Tutta colpa del Grande Fratello?

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Se glielo avessero detto, a George Orwell, cosa ne sarebbe stato del suo Grande Fratello (termine in se cazzuto e originale, ammettiamolo), penso che un annetto di terapia in cura da un plurilaureato di Stanford non gliel’avrebbe tolto nessuno.

George Orwell, autore del romanzo '1984' in una copertina del "Time" del novembre 1983

George Orwell, autore del romanzo ’1984′ in una copertina del “Time” del novembre 1983

Dal 1948 (anno in cui fu scritto il romanzo) al 2014 questo termine ne ha fatta di strada, e tutta inesorabilmente in discesa. Da sinonimo di “romanzo nato sulla robusta base di un’idea originale e mirata ad aprire una breccia nella riflessione del lettore sulla deriva degli autoritarismi “ a sinonimo di deriva e basta.

Fermi tutti, premessa di rito. Nella distinzione fra chi lo guarda e chi si astiene con ribrezzo, io mi colloco nel mezzo: una terza categoria che accoglie tutti quelli che, stuzzicati dall’idea di vedere un branco di scimmie inseguire un obiettivo ridicolo in nome di un’ambizione inesistente attraverso lo scorrere di giornate al limite del paranormale, non resistono e vivono il lunedì sera come un’occasione per: ridere, ma ridere proprio di gusto, ridere di una risata sonora e grassa, tipo quella che ti prende quando il presuntuoso di turno prende un abbaglio e, nel tentativo goffo di rimediare con spocchia, perpetra solo nella sua lenta autodistruzione; riflettere su quanto sono fortunato a vivere in un mondo in cui, esemplari come i fratelli papillon o la borgatara dal trucco marcato, me li ritrovo in tv – a distanza di sicurezza e con un paio di satelliti che fanno da filtro -,  e non a casa, in ufficio o fra gli amici; pensare anche, però, a come sia facile creare il nemico debole su cui scaricare la responsabilità per tutti i mali di questo mondo.

Si, siamo onesti. Svestiamoci per un attimo degli abiti del moralizzatore barzotto, del Renzi dalla scintillante armatura di ‘sta cippa, e proviamo a ragionare sul fatto che alcuni dei problemi attuali che affliggono la società hanno origini ben più radicate e lontane rispetto a quel 1999 in cui la timida voce da zanzara di Daria Bignardi entrò nelle nostre case. E per fortuna.

Se arrivassimo ad ammettere che basta un programma televisivo per scagliare un anatema sulla nostra società, sui suoi costumi e sulle sue tendenze, allora dovremmo autoproclamarci burattini senza spina dorsale che, come scadenti spugne in svendita al discount, assorbono ogni tipo di cellula degenerativa fuoriesca dal tubo catodico; una sorta di zombie senza storia, valori o facoltà di decidere, solo vestiti meglio e col tablet da 500 € in borsa. Io, almeno, non ci sto.

image-3Non voglio riscoprirmi tanto ingenuo, facilmente manipolabile e influenzabile perché ho troppo rispetto e considerazione di me stesso e di voi (o almeno di parte di voi, mica stiamo qui a fare beneficenza con gli elogi). Il problema della 13enne che sceglie di vendere il suo corpo piuttosto che la vecchia maglietta rosso porpora per ricaricarsi il cellulare, non nasce col confessionale o con Veronica la coatta che si bacia 12 concorrenti su 7.

C’è di più. C’è tutto un substrato complesso, fatto di bugie a se stessi e agli altri, insicurezze croniche, famiglie assenti, difficoltà comunicative, voglia di diventare famosi perché a riflettori spenti la vita poi toccherebbe iniziare a viverla davvero. C’è tutto questo e molto, molto di più. La piaga del volere tutto e subito, dei pregiudizi fra Nord e Sud, dell’omofobia ostentata e indefessa, del preferire la spazzola arriccia tutto ultimo modello ad una penna con cui buttare giù due righe di italiano a giorni alterni, dell’affiancarsi al buon partito “perchè alla pizza preferisco il caviale, anche se non so bene neanche cosa sia o come si pronunci”, del sentirsi completi solo con una fan page in cui sconosciuti litigano con altri sconosciuti per idolatrare la loro sconosciuta preferita, del non saper più riconoscere il confine fra pubblico e privato finendo spesso per infilarsi in guai seri in cui ricatti chiameranno altri ricatti fino a soffocare … ecco, tutto questo, tanto per fare un esempio, esiste da prima, a prescindere, e indipendentemente dall’ ennesimo programma trash che – per inciso – la pretesa di essere il nuovo “Superquark” 2.0 non l’ha mai palesata.

image-4Se ne facciamo un asettico discorso sulla qualità del prodotto, un’analisi tecnica che va dalla regia alla scelta più o meno azzeccata delle location, un confronto con altri progetti televisivi, il discorso sta in piedi. L’offerta televisiva è smorta, si sostanzia solo in A, B, C, allora io mi lancio direttamente sul cinema per evitare di lanciarmi dalla finestra causa noia. Tutti d’accordo. Pace.  Però, se vogliamo sconfinare nel dramma, nella valutazione sociologico/culturale (per cui almeno io non penso di avere alcun tipo di strumento o competenza), allora vi invito a fare insieme un bel sospiro e a riflettere su un dato semplice ma fondamentale: per fare un passo verso il miglioramento di questa società alla deriva (dove c’è tanto di buono ma tanto altro su cui lavorare), basterebbe davvero boicottare un prodotto televisivo che non ci piace, che non si distingue per spessore e qualità, o magari le radici marce di certi ingranaggi usurati andrebbero estirpate impegnandosi meglio e su più nobili fronti? Detto ciò, un saluto ai vostri telecomandi super chic e che le minigonne della Marcuzzi sempre siano lodate.

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