensare, delegando questa fatica ad altri o alle visioni convenzionali e “semplificate” del mondo. Per questo rifugge ciò che è indefinito, sfuggente, difficilmente incasellabile e, al contrario, è felice quando può sistemare ogni cosa in un cassetto, metterci sopra un’etichetta e chiuderlo per sempre. Per questo tendiamo a definire le persone, i cibi, le esperienze, tutte le cose, come buone o cattive, belle o brutte, utili o inutili e così via.

Questa impostazione mentale ha funzionato a meraviglia dal Sinai in poi, anche perché si adattava perfettamente al nostro quotidiano vivere: per qualche migliaio d’anni, in generale, abbiamo avuto una famiglia, un lavoro, un partner, una casa, un hobby, una squadra di calcio…una vita. Da qualche tempo però, l’aumentato benessere economico e un diffuso e radical cambiamento dei costumi (non slegati dalla frenesia consumistica) stanno progressivamente erodendo questo ordine. Oggi è sempre più normale avere più famiglie, più case, più lavori, più partner (uno dopo l’altro o…uno insieme all’altro…), più interessi, più patrie…più vite…Un banale esempio per tutti: quanti bambini si ritrovano oggi ad avere 8 (otto) “nonni”? Tutti quelli che sono figli di genitori separati che hanno trovato un nuovo partner: certamente non pochi e comunque molti, ma molti di più rispetto a solo una trentina di anni fa. La molteplicità avanza.

twoSiamo continuamente bombardati da stimoli per non dire “ordini” a fare, comprare, buttare, divertirci, buttare e ricomprare, cambiare, ricambiare, ecc. ecc.. La quantità di informazioni e sollecitazioni a cui siamo esposti è enormemente maggiore rispetto a solo pochi anni fa. Oggi, un ragazzo di 15 anni è già passato attraverso un numero di esperienze ed ha visto o è venuto comunque a contatto con un numero di cose che una persona anziana di una trentina di anni fa non poteva nemmeno sognarsi in un’intera esistenza.

A quarant’anni è come se avessimo vissuto già molte vite, non una sola. Se pensiamo a concetti come “famiglia”, “partner”, “lavoro”, “casa”, può accadere che non li associamo più ad un’unica immagine, ad un unico nome, ad un unico ricordo. Magari abbiamo “messo su famiglia”, investito tempo ed energia in un progetto di vita al quale ci siamo affezionati e che, fino a qualche anno fa, sarebbe stato unico e definitivo e poi invece, per i casi della vita di oggi, tutto è saltato in aria e può essere che siamo finiti a rimettere su famiglia, rimettere su casa, fare altri figli, cambiare lavoro, trasferirci in un’altra città, ecc.. E’ come se avessimo perciò vissuto molteplici vite ed è come se dentro di noi avessimo molteplici anime, che trovano spazio o sono state “attivate” in virtù della nuova realtà nella quale oggi viviamo. Perché la moderna molteplicità finisce per declinarsi non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. Anche noi stessi siamo molteplici, anche noi “siamo più noi”.

La nostra mente fatica ad abbracciare questa molteplicità dalla quale è riuscita a tenersi lontana per millenni. Ma la realtà ci impone di farlo. Non è casuale che, anche in ambito scientifico tante spiegazioni (per esempio quelle relative alla fisica quantistica) ci sono sfuggite fino a pochi anni fa, proprio perché ci riesce tremendamente difficile accettare che l’Universo è indeterminato e che una cosa può essere due cose e in due posti diversi allo stesso tempo.

969968_773253572687683_2024870109_nE invece la molteplicità avanza, ci inquieta e ci disorienta, anche perché ognuna di queste anime dentro di noi reclama attenzione, vuole nutrimento, ci tira dalla sua parte. Ci ritroviamo così spesso a non “sentirci a casa” e in pace, perché ogni anima ha la sua propria “casa” e lì vuole tornare. Il punto è che il tempo è finito, le scelte vanno fatte, la vita va vissuta momento dopo momento, noi non possiamo essere in due posti allo stesso momento (come le particelle della fisica quantistica), ed allora queste “voci”, insoddisfatte perché magari siamo con una famiglia e non con l’altra, perché stiamo amando una persona e non più un’altra, prendono la forma di sensi di colpa, nostalgie laceranti, eccessiva attenzione al passato e incapacità di scegliere. Siamo come barche in mezzo al mare spinte da mille correnti e mille venti, con il risultato che rischiamo di rimanere fermi o tornare indietro dopo ogni virata o finire vittime di indecisioni croniche.

Nel suo divertente libro “Momenti di trascurabile felicità”, Francesco Piccolo sostiene, tra il serio e il faceto, come gli provochi felicità “sfogliare le riviste senza trovare alcun che di interessante da leggerci”. Oggi, anche grazie ad internet, possiamo leggere ed informarci sull’intero scibile umano. Tuttavia è praticamente impossibile farlo: gli stimoli e le opzioni che ci vengono offerte solo talmente tante che ci opprimono, ci disorientano, ci schiacciano. Ci sentiamo in colpa per non poter fare tutto, per non potere accontentare tutti; ci sentiamo “disarmonizzati” rispetto al presente perché abbiamo troppi passati con cui fare i conti. E quindi si arriva al paradosso per cui ci sentiamo sollevati quando ci allontaniamo da possibilità e stimoli e quindi quando ci togliamo da queste situazioni “molteplici” di cui però è fatta – ci piaccia o no – la vita odierna, con il risultato di “non vivere” o vivere male.

1660663_770048476341526_126106625_nE allora? E allora per prima cosa dobbiamo chiedere alla nostra mente uno sforzo. La complessità crea problemi è vero, ma, allo stesso tempo, può arricchirci se capita e gestita. Dobbiamo dunque prendere il timone della barca e decidere dove andare, il che – per definizione – significa non poter accontentare qualcuna delle nostre anime. Lo sappiamo, lo possiamo sapere, se ci ascoltiamo con attenzione, se ci guardiamo dentro e facciamo la pace con i nostri passati, le nostre altre vite, comprendendo che c’è un momento per ogni cosa e non possiamo accontentare tutti, neanche dentro di noi. Il voler accontentare tutti è il miglior presupposto per l’infelicità. Faticare a sentirci “a casa” perché abbiamo molte anime, non è qualcosa di negativo. Tutt’altro! Questa sensazione di disorientamento è invece dovuta al fatto che abbiamo molto vissuto, che siamo molto ricchi di emozioni, di ricordi, di interessi. Significa che siamo molto sensibili, assaporiamo in profondità ogni esperienza, ogni relazione sia essa con una persona o un luogo o finanche un oggetto. In altre parole: viviamo e amiamo la vita.

 “Essere nel mondo, senza essere del mondo”, disse un ragazzo che visse in Palestina qualche migliaio di anni fa. Ossia vivere il mondo, il presente, succhiare ogni aspetto della vita, senza farsene però imprigionare e limitare. E allora, issiamo le vele, timone in mano, sorridiamo al vento e avanti tutta!

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3 commentiCosa ne è stato scritto

  1. manuelagarreffa

    Mi piace il commento di Daniele Bozza. Invece l’articolo mi piace un pò meno, inizia splendidamente, ha la capacità di attenersi a tempi e luoghi (a differenza di che spesso ciò che leggiamo di solito) ma poi addebita al consumismo cose che secondo me non sono effetti del consumismo, e parla del fatto che un bimbo abbia 8 nonni come un’esagerazione mentre (x quel che vedo io) il nucleo di affetti di un ragazzino è ristrettissimo, paragonato con i tempi in cui si usciva di casa e tutto il quartiere era un ambiente familiare, si avevano tanti zii, ecc. Cose che personalmente non ho vissuto ma i miei genitori sì. Io poi, attualmente vivo sola con 3 bimbi avuti da diversi partners e l’unica nonna che abbiamo il piacere di sentire ci contatta qualche via messenger da lontanissimo. Ma ricordo che ai tempi della separazione dei miei genitori, molta gente viveva bloccando tristemente la propria crescita personale perché non c’era una filosofia che relazionasse l’ambiente esterno con le attitudini interiori e quindi un malessere si trascinava x decenni dando la colpa dell’attesa a regole e convenzioni. Ho ‘nostalgia’ solo del maggior numero di relazioni significative che possano aver avuto col vicinato, quando sono nata io già non ci si salutava. Io insomma recupererei l’istinto di vivere in gruppo e manterrei la libertà di manifestare apertamente i cambiamenti che avvengono nel campo affettivo più ristretto.

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  2. daniele bozza

    Sottoscrivo la ruflessione però mi sembra di poter affermare per la poca cultura che possiedo, che da sempre l’umanità viaggia tra i due poli: molteplicità/unicità. Prima del Sinai, e anche successivamente, esisteva il politeismo, la poligamia, diverse scuole di pensiero e filosofie antagoniste tra loro. Son portato a credere che il pendolo della storia conduce l’uomo, di volta in volta, ad elaborare una visione di vita che tende a correggere le debolezze di quella in corso. E questo processo prosegue con un movimento a spirale che pur nella ripetizione alternata destra/sinistra, uno/molti, bianco/nero, ecc… accresce l’animo umano che di volta in volta costruisce e inventa sfumature nuove, aggiunge colori e disegni nuovi pur disponendo dei medesimi fili e del medesimo telaio quali possono considerarsi la vita e la storia. Grazie

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