Giovani a cent’anni

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E’ possibile crescere, accettarsi, trovare un proprio ruolo una volta arrivati alla terza età in una società che considera gli anziani solo un costo?

In questi mesi d’esordio del duemilaquattordici, la città delle due Torri ha dato voce ad alcuni autorevoli convegni intitolati alla terza età. L’attenzione della comunità scientifica petroniana – a partire dall’Alma Mater – sull’ultima stagione della vita ha confermato, una volta ancora, come i portici del dottor Balanzone sappiano proteggere le sue antiche cifre di “civicità”. Bologna è una delle guglie metropolitane più alte quanto a sguardo amorevole sulla propria cittadinanza.

Da sempre, le sue politiche sociali (parte cospicua del bilancio comunale) sono destinate – forse oggi un po’ meno di ieri – soprattutto alle fasce generazionali più deboli: l’infanzia e la vecchiaia. Verso le quali le politiche governative – ministeriali – si mostrano riluttanti a investire risorse. Sia in ricerca scientifica (pediatria e geriatria, medicina preventiva e curativa), sia in strutture socioeducative essenziali (asili nido, scuole dell’infanzia, servizi alla persona, centri-anziani, case di riposo). Di più. Quando suonano le campane di fine/anno, le politiche governative – le Finanziarie – abbassano brutalmente la scure giudicandole spese superflue! Destinate a età generazionali che non producono, che non abitano le catene del mondo del lavoro: sia perché non ne sono ancora entrate, sia perché ne sono già uscite. anziani in spiaggia

Chiudiamo la pagina dedicata alle bambine e ai bambini per dare il palcoscenico al mondo della terza età. Dare voce alla stagione senile significa scuotere le coscienze delle collettività urbane (e non) rispettivamente:
• sulle frontiere mediche della Prevenzione. Rallentare i processi degenerativi dell’invecchiamento significa consegnare nelle mani dell’anziano il bancomat dell’ultracentenarietà;
• sulle frontiere sociali della Qualità-della-vita. E’ possibile sentirsi giovani a cent’ anni. A patto di disporre di una sicura pensione, di una casa e di servizi pret-a-porter: sanitari, assistenziali, conviviali e ricreativo-culturali;
• sulle frontiere psicologiche di una Senilità orgogliosamente vissuta. Ovvero, un essere/anziano impegnato a respingere, con coraggio, due inaccettabili sub-identità: una difettiva e una subculturale.

Sulla scia dei citati scossoni coscienziali, scalettiamo una duplice bandiera-a- scacchi che la senilità ha il diritto di attraversare a testa alta.

1. PRIMA BANDIERA A SCACCHI:
TRASCENDERE IL MANICHEISMO DELLA VECCHIAIA

Gli anziani soffrono di un “vissuto” ambiguo e contraddittorio, frutto di un conflittuale pendolarismo esistenziale. Da una parte, si sentono destinatari di ripetute attestazioni di rispetto e di accettazione sociale (fino all’esaltazione della loro saggezza); dall’altra parte, si sentono destinatari di segnali di ostilità – di marginalizzazione e di rifiuto – quando chiedono assistenza, affetti e legittimazione  comunitaria. La sensazione di avversione provoca, in chi abita la terza età, ansiosi presagi di disagio e di insicurezza.

E’ per l’appunto nella trappola di un modello radicalmente adultocentrico – imposto dall’odierna società mercantile e troppo spesso assunto dai famigliari – che l’età senile vive la sua immagine “difettiva”: espropriata di ruoli e di funzioni, alla quale finisce inevitabilmente per assoggettarsi. Imprigionata in lunghe sequenze di censure e di prescrizioni normative che investono i suoi atteggiamenti verso il corpo, la salute, l’amore e la sessualità. Queste, sanciscono la limitazione del potere/essere apertura al mondo e al futuro: ovvero, Progettualità esistenziale.

Al cospetto di una terza età sempre più costellata di censure dolorose, le scienze dell’educazione – la Pedagogia, la Psicologia e la Sociologia – hanno alzato al cielo, da tempo, un vibrante grido alla luna. Lo sillabiamo. Occorre, senza indugi, togliere dal guardaroba della senilità il logoro soprabito del “pendolarismo”. Traguardo percorribile alfabetizzando il mondo adulto (tramite l’avvio di una Formazione per tutta-la-vita) sui processi di maturazione e poi di invecchiamento delle età generazionali in modo da contrastare il martellante potere di influenza degli stereotipi sociali. Soprattutto quando mettono in fuori/gioco una immagine irreversibilmente degenerativa degli anziani. A questa lettura subculturale della vecchiaia (meramente anagrafica) occorre sostituire un altro “sillabario” che sappia per l’appunto denunciare un manicheismo sordo e cieco. Refrattario a comprendere che alle perdite e ai deficit che si verificano lungo gli stadi dell’invecchiamento si accompagnano nuove “abilità” e nuovi “saperi” dovuti alla capacità – propria della mente umana – di reperire risorse alternative e di attivare strategie inedite di soluzione ai problemi che la realtà pone, giorno dopo giorno.anziani tra i banchi

2. SECONDA BANDIERA A SCACCHI:
DA SUBCULTURA ANAGRAFICA A CONTROCULTURA

Il processo di invecchiamento è l’esito di un complesso intreccio di implicazioni biologiche, neurobiologiche, socioculturali e ambientali.

Al di là delle modificazioni di organi e di funzioni, esistono – nell’anziano – processi permanenti di ristrutturazione e di vicarianza delle abilità compromesse. Questi, se sostenuti e valorizzati permettono di prevenire e di compensare deficit ritenuti erroneamente irreversibili. In tal senso, è proprio il “cervello” l’organo che più degli altri rivela una enorme capacità di adattamento: al punto da rendere permanente – nel tempo – l’efficienza dei meccanismi cognitivi. Intendiamo sottolineare che la funzionalità della mente è solo in parte legata all’età o al numero delle cellule neuroniche (che col tempo decrescono), bensì alla ricchezza delle “connessioni” esistenti tra i suoi miliardi di cellule.

Il funzionamento e la conservazione dei dispositivi cognitivi sono strettamente correlati alla capacità dell’anziano a imparare-ad-apprendere. Ovvero, all’uso del pensiero ipotetico e metaforico, riflessivo e investigativo. Nonché alla conservazione della curiosità, dell’interesse e del desiderio “affettivo” nei confronti degli altri e dei possibili mondi vitali.

preparare pagine nuove per l libro delle avventure, anche a cent'anni

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In questa prospettiva, è proprio l’Istruzione - intesa come intreccio tra mente e emozioni, tra pensiero e affettività (domanda: la Scuola dà protagonismo a questi binomi?) - che può proporsi da antidoto vincente nei confronti dei processi di decadimento mentale (e forse anche fisico.)

Pertanto, la vecchiaia anziché intesa come periodo di inesorabile e di tragico declino si propone da stagione ineludibile di pratica controculturale. Rinforziamo il teorema. Percepire e vivere l’avventura esistenziale delle senilità come età/diversa – “nuova” rispetto alle età precedenti – significa affrontare i battiti del tempo nel loro procedere reticolare: dove si intrecciano continuità e discontinuità, permanenza e mutamento, memoria e progetto, opacità e solarità.

Significa, si è detto, consegnare alla terza età il passaporto per abitare il villaggio della Controcultura nel quale potrà vivere un’esistenza ancora molto ricca di presenze umane e di utopie progettuali.

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Cosa ne è stato scritto

  1. phenixradieux

    “Generazioni di insegnanti si sono formati sui manuali scritti dal prof. Frabboni, ma non è detto che li abbiano capiti.” <- infatti io non ho compreso nemmeno quest'articolo. Eccessivamente farcito di metafore ardite e paroloni che dimostrano solo un certo egocentrismo letterario. Come disse Umberto Eco: "non usare metafore ardite: sono come piume sulle scaglie di un serpente". Insomma, usare correttamente l'italiano non significa per forza farcire i periodi grammaticali con enfasi inutile. Considerando tra l'altro che questa non è nemmeno una pubblicazione universitaria, dove l'alto lessico sarebbe stato certamente più giustificato, avrei trovato più opportuno un lessico maggiormente piano, idoneo anche al quivis de populo. Penso che l'informazione sia tanto più utile quanto più persone riesca a raggiungere, sinceramente trovo l'atteggiamento di certi professori, che vogliono chiudersi nella loro turris eburnea, altamente sterile e poco collaborativo nei confronti delle nuove generazioni. Ma questa è solo una mia opinione da ignorante eh, chi sono io per dire che cosa i professoroni devono o non devono fare.

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