Le squadre che hanno fatto i mondiali. Argentina 1990

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“Il calcio è un gioco semplice: 22 uomini rincorrono un pallone per 90 minuti e, alla fine, vincono i tedeschi”

Gary Lineker

Maestro, anche lei non è che si sia sprecato, eh?

Maestro, anche lei non è che si sia sprecato, eh?

1990 Argentina: indietro tutta!

Le premesse

Poi ci furono le Notti magiche. Le abbiamo aspettate per anni e finalmente sono arrivate. Il Mundial in Italia, 56 anni dopo il mondiale mussoliniano del ’34, ma anche 10 anni dopo gli Europei dell’80, che ci eravamo preparati ben bene per vincere… e che alla fine vinsero i tedeschi.

Con il Mundial italiano succederà la stessa cosa: avevamo la squadra più attesa, con il miglior rapporto tra gioventù ed esperienza, alla fine risulterà anche la squadra che gioca meglio… tutto inutile. Vincerà la Germania.

Introdotto dall’inno ufficiale di Giorgio Moroder, cervello in fuga ormai da anni, inno poi italianizzato e rockettizzato un po’ da Gianna Nannini ed Edoardo Bennato (“ci abbiamo messo due chitarre elettriche, a vedere se si ravvivava”, commenterà la sempre garbata Gianna), dal manifesto di Burri e dal pupazzetto-mascotte un po’ inquietante, tutto l’ambaradan organizzativo è affidato al top dei top dei manager sportivi italiani.

Edvige, detto senza offesa, ti preferivo prima...

Edvige, detto senza offesa, ti preferivo prima…

Il sommo Luca Cordero di Montezemolo, ai tempi ancora in periodo pre-Juventus (farà il presidente per un anno), pre-Ferrari e, naturalmente, pre-Italo. Nelle tante vite e nelle tante musiche di Montezemolo, quello passerà alla storia come il periodo Ubaldesco, quando cioè il Montezuma si bombava il gran pezzo dell’Ubalda nazionale, sia pure francese di nascita: ma sì, l’Edvige Fenech, che grazie alle nuove frequentazioni altolocate poté riciclarsi da idolo dei camionisti a signora della Domenica nazionalpopolare.

Dal punto di vista organizzativo il Mundial si rivelerà un’occasione persa: stadi semivuoti, soprattutto nelle città che ospitano le squadre minori; stadi nuovi nati già vecchi (Torino, Bari) o con un restyling che non li proietta certo verso la modernità (Bologna, Firenze). Per non parlare delle opere al contorno, con fermate FS mai utilizzate (né durante, né dopo il Mundial) e centri stampa in culo ai lupi. Sarà l’ultima grande infornata di soldoni pubblici pre-Tangentopoli, prima cioè che finalmente il nostro Paese si modernizzasse e scomparissero definitivamente dai radar politici corrotti, amici degli amici, scandali, case comprate all’insaputa di, ecc…

L'Edvige curata da Montezemolo.

L’Edvige curata da Montezemolo.

Inoltre, Italia ’90 segna l’ingresso deciso e senza incertezze dell’Italietta nella lunga stagione del trash televisivo, con l’Alba Parietti che imperversa come opinionista coscialunga in TV e l’italianissima Tele Monte Carlo che affida le telecronache a un José Altafini in estasi perenne, che annuncia i replay delle (poche) reti al grido di “datemi un golaaazooo!!!”. A Italia ’90 dobbiamo però una pietra miliare della cinematografia nazionale: stiamo parlando di “Cicciolina e Moana ai mondiali”, in cui le nostre eroine conducono gli Azzurri all’immortale vittoria finale sfiancando in serie Gullit, Maradona ed il centravanti teutonico Kataklinsman (!). Per approfondimenti sulla trama, ecco la voce di wikipedia.

Lasciate da parte le questioni tecniche e tornando a parlare (ahinoi) di calcio, forse si ricorderà la minaccia con cui ci si era lasciati nella puntata scorsa: Thys aveva introdotto la pietra dello scandalo a Mexico ’86 e la minaccia diventa realtà ai mondiali italiani: gran parte delle squadre (dalla Germania futura campione al Belgio, dalla Jugoslavia addirittura al Brasile, unico caso nella sua storia), giocano con il malefico 5-3-2. Ma a portare ai suoi “picchi” questo modulo, sarà l’Argentina campione in carica di Carlos Salvador Bilardo, che – squadra allo svacco più che allo sbando – ne farà la leva per arrivare a 5’ da un incredibile bis mondiale. In questa puntata parliamo di lei, ché quasi rilaurearsi campioni senza uno straccio di gioco non è da tutti. Niente gioco, niente reti, tutti dentro al fortino da assediati: vera incarnazione dello spirito di Italia ’90.

Come va il mondiale

Le previsioni della vigilia dicono che l’Italia ha una bella squadrina, che ha ben figurato due anni prima agli Europei di Germania (fuori in semi) e che con il supporto del pubblico amico potrebbe arrivare in fondo. Certo, ci sono da tenere d’occhio il Brasile “europeo” di Sebastiao Lazaroni, campione d’America, qualificatosi in carrozza e venuto a batterci a casa nostra in amichevole ad aprile, ed i Tulipani del Milan (Rijkard-Gullit-Van Basten), anche se paiono un po’ involuti rispetto alla bella e tosta nazionale Campione di Europa due anni prima. Piuttosto, sembrano in crescita i tedeschi, per l’ultima volta con l’aggettivazione di “occidentali”, visto che è imminente la riunificazione post caduta del Muro.

La lunga (e semi inutile) prima fase sembrerebbe confermare i pronostici: Italia e Brasile a punteggio pieno, anche se con più fatica di quanto dicano i 6 punti finali (è l’ultimo mondiale in cui si premia con 2 punti la vittoria). L’Olanda passa da terza (sia pure per sorteggio), a seguito di tre insulsi pareggi, dietro Inghilterra ed Eire. La Germania figlia del campionato italiano (Breheme, Mattheus, Klinsmann, Kohler, Reuter, Voeller, Moeller), dà la solita sensazione di squadra solida e quadrata, anche se la pochezza del girone (Emirati Arabi, Jugoslavia e Colombia) è tale da richiedere altre prove. L’Argentina riesce a passare con il fiatone, lasciando fuori quell’URSS finalista a Euro 88, ormai fiaccata dagli esiti sociali ed economici della glasnost e all’ultima, malinconica apparizione mondiale della sua storia. A chiudere il quadro delle qualificate, Cecoslovacchia, Romania, Colombia, Jugoslavia, Belgio, Spagna, Uruguay, più le due vere rivelazioni di Italia ’90.

Una è il grande Cammarùn del bomber quarantenne Roger Milla, ma anche di tanti giovani di belle speranze, che si impone nel girone dei campioni del mondo. L’altra è la Costarica di Bora Milutinovic, il mister giramondo che quattro anni prima aveva guidato il Messico, quello sposato con l’ereditiera. Questa piccola squadra di un piccolo Paese, noto per essere l’unico al mondo senza un esercito nazionale, perde solo con il Brasile ma fa il miracolo di battere una Scozia che chiude a Italia ’90 la sua usuale frequentazione dei mondiali di calcio (sempre presente tra il ’74 e il ’90, mai più dopo) ed una spocchiosa Svezia, arrivata con grandi aspettative e con la convinzione di avere la migliore squadra dai tempi della finale persa contro Pelé&Co nel ‘58.

 Si inizia con gli occhi spiritati, si finisce all’Isola dei famosi


Si inizia con gli occhi spiritati, si finisce all’Isola dei famosi

Il primo turno, soprattutto, consegna a noi italiani una emozione forte nella esplosione dei due attaccanti di rincalzo: complici la luna storta di quel Gianluca Vialli atteso come il messia, e la scarsa intesa mostrata con Carnevale, attaccante del Napoli scudettato, Mister Vicini dà spazio a Totò Schillaci e Roberto Baggio. Il primo è in uno stato di grazia da riuscire a segnare anche in fuorigioco, con tiri da 30 metri o ciccando la palla (che gli rimbalza sull’altro piede ed entra da sola). Robertino è semplicemente un artista che dipinge con i piedi.

Gli ottavi confermano la buona vena dell’Italia (2-0 facile all’Uruguay) e della Germania, che si prende una bella rivincita di Euro 88 sbattendo fuori l’Olanda, fanno esultare per il Camerun, che continua la sua favola bella ai danni della Colombia (con il portiere volante Higuita che abusa della sua stoltezza e viene punito dagli dei di Eupalla) e registrano il passaggio di turno di Jugoslavia (2-1 sulla Spagna), Inghilterra (1-0 di Platt a 2’ dal termine dei supplementari contro il Belgio), Eire (ai rigori dopo 120’ di sbadigli sulla Romania), Cecoslovacchia, che interrompe il cammino della Costarica-simpatia (4-1). Ma la vera sorpresa degli ottavi si ha in Brasile-Argentina, con l’Argentina mai così chiusa dal pronostico in una sfida mondiale tra le due. E invece, l’Argentina si riscatta, sbattendo fuori gli odiati verdeoro grazie a Caniggia.

Come si vedrà, non sarà l’unico gol decisivo della versione in bello di Steve Tyler. Ma prima dell’epilogo, due parole sulla squadra del Mundial ’90.

Buttate su la palla, non si sa mai che succeda qualcosa

Buttate su la palla, non si sa mai che succeda qualcosa

L’Argentina, si diceva, è la quintessenza di come una buona idea (una zona con il “safety” dietro, come nel football americano) possa avere effetti pratici perversi. Dal punto di vista dello spettacolo e del gioco, sia chiaro, perché dal punto di vista dei risultati l’Argentina riuscirà addirittura ad estrarre da questo modulo un secondo posto. Non gliene si può fare una colpa, perché come diceva il Professor Scoglio (RIP pure lui) quando spiegava con riferimenti troppo alti e scollegati la sua filosofia delle palle inattive, “io Maradona non ce l’ho e qualcosa mi devo inventare se voglio fare punti”. È vero, l’Argentina Maradona ce l’ha; però Diego ha già dato tutto nella vittoria del campionato con il Napoli due mesi prima, ha intrapreso la cuesta abajo della sua turbolenta vita ed inizia a pensare alla dorata vecchiaia, agli yen giapponesi (in realtà mai arrivati), al ritorno in patria, va a sapere a cosa.

Intendiamoci: Maradona è El Capitán, il fulcro di questa squadra e, soprattutto, del suo spogliatoio, ma sarà decisivo più fuori che dentro al campo, dove di lui si ricorda giusto la magnifica giocata che manda in rete Caniggia ed elimina il Brasile negli ottavi. Diego, che come si sarà capito non è nemmeno lontano parente di quello che vinse da solo il Mundial quattro anni prima, tiene il meglio per la sala stampa, dove trasforma ogni pre- e post-partita in un corpo a corpo: denuncia l’attentato di un presunto furto della bandiera nazionale dal quartier generale della Selección (reato per il quale sarebbe addirittura stata allertata l’Ambasciata), polemizza con gli agenti della stradale che fermano il fratello Lalo per un eccesso di velocità notturno, ma fa il suo capolavoro quando, realizzato che la semi con l’Italia si giocherà a Napoli, chiama alle armi i tifosi napoletani affinché tifino per lui e non per un Paese che li ha sempre considerati degli appestati (Mourinho in confronto si rivelerà un dilettante).

Detto dell’unico grande merito di Maradona a Italia ’90, che dire del resto della squadra? Per capire come sta messa l’Argentina che si appropinqua al mondiale, basti pensare che nel gennaio precedente la Selección organizza un’amichevole per testare lo stato di salute di Jorge Valdano, il puntero di 4 anni prima, che aveva abbandonato il calcio già alla fine della stagione 1986-’87. Per inciso, la prestazione desta anche entusiasmi in patria, ma El Filosofo non si smentisce, si prende il divertimento di una rimpatriata tra amici, ma gela tutti con un aristocratico “Grazie, ho già dato”. Così i campioni si trovano costretti a difendere il titolo con qualche attaccante-comparsa del campionato italiano, ai tempi il più quotato del mondo: Caniggia, ala un po’ folle che viene da nulla più che una stagione dignitosa all’Atalanta; un acerbissimo Abel Balbo, pochi gol quell’anno nella retrocessa Udinese, preludio però di una carriera successiva da bomber di razza; Gustavo Abel Dezotti, già in fase calante di una mai entusiasmante carriera, ai tempi nella sonnacchiosa e – immancabilmente – retrocessa Cremonese.

Il resto della squadra è fatta da qualche stanco reduce di Mexico ’86 (un Burruchaga ancora assistito dai piedi ma non più dalla corsa, i rocciosi Ruggeri e Giusti non più così rocciosi) e qualche innesto un po’ carne e un po’ pesce.

Quando alla prima partita Bilardo si rende conto che proprio non ce ne è (sconfitta contro il Camerun), rivoluziona la squadra e si affida al metodo Sperindio: 4 uomini in marcatura + il libero dietro (un buon Simón), centrocampo con un marcatore davanti alla difesa e Burruchaga a dare un minimo di fosforo (ma neanche il laziale Troglio era malaccio), Maradona a marcare l’arbitro e a inventarsi una jugada ogni quattro partite e – largo a sinistra, sulla rampa di lancio del contropiedista – Caniggia, un nome che ci fa ancora soffrire.

Questa squadra di comprimari e senza uno straccio di idea di gioco, questa squadra che segnerà in tutto cinque gol in sette partite, questa squadra che si qualifica solo come terza nel girone dietro a Camerun e Romania, questa squadra che gioca 90’ del quarto di finale contro la Jugoslavia in superiorità numerica senza tirare in porta e passa solo ai rigori, questa squadra che in semifinale fa l’ulteriore miracolo di eliminare i lanciatissimi padroni di casa (noantri) di nuovo ai rigori, questa squadra che alla fine vincerà due sole partite su sette senza l’ausilio della cinica lotteria dei rigori (una con l’URSS e gli ottavi con un Brasile fiacco, ma che prende tre pali nei primi 20’), beh, questa squadra fino a 5’ dalla fine del mondiale poteva ancora diventare campione del mondo, allontanata dal sogno del bis solo da un rigore farlocco.

Mistero della fede.

Come giocarsela (la vita)

Come è stato possibile tutto ciò? Beh, perché a complicarsi la vita noi italiani siamo maestri (i tedeschi, già meno).

Fare thee well, Leoni Indomabili!

Fare thee well, Leoni Indomabili!

Ai quarti, l’Italia elimina l’Eire venuto a fare da sparring partner e aspetta in semi l’Argentina, che come detto elimina senza gloria alcuna la Jugoslavia. La Germania batte di rigorino la Cecoslovacchia. All’ultimo quarto, si assiste forse all’unica partita bella ed avvincente dell’intero mondiale: sotto di un gol contro gli ex-maestri inglesi, il Camerun in un minuto ribalta il risultato, gioca così in scioltezza da ciucciarsi il 3-1 per il vezzo di concludere di tacco una bellissima triangolazione in area e arriva a 7’ dallo storico e a tutt’oggi mai riuscito miracolo di avere una squadra africana in semifinale ai mondiali. Poi però Gary Lineker si ricorda di essere il pichichi di Mexico ’86, pareggia e piazza il sorpasso nei supplementari. Il Camerun esce con l’ovazione del pubblico di Napoli. Resta la più bella immagine di Italia ’90.

Poi arrivano le semifinali. L’Italia con l’Argentina non trova il bandolo, segna con un gollonzo mezzo in fuorigioco, subisce il pareggio di Caniggia su un’uscita un po’ avventurosa di Zenga, che ancora a distanza di anni i nostri professionali mezzibusti televisivi gli rinfacceranno con piacere e si fa buttare fuori ai rigori dalle parate di un portiere arrivato ai mondiali come riserva, che carneade era e carneade rimarrà poi. Comunque, la prendiamo bene: “Argentini, la razza peggiore!”, titola un noto quotidiano sportivo l’indomani. Il 50% della popolazione argentina, di qualche ascendenza italiana, ringrazia.

Nell’altra semi si completa l’involuzione dei Panzer tedeschi, che vincono sì ai rigori – dando il là alla famosa battuta di Lineker che introduce questa puntata – ma sono ormai un lontano ricordo della squadra che appena un mese prima ha iniziato il mondiale con ben altro piglio.

Per fortuna, in finale li attende una squadraccia, costretta dalle squalifiche a rinunciare anche ai suoi uomini più in forma, tra cui il Caniggia giustiziere di Brasile e Italia (tutto mi sarei aspettato nella vita, tranne che vedere Dezotti titolare in una finale dei Mondiali). Alla fine vince la Germania, ma con un rigore su Voeller che definire generoso è poco.

Il giorno prima, l’Italia aveva salvato l’onore del terzo posto, superando l’Inghilterra meglio di quanto dica il 2-1 finale allo stadio di Bari, periferia dell’Impero ma fulcro del potere semi-mafioso dei fratelli Antonio e Vincenzo Matarrese; che ai tempi possono vantarsi di essere i palazzinari costruttori dello stesso stadio in cui si gioca la finalina, i proprietari del Bari e – uno dei due – il Presidente della FIGC. Bella gente.

Il mondiale finisce però nel peggiore dei modi, con i fischi di tutto l’Olimpico all’inizio, durante l’inno dell’Argentina (“Hijos de putaaaa” griderà a pieni polmoni Maradona immortalato dalle telecamere) ed i boati alla fine, quando Diego in lacrime riceve la medaglia dello sconfitto.

Un brutto mondiale, con un brutto epilogo. Non si poteva che raccontarlo attraverso la sua squadra più rappresentativa. Brutta anche lei.

(Post scriptum: io comunque quel giugno-luglio avevo 20 anni, mi vidi tutte le partite di cui 5 dal vivo, diedi 6 esami in una sessione e finito tutto, me ne andai in interrail in Gran Bretagna. 20 anni sembran pochi, poi ti giri a guardarli… e ti scopri a ripensare con il magone anche a quell’orrido mondiale!)

Il gol del mondiale

È la mossa Kansas City, loro guardano a destra e tu vai a sinistra. Lo spiega bene Bruce Willis in Slevin. Pulita, naturale, imprevedibile, fino a quando non è già successa ed ormai è troppo tardi.

Il brasiliano Antonio Careca – il gemello di Maradona al Napoli, l’uomo del trio della lanterna MA.GI.CA – la fa pari pari all’esordio contro la Svezia. A vederlo, di primo acchito non sembra neanche ‘sto gran gol, ma sarà la sua linearità, sarà che me lo fece davanti agli occhi (ero proprio dietro quella curva lì), mi rimarrà impressa per sempre. Vediamolo assieme: lancio in profondità dalla metà campo lungo la fascia destra, scatta Muller che senza nemmeno controllare arriva sul fondo e guarda in area a chi metterla.

A quel punto Careca fa una cosa straordinaria, semplicissima nella sua complessità, implacabile: accenna a uno scatto sul secondo palo e si blocca per una frazione di secondo. Il difensore pensa di avere capito tutto: Careca ha fintato il secondo palo, taglierà sul primo, incontro al passaggio del compagno, non resta che anticiparlo e chiudergli la linea di passaggio. Così fa, si gira e osserva l’attaccante che segna indisturbato sul secondo palo. Perché Careca sa che il difensore si aspetta una finta e se l’aspetta banale: o taglio sul primo palo ed inversione sul secondo, o finta ad allargarsi e taglio sul primo. Ma il difensore non può immaginare una finta sul secondo palo seguita veramente da un movimento verso il secondo palo. E se ne resterà lì, a guardare a destra, mentre Antonio se ne va a sinistra.

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8 commentiCosa ne è stato scritto

  1. FA

    Non condivido per niente l’articolo, molto riduttivo e semplicista. Le emozioni che mi ha dato quel mondiale, fra Schillaci ed il mio amato Camerun, non me la darebbero nemmeno i prossimi 5 millenni di calcio moderno, questo sì orribile sotto tutti i punti di vista. Si vada a riguardare per esempio come giocava il tanto vituperato Belgio, prima di parlare di schemi in maniera astratta. Ma pure la Cecoslovacchia o la Spagna (eliminazione immeritata con la Jugoslavia) Per non parlare dell’Italia e della Germania. Che rose piene di campioni, l’Italia non ne avrà altri neanche ad aspettare i prossimi 200 campionati del mondo e a contarli tutti assieme.

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    • Anselmo

      Carissimo FA,
      la ringrazio del commento, che mi consente di discutere con qualcuno di una cosa che mi riporta all’estate del 1990, forse la più bella della mia vita.
      Le emozioni che le ha dato Italia 90 sono forse le stesse che ha dato a me, come scrivo in chiusura, ma dal punto di vista tattico e dello spettacolo quel mondiale per me (che firmo l’articolo senza volontà di convincere nessuno) furono davvero poveri. Non so da chi sia stato tanto vituperato il Belgio, non certo dall’articolo né da me, che nella puntata precedente (quella di Mexico 1986) dico che ha introdotto una rivoluzione capace di segnare la tattica calcistica per almeno i successivi 7-8 anni, il 5-3-2 a zona; è in questo che parlo di schemi in maniera “astratta”? Perché pensavo addirittura di parlarne in maniera troppo puntigliosa e noiosa e anzi, mi farebbe davvero piacere continuare a discutere di tattica con qualcuno che ne capisce.
      Ricordo bene la Spagna, come ricordo le altre (le vidi tutte, tranne i supplementari di Argentina-Jugoslavia), ma insisto che secondo me giocarono bene quel mondiale solo Italia, Camerun (come peraltro sostiene lei) e la Germania fino agli ottavi, poi andò avanti di forza.
      Riguardo alle rose piene di campioni, beh, io continuo a guardare quella dell’Argentina vicecampione del mondo e tutti questi campioni proprio non li vedo. E ammettiamo anche un’altra cosa, nonostante le grandi emozioni (ha ragione!) che ci scatenò: un mondiale che consacra Totò Schillaci come uomo-immagine, beh forse non è stata una gran kermesse…
      Sul calcio moderno, forse sono d’accordo con lei, ma dire che il Mondiale del ’90 è stato uno spettacolo deludente non significa in automatico essere un fan della difesa alta e del fallo sistematico a centrocampo.
      Saluti

      Rispondi
      • FA

        non corrisponde al vero dire che Camerun – Inghilterra sia stata la sola bella partita. Italia – Austria, Italia – Cecoslovacchia, Cecoslovacchia – Usa, Brasile – Svezia, Svezia – Costarica, Brasile – Costa Rica, Germania – Jugoslavia, Germania – Colombia, Argentina – Camerun, Argentina – Romania, Spagna – Corea, Spagna – Belgio, Belgio – Uruguay, Olanda – Egitto, Germania – Olanda, Spagna – Jogoslavia, Cecoslovacchia – Costa Rica, Italia – Eire, le semifinali o la finale per il terzo posto ma anche altre non furono partite belle e interessanti forse? Pure Italia – Argentina, che sul piano tecnico non fu esaltante è una delle partite più storiche della storia della Coppa del Mondo, piena di pathos e comunque trascinante sul piano agonistico, ed anche la meglio giocata dagli argentini alla fine. Il modo per il quale si ricorda negativamente il torneo è attribuibile, e giustamente, al modo nel quale fu premiata una nazionale come l’Argentina. Purtroppo si trattò di una serie di fortunatissime circostanze che non si ripeterebbe probabilmente neppure se il torneo fosse rigiocato 100 volte. Quando il Brasile perde una partita come quella con l’Argentina si tratta solo di coincidenze incredibili e sfortunate. Prendere l’Argentina come squadra simbolo del torneo è una provocazione quindi. L’Argentina non meritava di giocarsi la finale. Stop.
        La media goal fu bassa è vero, ma pure questo è un dato che di per me non vuole dire molto. Una partita può essere banale e con tanti goal oppure interessante e concludersi a rete inviolate (è il caso della sola partita ben giocata dall’ Uruguay, quella contro la Spagna, ad esempio) o con un solo goal. E’ invece vero che in alcune partite della fase ad eliminazione diretta non fu premiato chi più meritava, questo certamente, che alcuni arbitraggi condizionarono pesantemente l’andamento di alcune partite e forse l’esito del torneo.
        Su Schillaci ho un parere diverso. Si trattava di un ottimo attaccante, per me per nulla meno dotato di un giocatore come Inzaghi tanto per dire. Ma si perse per una serie di ragioni, in parte attribuibili anche a sue responsabilità, devo dire dopo aver letto il suo recente libro, ed anche tecniche. Con Zoff forse non si sarebbe perso, in ogni caso Non si fa una stagione come quella sua senza avere qualità.

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        • Anselmo

          Ragazzi, non intendo mica convincere nessuno. Vi siete divertiti? Meglio (che poi, anch’io mi ci divertii e me lo godetti veramente fino in fondo). Però lasciatemi nella mia idea che delle 11 edizioni dei mondiali di cui abbiamo parlato in questa serie di ormai (ahimé) tre anni fa, Italia 90 sia stata la peggiore per qualità dello spettacolo offerto e – soprattutto – per avanzamento tattico. Poi, almeno metà delle belle partite che citi, io le ricordo scadenti (ad esempio quelle del Brasile, che vidi sempre dal vivo compreso con l’Argentina: tre pali in nemmeno un quarto d’ora, poi via a ruminare calcio fino a che una giocata geniale di una Argentina che da più di un’ora non rischiava nulla lo punì), ma questi sono problemi miei. Ciao

          Rispondi
  2. Giuseppe

    Non condivido quasi nulla di questo articolo. Bellissimo mondiale Italia 90.

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    • anselmo

      Scusa, cosa ci hai trovato stato di bello a Italia ’90, che sono curioso? La finale, tenderei a escluderlo

      Rispondi
  3. marinda

    Di Italia 90 ricordo la nazionale Colombiana che vidi giocare a San Siro contro la Germania, con il portiere Higuita (si scrive così?) che molto spesso arrivava in prossimità dell’area avversaria più degli attaccanti. E che capigliaiture.

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  4. kiki

    Detto che l’Ubalda dovrebbe essere fatta monumento nazionale (italiano, francese, europeo, … decidete voi), vero che il mundial ’90 di Altafini e della Parietti segna probabilomente l’ingresso del trash Tv nel calcio (ma occhio, non dimentichiamo il Progiesso di Biscardi), va detto che proprio Italia ’90 prevedeva tutte le sere la mezz’oretta scarsa di Chiambretti che seguiva gli Emirati Arabi da Imola. Ed era invece un programma molto intelligente (forse l’ultimo buono che abbia fatto Chiambretti), ve lo ricordate?

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