Un giorno nella vita. 13 marzo 2014

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“A day in the life”, cioè “Un giorno nella vita”, è la traccia conclusiva del disco Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band dei Beatles. Per me il pezzo migliore di quello che, forse, è l’album migliore dei Fab Four, forse il mio preferito dell’intera produzione dei quattro di Liverpool. La parte musicale è unica, con il supporto di un’orchestra che produce un vortice di suoni che non finisce mai di spiazzarti, ma è il testo ad essere un capolavoro. Si alterna la quotidianità al sorprendente, cosa che ciascuno di noi non percepisce nella propria vita. Eppure un giorno qualsiasi può contenere tutto e il contrario di tutto.
Anche se non ce ne rendiamo conto: alzarsi, pettinarsi, bersi un caffè, accorgersi di essere in ritardo, correre per non perdere l’autobus, precipitare in un sogno, leggere le notizie sul giornale, con qualcuno che muore nella sua auto ferma al semaforo mentre la gente guarda stupita, e a qualcuno scappa una risata.
In effetti anche io mi alzo trafelata, masticata e sputata via da un sogno che non ricordo, penso di essere in ritardo, organizzo la giornata della famiglia e scappo al lavoro, con un senso di pesantezza e presagio nel cuore. Poi arriva il mezzogiorno e scopro dalla mia piccola scrivania di novello Davide cosa significhi affrontare Golia. E nemmeno una fionda in mio aiuto.

Quando parli con un call center, tutto è possibile.

Quando parli con un call center, tutto è possibile.

Io contro GE Capital

Per chi non lo sapesse, GE Capital è la sezione finanziaria di General Electric, GE, appunto una delle principali aziende del pianeta. Secondo Interbrand, la sesta al mondo (per riconoscibilità del marchio, perché realizza il proprio fatturato in più di 3 continenti, per trasparenza della gestione finanziaria ed economica, per i conti a posto: +7% rispetto all’anno precedente). Davanti a GE solo Apple, Google, Coca Cola, IBM, Microsoft, le prime due new entry nella top ten, ma le altre tre con semplici +2% o +3%. Insomma un colosso.

Un duello interminabile. Sempre nel caso qualcuno non lo sapesse – anche se l’ignoranza della legge non è ammessa – ricordo che in Italia ogni transazione economica deve essere certificata da uno scontrino, una ricevuta e, fra società dotate di partita IVA, da fatture. Ergo: tu mi vendi beni o eroghi servizi, io ti pago a fronte di una fattura. Per le transazioni che avvengono sul web ricevere una fattura sembra un’impresa titanica. La macchinosità delle procedure messe a punto per far ottenere un documento a chi lo richiede, che in realtà deve essere rilasciato per legge, fa pensare che, per questi colossi, l’invio della fattura sia affare tuo, non loro.

Con GE Capital ottenere (scaricare) una fattura già pagata sembra impossibile. Si riceve una mail, che può finire nel cestino come spam, in cui ti si dice: “Se desideri la fattura, puoi scaricarla dal tuo account. Occorre accreditarsi nel sito, entrare nel proprio account, e salvare e stampare la fattura”. A parte che mi pare ovvio non tanto il desiderare di avere una fattura, ma il volerla concretamente visto che è già stata pagata in banca. Ma da qui a riuscire a scaricarla … il passo non è affatto breve. Il computer sembra rifiutare ogni mia procedura: la mia e-mail identificativa e la pass non funzionano. Decido di cambiare password – so che è corretta, ma fingo di averle scordata, mi riaccredito, fingo di volerla modificare, ma non lo cambio. Oramai la sappiamo tutti a memoria. Finalmente entro nel mio account e sorpresa: per scaricare la fattura, mi occorrono 3 codici. Dove li trovo? Ma sulla fattura stessa che non si riesce a scaricare. (Geniale come se mi dicessero che la pass per aprire la cassaforte è stata messa al sicuro proprio dentro la cassaforte stessa).

A questo punto non mi resta che chiedere a qualche essere umano. Telefono al servizio clienti GE Capital e risponde una gentile operatrice a 0,19 cent al minuto. Controlla: in effetti le risulta che tutto è corretto. Non se lo sa spiegare. “Si segni questi codici, e aspetti il terzo via mail”.
Bene, appena ricevo la mail, riparto: mail e pass, ok. Step successivo codice 1, ok; codice 2, ok; codice operativo ricevuto via mail: copio e incollo. Codice Errato. Ricomincio, ma questa volta al terzo step non copio e incollo, ma digito ex-novo. Codice Errato.

Richiamo, risponde un nuovo operatore, uomo. Ricapitolo tutto, passo per passo.
“Impossibile”.
“No, le dico che è possibile, infatti a me è successo”.
Controlla, in effetti risulta che la mia società corrisponde a quella mail e i codici ad una fattura per la mia società.
“Faccia tutto quello che le dico” – lo ascolto e seguo pedissequamente – “Provi a digitare i codici senza copiare e incollare.”
No, non funziona. “Allora copi e incolli” mi dice, ma non funziona nemmeno questa volta.
Sono passati 50 minuti dal mio primo tentativo. Sono sudata e provata.
A questo punto la sfida va chiusa. L’operatore mi dice: “Provi a cancellare cookie e cronologia”.
“Lo faccio, ma lei non metta giù, che, se mi andasse male e dovessi ricominciare da capo con un altro operatore, avrei perso un’ora di lavoro inutilmente”.
Procedo, cancello, spengo, riaccendo. Niente. Sono sull’orlo di una crisi di nervi. Chiedo: “Senta, dato che riesce ad entrare nel mio account, non mi può inviare la fattura via mail?” – risponde – “Sì, ma l’invio diretto di fatture costa 16,50 euro”.
Esplodo. Non credo nemmeno sia legale farsi pagare una fattura.
L’ultima chance. “Ritento, stia lì ma non fiati, se è dentro il mio account esca, magari non riesco ad entrare perché andiamo in conflitto”. Mi dice che era già uscito da un po’.
Riprovo. E, senza un apparente motivo, ci riesco, metto i codici e accedo al mio account, mi faccio guidare dentro alla sezione fatture. La vedo. Non mollo, non metto giù, la apro, la salvo, la stampo.
“Lo sa che ho fatto prima a partorire? Ho fatto anche meno fatica e ho avuto maggior soddisfazione”. In effetti ho sudato sette camicie e sono spossata: sono passati 1 ora e 32 minuti. Lui ride, io svengo.
Vorrei chiamare un avvocato, perché tutto questa macchinosità e la richiesta di 16,50 euro per ricevere una fattura – già pagata – che mi spetta per legge, mi sembrano degni di una causa. Ma perdo di vista la realtà.

Poi mi riprendo. E mi ritrovo a casa, anche se non so bene come ci sono arrivata. Sana, salva e inappetente. Senza parole, senza prole, ma con marito. Lo seguo nel suo pomeriggio di ricerca. Deve trovare una cuccia da viaggio per il cane di sua madre, un Golden Retriever, una comoda soluzione che da un lato lo contenga senza dispersione di pelo e dall’altro possa essere contenuta nel baule della nostra auto, quella che uso io abitualmente e mio marito, se prende con sé il cane.
Per consolarmi e restituirmi la parola mi promette che andremo anche a far aggiustare l’autoradio: c’è un cd, masterizzato da un un’amica, che non si riesce a far uscire dal oltre sei mesi. Anzi, cominciamo subito con l’andare a risolvere il mio problema.

Lo sponsorao della nostra trasmissao.

Lo sponsorao della nostra trasmissao.

Il meraviglioso mondo del genio elettrotecnico

Mi porta in un capannone, in una zona artigianale desolata fra la periferia, la campagna e l’autostrada, in mezzo ad altri capannoni nuovi, ma vuoti. Lì mi presenta un vero personaggio, genio dell’elettrotecnica, un ragazzo ingegnoso, capace, per niente spocchioso, allegro e brizzolato che realizza sistemi elettrici ed elettronici per automezzi, monta autoradio, sistemi satellitari, telecamere, schermi, antenne, su camper, camion e auto. Ma realizza anche droni, un po’ per passione un po’ per scopi anche commerciali. Sulla scaffalatura alla parete dell’officina in cui vengono sistemati i camper, ne vedo subito uno su cui è montata una testa maschile di polistirolo bianco, quel genere di oggetto su cui si ripongono le parrucche.
Le persone che circolano dentro e fuori dal capannone sono esempi di varia umanità. Ognuno chiama l’abile tecnico per motivi diversi: camperisti attempati per la parabolica o il sistema idraulico che non si attiva; giovani fan dei droni o degli impianti radio che pompano di brutto e vorrebbero fare ascoltare al grande tecnico quanto si senta bene Fabri Fibra o chiedere se si può usare un drone con cinepresa ad una festa per fare un video; la madre ultra-sessantenne magrissima, nella sua tuta da ginnastica nera, segue la contabilità e chiede il numero di telefono ad ogni cliente. Per finire c’è quello che io definirei “quell’altro”, qualcuno che lavora lì, lavora in silenzio chiudendosi dentro le auto, che non ride, non parla, lancia oggetti stizzito. Potrebbe essere un fratello maggiore, un socio, un dipendente. Forse è altrettanto in gamba del super-tecnico. Certo non dimostra la stessa allegria e la stessa umiltà. Mentre l’autoradio nella nostra auto viene smontata, dal nulla ad un certo punto parte la strofa di Cacao Meravigliao:
“Sao come si fao la marmellata
con frutta zuccherata
e un po’ di liquorao
e sao come si fao la cioccolata
con una mescolata
di zucchero e cacao …”

“Non sentivo questa canzone da più di 20 anni … ” esclamo. Immagino sia trasmessa da qualche radio locale con programmazione anni ’80. “Quell’altro” invece lancia uno smartphone sul sedile posteriore della nostra auto: “Vuoi rispondere?” – grida al mitico elettrotecnico che però guarda il numero, decide di non prendere la chiamata e la sua suoneria continua fino al ritornello.

” … lo sao o non lo sao
ci fa impazzao
sto cacao meravigliao
cacao cacao cacao
lo sponsorao
della nostra trasmissao”.

La suoneria non ha ancora terminato il ritornello che lui ha già finito la parte del lavoro che gli compete, per ora. “Tieni la radio”, mi dice “portala da mia mamma e scambiatevi i numeri di telefono”.
Entro e nell’ufficio materno ci trovo un’ulteriore parte di mondo: radio e attrezzature di ogni genere, schermi, casse acustiche, alcuni di questi articoli ancora in vecchie scatole sbiadite, altri liberi con pezzi di scotch di carta sopra riportante il nome del proprietario, altri ancora in scatole nuovissime; poi ci sono documenti e fogli sparsi, e grossi raccoglitori pieni, droni e parti di essi, aggeggi meccanici e fili elettrici, e, in cima ai ripiani, lambiscono il soffitto una serie di piumoni e trapunte ancora sigillati nelle confezioni originali, trasparenti ma ingiallite, che lasciano vedere stampe e fantasie che anche nei mercatini più nascosti non si vedono dai tempi di Cacao Meravigliao, cioè il 1987, appunto.

Tutte queste cose inaspettate, confuse ma reali, mi mettono il buon umore: un posto pieno di oggetti veri, con la polvere vera, robe solide, che puoi prendere e toccare, persone vere, con cacciaviti veri che montano e smontano parti vere di automezzi veri. E alla fine tutto funziona e le persone fanno la fila e se ne ripartono più contente. Certo solo la mamma sarà in grado di ritrovare l’autoradio che le lascio in questa confusione. Ma guardare le trapunte che incombono dall’alto mi rassicura. Esistono, basta allungare una mano per toccarle. Certo non saprei chi mai al mondo potrebbe decidere di acquistarle qui, o solo desiderare di prenderle e non vedo alcun nesso con il resto delle merci e dei servizi. Però mi fa tutto ridere.

Ora c’è un buco al posto dell’autoradio, ma è temporaneo, quindi va bene. Ci spostiamo verso la parte opposta della città, in una zona altrettanto inquietante, ma meno, secondo me, di un’area commerciale fra la periferia, la campagna e il porto canale. Dobbiamo trovare cucce da viaggio per cani di taglia medio-grossa, valutarne costi e misure.

Nel pianeta dell’Arca di Noè

Il magazzino di articoli per animali è un franchising pieno di oggetti per la maggior parte giudicati inutili, da chi, come noi, pensa che un cane o un gatto debbano essere trattati per quello che sono, cioè animali. Certo domestici, naturalmente da tenere con affetto e rispetto, ma comunque animali, dotati di una propria natura che va rispettata, non umanizzata. Non so spiegarmi a che servano abiti colorati per cani e gatti o giocattoli “educativi” per esseri naturalmente meravigliosi, a cui però basta la propria pelliccia per uscire, ma anche per stare in casa. E forse l’idea di gioco che può avere un cucciolo è molto lontana da questi “cosi” di gomma colorata, detti educativi.
Per le cucce da viaggio la scelta non è molta. Chiediamo a una delle tre ragazze che lavorano in questo posto. Una di loro ci accompagna in un angolo, vicino alla cassa dove ci mostra quello che potrebbe fare al caso nostro.
Anche se il cane non è con noi, i formati adatti per lui, ad occhio e croce sono proprio pochi. Una misura unica per due soli tipi di cuccia. Ora si tratta di vedere se almeno una delle due entra nel baule della macchina. Il marito va a prendere la vettura, la parcheggia davanti alla porta e apre il baule. La ragazza mi dice che posso portare fuori quella che sembra più maneggevole.

Grazia Verasani allo Zingarò di Faenza

Grazia Versani allo Zingarò di Faenza, il 31 marzo alle 21,30. Marinda c’è.

Grazia Verasani

Mentre ho le mani impegnate, suona il mio cellulare: è la mia amica Angela. Sempre una gioia sentirla; il fatto che la conversazione avvenga in situazioni improbabili non ci ha mai fermato. Nel momento giusto, magari il sabato o la domenica, mentre nessuna delle due è al lavoro, poi, possiamo parlare al telefono per un numero di minuti superiore ai 92 impiegati questa mattina per scaricare la fattura. Le spiego che sto tentando di mettere una cuccia smontabile per il  cane nel mio baule, con l’aiuto di mio marito. Ride, mi dice che sarà breve e mi anticipa un messaggio che troverò fra le e-mail: la sua amica scrittrice Grazia Verasani, che anche io conosco ed ho intervistato per per L’undici (http://www.lundici.it/2011/12/grazia-verasani-e-massimo-vitali-la-donna-il-cavaliere-gli-amori-le-armi) presenterà il suo libro “Accordi minori” a Faenza, allo Zingarò, il 31 marzo alle 21,30, con il musicista Bruno Orioli. “Chiedeva se potevo darle una mano, ma io ho declinato l’invito ed avremmo pensato a te come moderatrice. Ti andrebbe?”
Se mi piacerebbe? Tantissimo, proprio tanto. Grazia scrive in una maniera che mi piace molto, è una voce femminile nelle mie corde, e questa è l’occasione di vederla nuovamente e contribuire alla promozione del suo libro che parla di talento, personaggi autodistruttivi, musica, parole, malinconia. “Accordi minori” mi è piaciuto e mi ha colpito. Sono lusingata, felice e gratificata, anche solo del pensiero. In un attimo ci siamo già rese operative per quella serata. Ma prima devo finire la mia missione nel “Pianeta dell’Arca di Noè”.
“Ciao Angela, ti devo proprio salutare, che non riusciamo a mettere questa specie di trasportino over-size da nessuna parte, qui nessuna cuccia entra nel baule… Ciao, ciao, grazie, a presto”.
Tutto sommato, meglio così. In effetti sono così poco coi piedi per terra che né io né mio marito avevamo considerato il prezzo. Decisamente carissime. Queste cucce sono troppo costose per noi. Anche se fosse stato possibile inserirle nella nostra auto, non le avremmo comprate comunque.
Ringraziamo le ragazze sorridenti pronte a vendere una lettiera x gatti fucsia alla signora appena entrata e saliamo in auto. Ora posso spiegare a mio marito in dettaglio la storia della presentazione serale a Faenza, dei lavori precedenti di Grazia (dal suo “Quo vadis, baby?” Gabriele Salvatores ha tratto il film omonimo e Sky un serial Tv) e come si son conosciute con Angela. La giornata sta scivolando via nel modo migliore.

Canolicchi

E per festeggiare la svolta avvenuta nel pomeriggio, decidiamo ci acquistare pesce fresco e buon vino per una fantastica cenetta. Cosa c’è di gustoso, semplice e veloce da preparare? Linguine e veraci a go go. E dato che é la giornata dell’inatteso, perché non comprare anche i cannolicchi freschissimi? Consapevoli di non averli mai cucinati prima, siam pronti alle sorprese. Il maritino si prende l’incarico di pulirli e io di farli al forno con tutti i crismi: pane grattugiato, aglio, prezzemolo, olio e vino bianco. Scegliamo pane pugliese, ce lo facciamo affettare, e cerchiamo un bianco fermo che ci metta d’accordo, cosa non sempre facile quando si parla di vino. Alla cassa non c’è fila. Solo congiunture positive. A casa la cena viene preparata senza difficoltà, si apparecchia e in breve ci si gode il cibo. Accompagniamo ogni piatto con un’ottima Ribolla ghiacciata. Mentre le figlie si limitano a godersi il pesce.

Kit temporale

Kit Temporale. Tutto è relativo, tranne l’infinito.

Kit Temporale

E mentre accendo il computer a fine giornata per leggere il messaggio di Grazia Verasani, sono fisicamente esaurita ma mi sento bene e alzo gli occhi. Incontro con lo sguardo quello che è stato battezzato il Kit Temporale, cioè il Calendario ispirato ai “frattali”. Si tratta del progetto realizzato da Matitegiovanotte.Ra, lo studio di comunicazione e grafica in cui lavoro.

“Un’immagine frattale è un’immagine semplice e complessa, é una figura la cui forma si ripete all’INFINITO su scale diverse. Per questo si avvicina all’idea di tempo, di natura e di creatività; é un sistema in grado di realizzare l’ordine dal caos.”

Guardo il mese di marzo. Oggi è il 13, giorno che abbiamo considerato graficamente il cuore del mese stesso. La frase che abbiamo scelto per questa parte dell’anno è:
“Tutto è relativo, tranne l’infinito.”
Mi piace il concetto di relativo e mi piace l’idea di infinito.
Questa è una frase in cui mi specchio, in questa giornata in cui quanto ho udito, visto e incontrato mi ha così colpito.
Oggi è solo un giorno nella vita, uno qualsiasi, nella vita infinita, composta di esperienze della mia piccola reale e vera porzione di umanità.

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