Il capitale umano

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Si sente parlare ogni giorno del tema “lavoro”. Il lavoro che non c’è. Il non-lavoro. Si sente parlare di sussidi e redditi di cittadinanza.

Il lavoro che non c’è resta uno dei temi principali della nostra attualità. In un momento di forte crisi economica e sociale la mancanza di lavoro diviene fonte di drammi personali e famigliari. Si tratta di una vera e propria emergenza sociale.

La situazione assume toni ancor più catastrofici se si allarga lo sguardo su chi un lavoro ce l’ha ma ha caratteristiche precarie. Tutte quelle tipologie contrattuali, che con grande capacità e fantasia, si sono moltiplicate, ampliate e sono mutate negli anni. Formule apparentemente “magiche” che avrebbero dovuto creare nuove opportunità.

La flessibilità che avrebbe dovuto esser fonte di nuove prospettive ha degenerato in realtà profondamente instabili, rendendo la precarietà una costante della vita di tanti, coinvolti sia direttamente che indirettamente. Molti pensano, ancora oggi, che non si tratti di un male in sé, e che a renderla tale sia l’emotività personale del lavoratore che tende a non considerare le opportunità fornite da certe forme contrattuali atipiche.

Il vocabolo “precario” deriva etimologicamente da prece (preghiera) e significa ottenuto per preghiera, non per diritto.

costituzioneSi tratta di un paradosso, considerando che l’articolo 1 della Costituzione Italiana recita: “L’Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro…”. Il lavoro è, quindi, un valore costituzionale. La Costituzione, dall’articolo 35 all’articolo 40, ne tutela il valore economico come mezzo per soddisfare i bisogni umani, nell’articolo 4 sancisce il diritto/dovere al lavoro sottolineandone il valore sociale e quello personale, rispettivamente il mezzo per contribuire al bene comune, ottenendone un riconoscimento e lo spazio per valorizzare un talento individuale, tutelando le scelte del lavoratore e la sua elevazione.

Oggi, occuparsi del problema “lavoro” dovrebbe voler dire prima di tutto occuparsi della sua dimensione quantitativa, definendo misure in grado di rilanciare l’economia e le attività produttive, ma allo stesso tempo emerge chiara e forte la necessità di interrogarsi su quale sia la qualità dell’occupazione e quale sarà al momento della tanto desiderata ripresa economica.

La crisi del modello di produzione industriale ha prodotto una forte delocalizzazione verso realtà caratterizzate da basso costo del lavoro e un peggioramento delle condizioni di lavoro e salariali nel nostro Paese.

Il dibattito politico non sembra cogliere la gravità della situazione, anzi alcune delle ultime proposte proseguono sul cammino tracciato fin’ora: un cammino che vede la qualità del rapporto di lavoro, le condizioni codificate nei contratti e quelle tacite, sottomessi al problema della quantità. A volte la storia non insegna! E non solo non si vuol imparare, ma si pensa a soluzioni apparentemente valide nel breve tempo e mai a progetti che possano risanare quello che una volta poteva dirsi un pacchetto di diritti acquisiti, coltivati e difesi, per i quali in tanti hanno combattuto, assumendosi dei rischi.

Il precariato ad oggi risulta essere un male assoluto. Il precariato non ha nulla a che fare con la flessibilità. Il precariato non conosce diritti. Il precario è sottopagato, minacciato. La flessibilità e la mobilità andrebbero pagate con surplus, perché il lavoro a tempo presuppone alcuni rischi di per sé e va reso sicuro almeno economicamente.

Le opportunità di lavorare su progetti a tempo, di inserirsi in un’azienda cogliendone aspetti, punti di forza, occasioni, senza essere legati per tutta la vita (che poi chi lo dice che questo sia un male) dovrebbero essere una scelta fatta dalle risorse umane e non un obbligo; semmai dovrebbe poter essere una tappa iniziale e non una condizione che si sdipana di anno e in anno.

Quelli che hanno (e continuano a farlo) promosso la precarietà come vantaggio non sanno di cosa parlano. Non conoscono il mercato del lavoro, le regole del gioco, le dinamiche che si innescano nel momento in cui domanda e offerta tentano di incontrarsi.

Ad oggi non si può più rimandare, è necessario un vero e proprio rinnovamento culturale, che produca ricchezza attraverso la valorizzazione del lavoro e non attraverso il suo impoverimento (non solo economico).

Un rinnovamento che non preveda più un’analisi settoriale ma che guardi alla complessità della situazione, a come i vari ambiti vignetta job(economico, giuridico e sociale) si intersecano, a come il mercato del lavoro si è trasformato: un mutamento che ha coinvolto la dignità della persona, la sua posizione sociale e le sue prospettive future.

Se è vero che l’operaio mette nell’oggetto che produce parte della propria vita, non si può pensare al lavoro come a una semplice attività strumentale. È sempre qualcosa di umano che si realizza mentre, ora, il lavoro è stato nuovamente ridotto a “merce”, e il lavoratore a “forza lavoro”. Un secolo di storia smantellato, e a rimetterci non sono, ovviamente, solo i lavoratori ma l’idea di civiltà, che i padri della Costituzione ambivano a far crescere in tutti noi.

Il circolo vizioso che si è innescato vede tra i tanti mali anche la caduta di professionalità, la mancanza di motivazioni, una bassa produttività e una profonda disaffezione al lavoro.

Occorre una profonda rivalutazione di quello che è il contributo umano nella produzione di benessere, che non è solo economico. Una rivalutazione che ridia forza contrattuale a chi oggi non siede neanche più al tavolo delle trattative perché può essere facilmente sostituito. Una rivalutazione che preveda degli investimenti nella formazione degli individui oltre che nella formazione didattica.

Il lavoro come progetto di realizzazione personale e come strumento di appartenenza comunitaria e di partecipazione alla vita civile del Paese.

Fa sorridere amaramente come, nonostante l’elevato progresso tecnico, vivano tra noi molte forme di povertà, non solo economica ma anche culturale ed etica.
Combattere (oltretutto in maniera approssimativa) solo la povertà economica non ci salverà dalla deriva.

 

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9 commentiCosa ne è stato scritto

  1. Marco

    Ciao, ho letto e apprezzato l’articolo… ma avendo da sempre interesse verso la politica e i meccanismi socio economici, vorrei dirti la mia. Scusami che è un pò lunghetta, ma la prolissità non è il mio forte.
    premessa: ho visto il film e l’ho apprezzato, ed il finale, secondo me, rivela quanto conti la vita umana agli occhi della società… nulla, se non il lato monetario! Il fatto che noi si accetti questo, cioè di quantificare la vita umana in denaro e in funzione della produttività, mi ha fatto venire un brivido freddo lungo la schiena!!!! Ma che diavolo!? Per quanto banale e logico possa sembrare, mi sembra un meccanismo orrido e agghiacciante, squallido all’inverosimile: davvero possiamo barattare la vita per una quantità di denaro? Ma i legislatori sono esseri umani o calcolatrici?
    Ovvio che le assicurazione esistono da molto, e non è uno scandalo che ci siano persone che si occupano di questo, ma il mio discorso esula dall’aspetto pratico, ovvero: non è squallido, da un punto di vista UMANO, che esistano questi calcoli? Secondo me, assolutamente si!!!!
    Credo che sia quello che il film vuole trasmettere, la perdita completa del senso di pietas, di umanità, da parte di quasi tutti i personaggi, a cui materialmente non manca niente, ma che a livello umano hanno delle voragini abnormi incolmabili!
    Detto questo, il tuo articolo mi ha fatto venire in mente un seminario, di cui non ricordo il nome, tenuto da non so quale professore straniero alla mia università circa 2 o 3 anni fa. Il tema era il lavoro sia in rapporto alla modernità che alle persone. Gira e rigira il concetto era questo: la realtà è mutevole, cambia continuamente, la società corre troppo per stare dietro ai bisogni reali delle persone… bisogna adattarsi. Meno male ce lo dicono degli accademici, perchè da soli non ci si arrivava è… lasciamo stare! (sic!)
    Dopo gran discorsi e grandi riflessioni sociologiche e antropologiche (sic!) sui problemi della realtà moderna, il nostro dubbio venne immediato “Dunque, cosa possiamo fare per combattere il precariato e i problemi del mondo lavorativo moderno?”
    Risposta:
    “Mobilità sociale”
    Da tra me e un amico ci fu lo sgomento generale, cioè la soluzione è muoversi, magari anche velocemente, perchè la realtà locale non è in grado di fornirci ciò di cui abbiamo bisogno? Non siamo in grado di combattere per offrire delle cose qua? Ma abitiamo in Europa, non nel terzo mondo! E poi da un accademico ci aspettavamo ben altre risposte, dato che i ricercatori sarebbero pagati pure per offrire soluzioni.
    No bisogna muoversi, perchè alla gente fotte sega di noi, del futuro, dei giovani, di offrire prospettive concrete, normali e tangibili, che magari vengono offerte in altri paesi poco lontani, ai giovani.
    Insomma te la faccio breve, alla fine della fiera temo che l’abbiamo in tasca… ed è assurdo vedere come le persone non si rendano conto che il nostro futuro ci si sbricioli nelle nostre mani, nel momento stesso in cui lo osserviamo
    Te che soluzioni vedi nel nostro futuro?
    Un saluto
    Marco

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  2. Marco

    Hai dimenticato di scrivere che il problema si riflette sull’Italia a causa di politiche di livello mondiale innestate dai mercati e da filosofie di tipo consumistico.
    A livello locale invece, siamo abituati per anni a credere di avere diritto a questo e a quello, abbiamo pensato di non pagare pegno dopo gli errori della seconda guerra mondiale, abbiamo mantenuto una classe di parassiti (politici) e di nullafacenti (PA) pensando che avrebbe fatto il nostro gioco e invece così non è stato, abbiamo continuato a credere che il cèrtificato medico di comodo non nuocesse alla stabilità delle aziende.
    Sentivo stamattina gli ex operai della Lebole e ascoltarli mi ha fatto sorridere per l’innocenza dei loro discorsi.
    Oramai le battaglie sindacali, proprio per le delocalizzazioni, non hanno più senso.
    O si cambiano le regole a livello mondiale, o credo davvero che il tuo grido di dolore rimarrà sterile nel deserto…ah, a proposito, in bocca al lupo!!

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  3. Simone

    Grazie per l’articolo, Makita. Concordo e sottoscrivo tutto, dalla prima all’ultima riga. Non avresti potuto trovare parole migliori per descrivere la situazione ed il paradosso che si è creato nella nostra società.

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    • Makita Di Fabio

      Grazie di cuore Simone…è un argomento doloroso per tanti, tutti ..e quelli che dovrebbe prendere coscienza della situazione sono occupati a fare altro…

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  4. Madalena

    Complimenti! L’argomento è vasto e complesso, sei riuscita a cogliere gli aspetti salienti sviluppando in maniera ottimale. Sono pienamente d’accordo che bisogna darsi da fare per cambiare questo paese, soprattutto per il futuro dei giovani!

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  5. luigi

    Un bellissimo articolo, che non ha bisogno di commenti se non la grande ansia per il futuro dei nostri figli.
    Grazie Makita
    Piko e luigi Valiante

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    • Makita

      Si, è vero .. la situazione è allarmante, ma resto fiduciosa, non tanto per la mia generazione, che sono certa continuerà a pagare il prezzo di certe scelte, ma per i piccoli di oggi…ad una condizione: che saremo in grado tutti di mostrargli certi valori.
      Ci sono due frasi di un noto film uscito qualche mese fa nelle sale cinematografiche che riassumono perfettamente quello che penso, e sono:
      “Ci siamo giocati tutto, anche il futuro dei nostri figli”
      “Abbiamo scommesso sulla rovina di questo Paese e abbiamo vinto”…
      Sono solo due delle tante facce della nostra realtà ma credo colgano nel segno perfettamente le responsabilità di chi doveva proteggerci ed invece ci ha regalato come merce di scambio …
      Il mio articolo non vuole assolutamente fare nel vittimismo, al contrario, vorrebbe esortare ad una presa di coscienza per ripartire e per sollecitare dei profondi cambiamenti di rotta.
      Siamo profondamente responsabili del nostro destino …
      Un caro saluto
      Maki

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