Avversari invisibili: le maledizioni

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Che cosa hanno in comune un allenatore nato nel vecchio impero austro-ungarico e un medico cresciuto sulle rive del fiume Cauca, in Colombia? Seppure divisi da un oceano di distanza, entrambi sono stati responsabili di due destini funesti. Ma non per una partita preparata male o per aver curato con imperizia un paziente. No. Fu qualcosa che uscì dalle loro bocche a trasformarli nell’origine della sventura.

Tra le tante situazioni aneddotiche che popolano la storia, le maledizioni proferite contro personaggi famosi sono tra quelle che rimangono sempre più impresse. Per esempio possiamo ricordare quella che lanciò Jacques de Molay, l’ultimo Gran Maestro dell’Ordine dei Templari contro la stirpe del re Filippo IV di Francia: “Siano tutti maledetti fino alla settima generazione” si dice che gridò prima di morire sul rogo o quella del capo pellerossa Tecumseh contro i presidenti degli Stati Uniti, che si fece realtà in occasione delle morti di Abraham Lincoln e John Kennedy.

Il mondo del calcio, ovviamente, non è estraneo a questo tipo di storie. Esistono squadre che, nonostante il loro valore, hanno trascorso lunghi periodi senza vincere nulla, dovendosi scontrare con situazioni apparentemente inspiegabili. Ciò è stato attribuito alle terribili parole con le quali, in un momento di rabbia e profondo dolore, un qualche personaggio ha segnato il loro destino. Racconteremo qui, dunque, la storia di due “squadre maledette” sulle due sponde dell’Atlantico.

Se a Lisbona piove…

Eusébio da Silva Ferreira (Lourenço Marques, 25 gennaio 1942 – Lisbona, 5 gennaio 2014)

Eusébio da Silva Ferreira (Lourenço Marques, 25 gennaio 1942 – Lisbona, 5 gennaio 2014)

Quando si cominciò a giocare la Coppa dei Campioni, alla fine degli anni ’50, la squadra che la faceva da padrona era il Real Madrid di Di Stefano, Puskas e Gento. La striscia vincente degli spagnoli si concluse nel 1961, dopo 5 vittorie consecutive, quando in finale giunsero i loro arcirivali del Barcellona e una squadra del vicino Portogallo: lo Sport Lisboa e Benfica. Il club portoghese, fondato nel 1904, era in grande crescita, aveva vinto diversi titoli nazionali e, poco prima di quella finale contro il Barcellona, aveva ingaggiato il giocatore che sarebbe diventato una della più grandi stelle del calcio portoghese: il leggendario Eusébio, soprannominato ‘la Pantera Nera’. La finale si giocò a Berna, in Svizzera, e il Benfica si laureò campione d’Europa per la prima volta nella sua storia liquidando i catalani per 3-2 senza Eusébio, che avrebbe esordito il giorno seguente.

Un anno dopo, il club portoghese raggiunse nuovamente la finale europea, che, questa volta, si disputò allo Stadio Olimpico di Amsterdam. Pur avendo di fronte, né più né meno che il Real Madrid, il Benfica riuscì a difendere il titolo vincendo 5-2 con doppietta di Eusébio. Così, nei suoi primi sette anni di vita, tra il 1955 e il 1962, il massimo trofeo europeo per club fu vinto da sole due squadre: Real Madrid e Benfica. I lisbonesi facevano parte dell’élite del calcio europeo.

L’allenatore che li aveva portati in cima all’Europa, nonché protagonista di questa storia, era un ungherese di nome Béla Guttmann. Negli anni ’50, l’Ungheria era una potenza calcistica e Guttmann aveva allenato molti dei fuoriclasse ungheresi del Magyar Honved Budapest, tra i quali Kocsis, Czibor e il già citato Puskas. L’intervento dei carri armati sovietici che mise fine alla rivoluzione ungherese del 1956, fu anche la causa della diaspora di numerosi rappresentanti dello sport di quel paese. Puskas finì al Real Madrid, Czibor e Koscis si trasferirono al Barcellona, mentre Guttmann sbarcò in Brasile, dove allenò il San Paolo e introdusse lo schema 4-2-4 che si rivelò determinante nella vittoria dei brasiliani al Mondiale del 1958.

Béla Guttmann (Budapest, 27 gennaio 1899  – Vienna, 28 agosto 1981)

Béla Guttmann (Budapest, 27 gennaio 1899 – Vienna, 28 agosto 1981)

In seguito, Guttmann si spostò in Portogallo, dove allenò inizialmente il Porto e poi il Benfica, che lo contrattò nell’estate del 1959. Il suo primo grande merito fu di essere l’artefice dell’ingaggio del summenzionato Eusébio. Racconta la leggenda, che l’allenatore ungherese lo consigliò al Benfica dopo aver sentito José Carlos Bauer (il suo successore sulla panchina del San Paolo), mentre i due erano a farsi barba e capelli dal barbiere, che tesseva le lodi di questo giocatore che aveva visto durante un tour in Mozambico (all’epoca colonia portoghese e luogo di nascita di Eusebio).

Forte di aver azzeccato l’acquisto di Eusebio e della vittoria di due titoli continentali contro due squadre spagnole, Guttmann pensò di meritarsi un aumento di stipendio. Tuttavia, i dirigenti del Benfica rifiutarono in malo modo anche solo di discutere la questione. Guttmann andò su tutte le furie. Profondamente amareggiato per il trattamento ricevuto dal club che aveva portato ai massimi trionfi continentali, l’allenatore ungherese si dimise, ma non prima di pronunciare queste parole: “Dovranno trascorrere almeno cento anni prima che il Benfica rivinca la Coppa dei Campioni”.

La dirigenza del Benfica non fece caso a queste parole, considerandole come lo sfogo rabbioso di un matto e decise di assumere un nuovo allenatore per la stagione 1962-63: il cileno Fernando Riera, che era reduce dall’aver portato la nazionale del suo paese al terzo posto nella Coppa del Mondo del 1962, disputatasi proprio in Cile. La prima stagione senza Guttmann fu positiva per i lusitani che raggiunsero la loro terza finale europea consecutiva, questa volta a Wembley: sembrava che la maledizione dell’ungherese fosse solo un’assurdità senza conseguenze.

Per sollevare il suo terzo trofeo consecutivo, il Benfica doveva batteva il Milan, che contava tra le sue fila Cesare Maldini, Gianni Rivera e Giovanni Trapattoni, tre giocatori che avrebbero lasciato il segno nella storia del calcio italiano. Nonostante il valore dei rossoneri, i favoriti erano i portoghesi che avevano vinto le ultime due edizioni della Coppa e fu, infatti, il Benfica a passare in vantaggio grazie a un gol di Eusébio. Tuttavia, nel secondo tempo, con enorme sorpresa dei più, una doppietta di José Altafini regalò al Milan la prima Coppa dei Campioni. Nelle orecchie di molti tifosi portoghesi riecheggiarono le parole di Guttmann…

Il gol di Rijkaard che regala al Milan la Coppa dei Campioni 1990

Il gol di Rijkaard che regala al Milan la Coppa dei Campioni 1990

Nel mezzo secolo che seguì quella sconfitta, il Benfica ha giocato altre quattro finali di Coppa dei Campioni (nel ’65 contro l’Inter, nel ’68 contro il Manchester United, nel 1988 contro il PSV Eindhoven e nel ’90 ancora contro il Milan) e altre due di Coppa UEFA/Europa League (nel 1983 contro l’Anderlecht e contro il Chelsea nel 2013), senza riuscire a vincerne neanche una. Il fantasma di Bela Guttmann, che morì nel 1981, si aggira ancora per lo stadio “Da Luz” del Benfica…

A Cali non c’è certo il sole…

Prima che questi eventi accadessero nel Vecchio Continente, dall’altro lato dell’Atlantico cominciava a prendere forma il campionato di calcio colombiano e molte squadre passavano dal dilettantismo al professionismo. Una di queste era l’America di Cali. Nel 1948, l’assemblea dei suoi soci decise a maggioranza che la squadra sarebbe diventata professionistica. Tuttavia “a maggioranza” non significa “all’unanimità”. Com’è naturale, alcuni erano contrari, e tra questi c’era il medico ed ex giocatore Benjamin Urrea, che era soprannominato “Garabato” (soprannome dato alle persone alte e magre, dal nome di un lungo bastone di legno usato nei lavori agricoli).

Si racconta che l’opinione di Urrea, che si opponeva alla professionalizzazione del club, fu accolta non solo con risate e disprezzo, ma anche con false accuse. Alcuni dicono anche che c’era di mezzo un debito che la squadra aveva nei confronti di Urrea e ancora non era stato saldato. Di fronte all’atteggiamento dei suoi soci, Garabato divenne furioso. La leggenda narra che, quando fu presa la decisione finale, si alzò con rabbia dal tavolo e disse: “Fatelo pure diventare professionistico, fate dell’America quello che volete, ma giuro su Dio, che non vincerà mai lo scudetto!”.

Benjamín Urrea, detto ‘Garabato’, in un'immagine di pochi anni fa.

Benjamín Urrea, detto ‘Garabato’, in un’immagine di pochi anni fa.

Lo stesso Urrea in seguito raccontò che, al termine della riunione, s’infilò in un bar malfamato dove bevve a più non posso e, in pieno delirio alcolico, inscenò un rituale che consisteva nel portarsi la bottiglia dietro la schiena, nominando uno ad uno giocatori e dirigenti facendo ricadere su di loro la maledizione. Dopo questo episodio, Garabato smise di essere un azionista, senza però smettere di essere tifoso dell’America .

Così, il club caleño cominciò a partecipare al torneo professionistico, ma le sue prime stagioni furono più di dolore che di gloria. Gli anni passavano e mentre squadre di città più piccole e con meno risorse, come il Deportes Quindio e l’Unión Magdalena vincevano scudetti e lottavano per i primi posti della classifica con le squadre più prestigiose del Paese come Millonarios e Santa Fe, i “Diavoli Rossi” (così sono conosciuti i giocatori dell’America di Cali per il colore delle loro maglie) rimanevano a bocca asciutta. Alla fine di ogni stagione, qualcuno si prendeva sempre la briga di ricordare ciò che a Cali cominciò a diventare famoso come “la Maledizione di Garabato”, a cui molti imputavano lo scarso rendimento della squadra.

Arriviamo così al 1979. Il “club rosso” era diventato professionistico da tre decenni, ma non aveva ancora vinto un campionato. La dirigenza dell’America decise di affrontare la questione una volta per tutte. Per quanto riguarda il campo meramente “umano”, la squadra comprò giocatori di indubbio valore come Juan Manuel Battaglia, Gerardo Gonzalez Aquino e Alfonso Canyon, mentre in ambito soprannaturale, fu celebrata una messa nel bel mezzo dello stadio della squadra, addirittura alla presenza di Garabato, durante la quale fu praticato una sorta di esorcismo che mettesse fine alla maledizione.

Proprio quell’anno, l’America raggiunse l’ultima fase del torneo colombiano, un girone a quattro con partite di andata e ritorno, insieme a Union Magdalena, Santa Fe e Junior. Il 19 dicembre, il club di Cali, prima di giocare l’ultima partita in casa contro l’Union Magdalena, si trovava a pari punti con il Santa Fe. Tuttavia, la differenza reti era a favore dell’America e una vittoria avrebbe quindi significato quasi certamente la conquista del primo titolo. Al triplice fischio di chiusura, l’America si era imposto per 2-0 con gol di Cannon e Victor Lugo, mentre il Santa Fe aveva battuto il Junior con il minimo scarto. Finalmente l’America era campione colombiano. La maledizione sembrava sfatata.

Gabriel Ochoa Uribe (Sopetrán, 20 novembre 1929) è l'allenatore di maggior successo nella storia del campionato di calcio colombiano.

Gabriel Ochoa Uribe (Sopetrán, 20 novembre 1929) è l’allenatore di maggior successo nella storia del calcio colombiano.

Durante gli anni ’80, l’America mise in fila un’impressionante striscia vincente, conquistando lo scudetto colombiano per cinque anni consecutivi, dal 1982 al 1986. Sembrava che la messa del 1979 avesse funzionato e la maledizione fosse stata cancellata per sempre. Ai successi contribuirono anche il suo grande allenatore Gabriel Ochoa Uribe e il denaro del narcotraffico, che imperava in quegli anni in Colombia, grazie al quale la squadra aveva comprato molti dei migliori giocatori sulla piazza.

In quell’epoca, perciò, dopo aver sfatato la maledizione dello scudetto colombiano, l’obiettivo dei “Diavoli Rossi” divenne la conquista della competizione internazionale più prestigiosa del Sud America: la Coppa Libertadores (l’equivalente sudamericano della Coppa dei Campioni). La prima opportunità giunse nel 1985, quando, dopo aver perduto una sola partita, l’America di Cali arrivò alla finale contro l’Argentinos Juniors. Sia la partita disputata a Buenos Aires sia quella giocata a Cali terminarono 1-0 per la squadra di casa, e, secondo le regole dell’epoca fu necessaria una terza partita in campo neutro.

1-1 si va ai rigori. L'Argentinos Juniors sarebbe poi stato sconfitto dalla Juventus nella finale della Coppa Intercontinentale 1985

1-1 si va ai rigori. L’Argentinos Juniors sarebbe poi stato sconfitto dalla Juventus nella finale della Coppa Intercontinentale 1985

La gara decisiva si disputò ad Asunción (Paraguay). Al termine del tempo regolamentare e dei supplementari, il punteggio era 1-1 e si andò perciò ai rigori. Quando venne il momento dell’ultimo decisivo tiro dal dischetto, il portiere dei caleñi Julio Cesar Falcioni non se la sentì di tirare e dovette sostituirlo Anthony de Avila, in tutta fretta. Il tiro fu scagliato forse troppo precipitosamente e il portiere dell’Argentinos Juniors, Enrique Vidallè, riuscì a pararlo, regalando il titolo continentale alla sua squadra.

Nel 1986, l’America raggiunse di nuovo la finale, questa volta contro gli argentini del River Plate. La squadra argentina si dimostrò decisamente superiore, con una grande prestazione di Bufalo de San Luis Juan Gilberto Funes, che segnò sia a Cali, sia a Buenos Aires, i due gol che con i quali il River vinse la Libertadores. Nonostante le due finali perse in due anni, i rossi non avevano perso la speranza e si prepararono per l’edizione del 1987.

Ancora una volta, l’America disputò un’ottima Libertadores, dimostrando di essere una grande squadra e per la terza volta conquistò il diritto a giocare la finale. Questa volta gli avversari erano gli uruguagi del Peñarol. Un 2-0 a Cali con gol di Battaglia e Cabañas, alimentò le speranze dei caleñi, ma la gara di ritorno a Montevideo terminò 2-1 per la squadra di casa. A quell’epoca, non valeva la regola di sommare i gol delle due partite e fu perciò necessario, ancora una volta, giocare una terza partita decisiva, stavolta all’Estadio Nacional di Santiago del Cile.

Il Peñarol segna all'ultimo secondo, l'América di Cali piange ancora: la maledizione di Garabato continua...

Il Peñarol segna all’ultimo secondo, l’América di Cali piange ancora: la maledizione di Garabato continua…

I novanta minuti si conclusero a reti inviolate, e si andò ai supplementari. Le regole stabilivano che, se anche dopo i supplementari, il risultato non si fosse sbloccato, allora sì, si sarebbero sommati i gol segnati nelle tre gare, e ciò significava che, in questo caso, la Coppa sarebbe stata vinta dall’America. Tuttavia, quando mancavano solo 10 secondi al fischio finale, Diego Aguirre entrò nell’area dell’America e dalla fascia sinistra lasciò partire un tiro che s’insaccò in rete. Anche questa volta, la terza consecutiva, l’America perdeva la finale della Libertadores, e a tutti fu chiara una cosa: la maledizione di Garabato non era scomparsa, era solo cambiata…

Trascorsero nove anni prima che l’America arrivasse di nuovo alla finale della Libertadores: accadde nel 1996 e gli avversari erano ancora gli argentini del River. I tifosi caleñi erano convinti che, dopo tanto tempo, era assurdo pensare ancora a quella stupida maledizione. Dopo un 1-0 a Cali, grazie ad un gol di ‘Pipa’ de Avila, la squadra si presentò fiduciosa al Monumental di Buenos Aires. Tuttavia, un gol di Hernan Crespo pareggiò i conti. Mancava ancora tempo per riportare le sorti della sfida a favore dei colombiani. Fu allora che accadde l’impensabile.

Ancora non ci si riesce a spiegare cosa tradì il portiere Óscar Córdoba, quando, nel suo tentativo di ribattere il pallone di fronte ad un’avanzata di Ariel Ortega, effettuò un debole rinvio di soli pochi metri, mettendo il pallone sui piedi di Marcelo Escudero. Il centrocampista argentino non perse tempo e mise la palla sulla testa di Crespo, che dovette solo incornare in rete a porta vuota, rifilando un colpo terribile al morale dell’America, chiudendo, di fatto, la partita e consegnando alla storia i “Diavoli Rossi”, come la squadra che detiene il poco invidiabile record, tuttora imbattuto, di aver disputato quattro finali della Libertadores senza vincerne nessuna. Quando fu sepolto nel 2008, sicuramente Garabazo doveva aver un sorriso beffardo sul volto.

[Traduzione dallo spagnolo di Gian Pietro Miscione]

[La versione originale di questo articolo è apparsa sulla rivista colombiana ‘El Escorpion’]

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