La crisi del calcio italiano: questione di cultura

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Classe 1982 e innamoratomi del calcio ammirando le gesta di un campione con il codino, il cui nome è Roberto Baggio, in quel di Roma, Stadio Olimpico, partita Italia-Cecoslovacchia e goal da stropicciarsi gli occhi.

Quante emozioni, difficile contare le pulsazioni al minuto del proprio cuore in quei momenti. Lo ammetto, ho un po’ l’”effetto saudade”, come direbbero i maestri brasiliani, ripensando e immaginando quella gesta e proiettarle al contesto attuale. La crisi che sta investendo il nostro Paese, checchè ne dica il buon Matteo Renzi, è dilagante, affonda le sue radici nella cultura scarsamente valorizzata e ha i suoi riflessi anche nell’organizzazione calcistica nostrana.

Già, proprio la parola “organizzazione” è alla base dei disastri recenti del nostro sport  e neanche il calcio riesce ad esserne estraneo. I buoni risultati della nostra Nazionale nel 2012 o nel 2006 hanno solo mitigato le grosse sofferenze che l’intero movimento sta patendo.

Partiamo dalle basi: cultura sportiva

In Italia, come tutti sappiamo, il risultato conta più di tutto; non esistono tempi di attesa e di programmazione per la crescita di un atleta o di un giovane sportivo. Se qualcuno pensa, ad esempio, alle partite del campetto di periferia tra ragazzini, ha un quadro simile ad un campo di battaglia in cui l’arbitro non è propriamente sereno nel fare ciò che deve e i genitori sono talmente presi dal vedere il proprio figlio “vincere” che si assiste anche a scontri familiari nel corso della gara.

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Alessandro Birindelli, capo del settore giovanile del Pisa

Ne sa qualcosa l’ex calciatore della Juventus Alessandro Birindelli, responsabile tecnico dell’A.C. Pisa, che, suo malgrado, si è trovato costretto a ritirare la squadra per un diverbio furioso tra i padri di due calciatori della stessa squadra. Per il mister, oltre al danno anche la beffa, visto che la Federcalcio Italiana ha comminato alla società toscana una multa per aver abbandonato il campo. Un motivo in più per chiedersi se qualcosa che non vada ci sia ed è chiaramente una domanda retorica. L’aneddoto, pertanto, rappresenta solo la goccia in un oceano di scarsa cultura dello sport non considerato come divertimento e svago con finalità formative e di crescita interiore. I bambini, da subito, hanno solo in mente di ottenere il risultato, per cercare di conquistare la fiducia dei propri cari e vivendo, drammaticamente, una sconfitta. I concetti di bene e male vengono colpevolmente confusi con un semplice score che rappresenta l’unità elementare dei nostri successi.

La scuola, in tal senso, è totalmente inefficace in quanto è altro esempio di competizione e numero (voto) piuttosto che stimolante alla realizzazione dei propri sogni. Qualcuno mi dirà: stai dipingendo un quadro melodrammatico! Può darsi, tuttavia l’isteria di cui parlano i media, sia sul cartaceo che in digitale, denunciano un malessere decisamente radicato.

Tra i professionisti

Nel contesto professionistico, i mali di una cultura non sportiva hanno ripercussioni decisamente negative e in particolare:
1) Mancanza di strutture adeguate
2) Scarsa valorizzazione dei vivai

Andrea Pirlo nello Juventus Stadium

Andrea Pirlo nello Juventus Stadium

Tra i tanti punti che avrei potuto citare ho scelto questi due perché interconnessi alla logica del risultato ad ogni costo di cui si è ampiamente parlato. La mancanza di strutture adeguate, ossia di stadi di proprietà adatti ai parametri europei di sicurezza/spettacolo, è una vera e propria piaga per il nostro Paese. Attualmente, soltanto la Juventus F.C. possiede un impianto del genere a cui può far seguire attività commerciali, di promozione del proprio brand con entrate che, in prospettiva, saranno molto superiori rispetto a tutto il resto del background italiano/calcistico.

La domanda allora è: che cosa stanno aspettando gli altri? La risposta è che la burocrazia italiana rende decisamente complicato un investimento così oneroso per una società di calcio che è ormai una vera e propria azienda e, in secondo luogo, vi è una logica di “non programmazione”. Che cosa intendo con questo concetto? Le società di calcio ritengono maggiormente funzionale alle proprie casse investimenti a breve scadenza perché le fonti di entrata/uscita sono limitate e gran parte dei team di Seria A sopravvive grazie ai diritti tv di Sky. In un contesto del genere, discorsi di cultura sportiva e crescita step by step vengono sovrastati dall’importanza del risultato ad ogni costo con pressioni, per gli addetti ai lavori, decisamente elevate.

Tutto ciò porta anche a profonde conseguenze nei rapporti tra i tifosi che seguono le partite. Gli incidenti o i tafferugli di cui spesso sentiamo parlare, associati allo stadio, sono proprio basati su un’idea sbagliata di sport. Gli eccessi del campanilismo miscelati alla bramosia di vittoria hanno effetti nefasti e viene enfatizzato sia per strutture ormai fatiscenti, come già detto, e sia per una giustizia sportiva che, diciamolo, è decisamente ridicola. Il regolamento federale afferma che se un tifoso di una squadra qualsiasi fa un danno all’interno di un impianto deve essere la società a pagarne le conseguenze in denari.

Un “no-sense” dal momento che il concetto di giustizia, secondo quanto afferma la nostra Costituzione (quello che ne resta…), è individuale pertanto se una persona si rende responsabile di un danno paga di tasca propria. Per quale motivo la società di calcio deve anche accollarsi le spese per le intemperanza di certi “idioti”? Ha maggiore efficacia il cosiddetto Daspo (da D.A.SPO. acronimo di Divieto di Accedere alle manifestazioni SPOrtive, n.d.r.) come deterrente per certi episodi? Forse no, vista la ricorrenza di alcune dinamiche. La conseguenza grave, chiaramente, è che lo stadio, in un contesto scarsamente sicuro, tende a svuotarsi e le partite del nostro campionato stanno via via perdendo il loro fascino.

Marco Verratti,, centrocampista del Paris Saint-Germain (Francia) è nato a Pescara 5 novembre 1992

Marco Verratti,, centrocampista del Paris Saint-Germain (Francia) è nato a Pescara 5 novembre 1992

La cultura del risultato ha delle forti influenze anche nella gestione tecnica di una squadra e delle sue giovanili. Come detto, la programmazione, per questioni soprattutto economiche, non viene presa in considerazione e conseguentemente il lavoro di maturazione per le giovani leve si fa decisamente più complicato e, un po’ come i loro coetanei in altri lavori, “the young players” sono costretti a tentare le proprie fortune all’estero. I vari Verratti e Donati sono solo un esempio della scarsa attenzione delle serie A per costoro che sono invece appetibili da altri club stranieri. La mancanza di una squadra B e di un linking diretto con il team principale fa sì che molti dei talenti si perdano e non riescano a confrontarsi con realtà più evolute e organizzate. In buona sostanza, anche nel calcio, si crede poco nei giovani e si investe sempre “sull’usato sicuro”, in linea con la logica che conta il presente, il futuro poi si vedrà… che grave sciocchezza!

A chiosa cos’altro si può dire? La speranza è che chi fa parte di questo sistema si ravveda, creda maggiormente nei talenti che abbiamo e crei le condizioni affinchè finalmente la meritocrazia e la bravura possano prevalere. Abbandonando il risultato spicciolo nell’immediato che, in un progetto a lungo termine, perde di significato.

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