Lost in translation

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Nel 1965, Italo Calvino scrisse un celeberrimo articolo in cui denunciava una certa tendenza della lingua. Una tendenza almeno centenaria, nata, secondo le stime dello scrittore, a metà dell’Ottocento. Nell’articolo, pubblicato da “Il Giorno”, Calvino compiva una breve disamina citando uno spaccato di vita tanto banale quanto geniale. Un vero e proprio apologo del burocratese in cui si fronteggiano un brigadiere e un interrogato – per inciso, la Treccani stabilisce che la parola “burocratese” è nata nel 1979. Il fulcro principale dell’analisi calviniana si incardina in questo concetto: “Caratteristica principale dell’antilingua è quello che definirei il terrore semantico… Nell’antilingua i significati sono costantemente allontanati, relegati in fondo a una prospettiva di vocaboli che di per se stessi non vogliono dire niente o vogliono dire qualcosa di vago o sfuggente”.

L’antilingua burocratese fa sì che un brigadiere che ascolta le parole di un interrogato – semplici, inequivocabili, empatiche, dirette – le restituisca al pubblico (nel suo caso, in un verbale) farraginose, eufemistiche, mediate e costruite.

Ecco che ogni espressione, senza contare la perdita di espressività, prossemica ecc. di chi ha parlato, viene smantellata a favore di un’altra espressione utile ad un linguaggio interno, un patto tra pochi (qualunque collega del brigadiere avrebbe capito il verbale) fuori dalla lingua, o, per citare Francis Ponge, estranea al linguaggio delle cose.

Lost in translationLe cose, in questa antilingua burocratese, sono perdute. La sostanza di esse è nascosta, vilipesa, ridotta ad orpello. La forma dell’antilingua annulla il messaggio che diviene criptico e lunare, tuttavia chiarissimo al magistero tecnico di una esigua comunità. La comunicazione col mondo viene abolita. Per sempre.

Così abbiamo biologi che parlano a biologi, brigadieri che parlano a brigadieri, avvocati verso altri avvocati, così gli ingegneri, allo stesso modo i cooperanti di qualche onlus nei confronti dei loro simili.

Poco male, si dirà. Un biologo deve conoscere gli elementi che servono alla sua ricerca, parlerà più chiaro solo nel caso dovesse officiare un convegno di divulgazione generale (ma ci riuscirà, essendo abituato ad un certo tipo di linguaggio?). Così varrà per gli avvocati, gli ingegneri ecc.

Posto che in un mondo ideale, democratico e libero, tutti dovrebbero capire tutti, il problema diviene impellente quando a parlare con la loro antilingua sono i politici e i media. In questo caso, sinonimici.

L’antilingua, e il suo terrore semantico, serve al potere di politici e media per non discorrere della sostanza delle cose. Alcune volte è un processo voluto, progettato, dolosamente messo in atto per la conservazione del potere. Vale per qualunque regime, che sia democratico, fintamente democratico, o dichiaratamente massimalista (se non dittatoriale).

Altre volte, nei casi peggiori, l’antilingua è talmente radicata nella società in cui si vive che l’essere umano è convinto di dover parlare come coloro che vede o sente parlare.

In Italia, oltre che in politica e nei media, il peso soffocante dell’antilingua si sconta nello sport nazionale: il calcio. Espressioni come “aggredire gli spazi”, “verticalizzare”, “disimpegno”, sono ormai patrimonio nazionale dell’antilingua del calcio. Tuttavia, esiste una corposa casistica di fenomeni antilinguistici per qualsiasi sport, proprio perché l’antilingua è veicolata dai media. Che la usano per sancire e irrobustire la loro credibilità. Una credibilità solo percepita da chi ascolta, ma mai veramente compresa fino in fondo – sarà capitato a tutti di sentire da qualcuno che quel determinato personaggio televisivo è bravo senza che se ne spieghino i reali meriti.

L’antilingua burocratese della politica, allo stesso modo, è somministrata dai media, risuona nelle situazioni domestiche, nei luoghi di lavoro, diviene cemento culturale di ogni nazione. E acquista ancor più autorevolezza per il modo in cui sono impostate le democrazie rappresentative – se quel politico che ho votato parla così, un motivo vi sarà.

Senza dimenticare che c’è stato un tempo, almeno un paio di anni fa, in cui il mito della tecnica in politica aveva fatto convergere l’antilingua burocratese e i burocrati della tecnocrazia in un allaccio senza soluzione di continuità. Tanto che nella vita di tutti i giorni si sentiva discorrere di deficit, PIL e spread con la stessa spontaneità con cui la nonna insegnava ai nipoti la bontà del miele.

Di seguito, abbiamo provato a enumerare alcune espressioni (undici, per dovere di testata) che da anni sentiamo utilizzare dailosttra 4 media, e che, giocoforza, abbiamo preso ad utilizzare quando discorriamo di politica.

1.Trovare la quadra

Per significare il cristallino e semplice “risolvere un problema”. Espressione mutuata dalla geometria classica, si applica con una certa disinvoltura ogni qual volta vi è una crisi di carattere decisionale. Quando si delibera, allora, vuol dire che si è trovata la quadra. Inoltre il termine quadra non esiste in italiano nazionale, esiste quadrato, quadrare, ma non quadra.

2.Non è un pericoloso comunista

È un eufemismo per dare forza e credibilità a quel che si dice. Si utilizza questa perifrasi, quando si inserisce, in un ragionamento, un concetto vagamente eccentrico (o di carattere legalitario ed etico) rispetto al pensiero unico. Espressione che sottende un fanatismo razzistico nei confronti di chi è stato o è comunista; è abusata da chi cerca di proteggersi al cospetto di probabili accuse di estremismo ideologico che gli verranno mosse. Come se tutti i comunisti della Terra fossero stati irragionevoli. Ora sappiamo che nel Paese di Sacharov potrebbe essere giusto, ma in Italia l’assunto è falso avendo contezza di numerosi comunisti che, col loro esempio, hanno portato un valore aggiunto al sistema Italia.

3.Cambiamento

Sostantivo utilizzato da qualunque forza politica per promettere una diversità di visione o alcune misure straordinarie che verranno prese. La ripetitività ha comportato un impoverimento di questo nobile anelito, assimilabile ad una presa di coscienza rivoluzionaria, rendendolo nullo e svuotandolo di significato. Ormai chi pronuncia la parola cambiamento ha già perso la sua credibilità.

4.Alimentare le polemiche

Pericolosamente vicina al sogno del Potere che assassina il dissenso. Chi alimenta le polemiche è di per sé polemico, quindi è di per sé poco credibile anche laddove esprima concetti interessanti e ragionevoli. In epoca di larghe intese, e emergenze quotidiane costruite strumentalmente, alimentare polemiche significa condannare il Paese all’immobilismo. L’espressione ha in sé una matrice di cripto-fascismo.

5.Contraddittorio

Simile ad “alimentare le polemiche”. Nella logica della gretta par condicio, deve esserci spazio per tutti. Paradossalmente ad un concetto intelligente se ne deve contrapporre uno idiota.
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6.Quote rosa

Espressione diventata legge (la legge Golfo-Mosca regola la presenza delle donne negli organi sociali delle aziende quotate e pubbliche). Scaturita dalla corrente culturale femminista, ha trasformato la sacrosanta battaglia dell’uguaglianza delle donne in slogan e realtà che producono l’effetto contrario di egalitarismo di genere che appiattisce la qualità delle risorse umane. Se una donna è stupida deve comunque “esserci” per legge. Tuttavia, fino ad ora, se un uomo era stupido era presente per via della legge del più forte. Forse si è raggiunta, con le quote rosa, la tutela della stupidità per ambo i sessi.

7.Logica bipartisan

Anch’esso eufemismo puro per nascondere, sovente, gli accordi più o meno segreti di due o più fazioni politiche. Le decisioni che mettono d’accordo tutti sono bipartisan. Ergo, nella logica dell’antilingua, sono giuste.

8.Garantismo

Termine utilizzato ad hoc contro i processi giudiziari o le valutazioni etiche e morali che investono la politica. Spesso richiamato a sproposito, in barba ai meccanismi tecnici o alle percezioni del senso comune che riguardano tutti i cittadini che non siano politici, evidenzia con forza l’appartenenza ad una razza padrona che, quasi ingenuamente, si giudica non giudicabile. Autodichia ad libitum.

9.Tasche degli italiani

Espressione populistica che gioca sulla paura delle tasse che tutti i cittadini, soprattutto in epoche di crisi economiche, temono di dover pagare.

10.Anarco insurrezionalisti

È la panacea di tutti i mali. Il potere costituito ha spesso utilizzato questa espressione per scaricare la colpa di attentati o stragi verso un’entità che nell’immaginario collettivo è rappresentata come una cellula eversiva che irrazionalmente attacca le Istituzioni. Il male non è vestito mai con giacca e cravatta.

11.Crisi istituzionale

In un Paese come l’Italia, dove le Istituzioni sono fragili e/o assenti, lo spauracchio della crisi istituzionale è brandito come vessillo contro le spinte di un pensiero diverso da quello imposto dai maggiori organi politici, eletti e d’informazione. La quiete sopra, sotto e al di là della tempesta.

 

 

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Chi lo ha scritto

Jeremy Bentham

Jeremy Bentham (pseudonimo di Bernardo Bassoli), 33 anni, nato a Roma il 5-12-1980, vive la sua infanzia e e la sua adolescenza nella vicina Latina, terra di paludi e di gomorre. Si laurea discutendo una tesi di semiotica sul semiologo Christian Metz (suicidatosi per aver studiato troppo) e da lì comprende quanto la sua mente sia contorta. Fino ad ora le città nelle quali ha vissuto sono cinque: Latina, Roma, Londra, Milano e Berlino. Al momento lavora come traduttore di testi; il suo sogno è di vivere a New York o a Boston, solo perché lì ci sono i Celtics, oppure in Giamaica oppure, ancora, nell’Africa Nera ("ma non sono Veltroni!").

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