L’aria che respiriamo

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Nuovo modello politico per il XXI secolo: la democrazia cinese.

Nuovo modello politico per il XXI secolo: la democrazia cinese.

C’è futuro per la democrazia?

L’aria è intorno a noi ma non ce ne accorgiamo, a meno che non si rompa la ciminieria di una fabbrica di acido solforico.

Lo stesso è la democrazia: impalpabile, evanescente, fatta di assenza di costrizioni, ce ne accorgiamo solo quando non c’è più. Come una giornata di primavera è perfetta perché non è né troppo calda né troppo fredda, ma facilmente può degenerare in un violento temporale o in un solleone da boccheggiare, così anche la democrazia viaggia su sottili equilibri, stretta tra l’egoismo degli individui e le aspirazioni per un futuro migliore.

Fuori di metafora, l‘Economist ha dedicato uno dei suoi ultimi inserti speciali alla crisi della democrazia (potete leggerlo integralmente cliccando il link) che mi hanno spinto a qualche riflessione.

Gruppo di lettori dell'Economist, il settimanale guida dell'élite globalizzata.

Gruppo di lettori dell’Economist, il settimanale guida dell’élite globalizzata.

Negli ultimi vent’anni si è passati dall’entusiasmo per la vittoria finale del liberalismo sul comunismo al disincanto per la democrazia e i suoi stanchi rituali. Secondo il Democracy Index dell’Economist Intelligenge Unit , nel 2012 c’erano 79 democrazie, 25 ritenute perfette (tra cui tutti gli scandinavi) e 54 con qualche difetto (tra cui Italia e Francia). 88 erano i paesi governati da regimi parzialmente democratici come la Turchia o autoritari come la Russia. Il problema è che dal 2008, cioè nell’anno precedente alla crisi economica, le democrazie erano 80 e quelle perfette erano 30, tra cui Francia e Italia. Siamo andati indietro. La democrazia sembra non più adatta ai tempi: lenta, rissosa, instabile, simbolo di mancate decisioni e di stagnazione economica. Per i tirannelli dei paesi emergenti sta diventando molto attraente il modello cinese: stabilità a casa e crescita economica.

Ma la democrazia accusa colpi anche in occidente. I cittadini dei paesi ricchi sono sempre più stanchi dei loro politici, molto prodighi di promesse ma incapaci di governare i terrificanti fenomeni che stanno sconvolgendo le nostre società. Politici pesantemente condizionati dal potere di ricatto delle lobby, dalla finanza ai sindacati, dalle multinazionali al Vaticano, ciascuna delle quali ha interesse a conservare i suoi privilegi. La paralisi politica determina la stagnazione economica. Le promesse costano, i debiti crescono e non possono essere ripagati se la crescita è ferma. I paesi deboli come l’Irlanda, la Grecia, il Portogallo e l’Italia vengono messi sotto tutela, i loro leader eletti (come accaduto a Berlusconi nel novembre 2011) rimpiazzati da tecnocrati nominati da parlamenti terrorizzati dalla prospettiva della rovina economica. Ma i tecnocrati, privi di legittimazione popolare, non possono imporre rimedi dolorosi che richiedono enormi sforzi collettivi. La frustrazione dei cittadini aumenta e si riversa su forze antisistema che rischiano di mettere in crisi le basi della democrazia. Tra l’altro, aggiungo io, la crisi nei paesi fragili rinforza nel cittadino tedesco medio la razzista convinzione che, in fondo, greci ed italiani sono incapaci di vivere in democrazia. E che lui (e la Merkel) non hanno alcuna responsabilità.

Marine Le Pen. Contro l'euro e la globalizzazione.

Marine Le Pen. Contro l’euro e la globalizzazione.

C’è però da chiedersi se i sintomi della malattia non siano invece un’impellente richiesta di maggiore partecipazione. Tutti i movimenti antisistema, pur nelle enormi differenze, attingono al senso di alienazione di sempre più larghe fasce della popolazione, soprattutto di quella classe media pesantemente colpita dalla crisi. Le strutture tradizionali fanno fatica a raccogliere le istanze che vengono dal basso.

Se democrazia è partecipazione, la domanda di partecipazione è cambiata ma non è morta. I cittadini vogliono capire e sentirsi parte della loro polis. Se la democrazia vive nel rapporto dialettico ma corretto tra cittadini e politici, le responsabilità della classe politica occidentale sono enormi.

Prigionieri della ricerca esasperata del consenso, condizionati dalle lobby (che in Italia si chiamano poteri forti), i nostri “eletti” hanno smesso di decidere. A meno che questo non avvantaggi la City o non calmi la Bundesbank. Hanno smesso di decidere negli Stati Uniti dove il Congresso è paralizzato. Hanno smesso di decidere in Germania, dove la prudentissima Merkel non vuole turbare i pacifici sogni dei suoi connazionali. Hanno smesso definitivamente di fare qualunque cosa in Italia. Il problema è che molte decisioni sono difficilissime da realizzare. E’ relativamente facile strangolare la scuola pubblica (soprattutto se sei sotto ricatto dei creditori) ma è molto, molto più complesso far pagare le tasse a Jeff Bezos o a Mitt Romney (chi se lo ricorda il candidato alle presidenziali USA del 2012? Il miliardario che pagava meno tasse della sua segretaria?). Dove vai a cercare i soldi nascosti da Marchionne?

Quindi, da un lato cittadini che pretendono. Nel mondo fenomeni biblici per dimensioni e velocità. In mezzo politici prigionieri degli slogan, dei sondaggi e dei gruppi di potere. Elettori sempre più insoddisfatti, e che confrontano il loro declinante stile di vita con quello goduto anche solo vent’anni fa.

La soluzione, per il nostro Economist, è sempre la stessa, quella che dovrebbe risolvere ogni problema, dai cambiamenti climatici alle difficoltà di coppia: meno stato e più società. La rivista guida dell’elite globalizzata liberale (pensiero che è però cosa ben diversa dallo sfrenato neoliberalismo conservatore) propone di rinvigorire la democrazia utilizzando proprio le forze che la stanno mettendo in difficoltà, i tecnocrati globalizzati e i cittadini che rivendicano di essere ascoltati. Auspica una maggiore diffusione di tecniche di democrazia diretta, facili con la tecnologia oggi a disposizione. Propone di restituire ai cittadini una maggiore iniziativa, da bilanciare con l’ausilio di organismi tecnocrati indipendenti dalla politica, in grado di vagliare le varie opzioni, per evitare di cadere nel populismo o, peggio, sotto l’influenza delle lobby. Per fare un esempio. Si potrebbe immaginare, come accade in Finlandia, che ogni proposta siglata da almeno 50.000 cittadini debba essere discussa obbligatoriamente in parlamento. Ogni iniziativa popolare di legge dovrebbe essere preventivamente esaminata da organismi indipendenti, mettiamo l’autorità per la concorrenza, per valutarne l’impatto sul medio-lungo periodo prima che il parlamento prenda la decisione finale. La differenza sostanziale, rispetto ad oggi, sarebbe che l’iniziativa partirebbe e sarebbe controllata dagli stessi cittadini.

Un’analisi piuttosto condivisibile ma che manca secondo me di alcuni aspetti. Uno per cominciare. Come garantire che anche i tecnocrati non siano influenzati dalle lobby?

Geniale innovatore o pirata? Jeff Bezos.

Geniale innovatore o pirata? Jeff Bezos.

Forse, ciò che riviste come Economist dimenticano di dire è che la rivoluzione liberale degli ultimi trent’anni è stata una delle cause dell’erosione della democrazia occidentale. Oserei dire che il liberalismo è stato completamente tradito. L’obiettivo era quello di liberare le forze produttive, non di creare nuovi colossi monopolistici. Era ridurre (semmai) le tasse, non istituzionalizzare l’evasione fiscale delle multinazionali. Invece per anni si è permesso ad agguerrite lobby affaristiche di impossessarsi dei pezzi migliori dell’economia. E’ stato svilito il ruolo dei governi, demonizzato lo stato sociale (la sanità pubblica costa molto meno di quella privata, guardate gli Stati Uniti), ridotti i cittadini a consumatori, ridicolizzati i concetti di bene pubblico e di cooperazione, promossi l’egoismo e la competizione. Sono stati smantellati i controlli sui capitali, permettendo l’esplosione dell’evasione fiscale universale, la vera piaga di questi anni disgraziati. Amazon incassa miliardi e paga spiccioli in tasse.

Tutto ciò non è avvenuto nell’oscurità. Noi cittadini ne siamo stati perfettamente coscienti. Forse ne siamo stati anche un po’ complici. Abbiamo accettato un patto scellerato. Volenti o nolenti. Almeno all’inizio, abbiamo goduto dei vantaggi della globalizzazione. Il cittadino consumatore ha ottenuto una quantità immensa di prodotti a prezzi bassi. Vogliamo automobili economiche? Arrivano dalla Polonia. Vogliamo scarpe a buon mercato? Si fanno in Vietnam. Vogliamo l’ultimo modello di telefonino a buon prezzo? Pronte dalla Cina. Vogliamo libri e video a prezzi bassi che nessun rivenditore sotto casa nostra potrà mai fare? Chiamate Amazon. Ma il cittadino lavoratore ne paga le conseguenze. Col suo giocattolino elettronico in mano si bea della felicità tecnologica mentre la sua azienda si sposta in Asia. Il cittadino lavoratore e consumatore difficilmente capirà perché il suo innocente gesto di acquistare una maglietta made in Bangladesh abbia provocato la chiusura dell’azienda di macchinari in cui lavorava.

La crisi della democrazia è il prezzo inevitabile e la logica conseguenza della nostra ingordigia. Abbiamo trasferito in Asia ed Africa le nostre lavorazioni sporche, dannose per l’ambiente e a salari da fame, per mantenere il nostro invidiabile stile di vita, sperando di rimanere immuni dalle insidie della globalizzazione. Illusione. Il lavoro è sparito, un po’ alla volta. Sono sparite le aziende. Sono spariti i profitti delle multinazionali. La vulgata neoliberale ci dice che restano in occidente le professioni più pagate e produttive. Ma per quanti? La crescita economica è diventata crescita senza occupazione. Crescono i disoccupati, i sottoccupati e i precari. In più, ci ritroviamo senza soldi per asfaltare le strade, per mantenere salari decenti agli insegnanti pubblici e per offrire salari dignitosi ai giovani in cerca di lavoro (questo vale adesso per l’Italia ma accadrà presto anche ad altri paesi europei, Germania compresa).

La disoccupazione crea disperazione e una massa di persone più disponibile a farsi incantare da politici senza scrupoli. Sì, perché allo stesso tempo non ci rassegniamo a rinunciare allo stile di vita che abbiamo ereditato e pretendiamo risposte impossibili dai politici. Vogliamo consumare ma vivere protetti come in passato (che non era un paradiso tra l’altro). Vogliamo salari alti e protezione alta. Vogliamo le scarpe a 20 euro e la pensione a 60 anni.

Un futuro primaverile...

Un futuro primaverile…

La crisi della democrazia affonda le sue radici nei profondi cambiamenti economici iniziati a fine anni settanta. Salvare la democrazia non è solo una questione di rivedere alcuni meccanismi di partecipazione politica ma comporta ripensare i criminali meccanismi di sfruttamento che sostengono l’economia globale e che stanno svuotando da dentro l’essenza della libertà. Non riesco a pensare che la crisi della democrazia possa essere arrestata senza un cambiamento dei rapporti economici esistenti. E non riesco a pensare che le élite che leggono l’Economist rinunceranno senza combattere alle loro rendite di posizione. E’ già accaduto più volte nella storia umana, dall’antica Roma all’Europa tra le due guerre.

...oppure questo?

…oppure questo?

Non voglio essere pessimista, ma un mondo così squilibrato, dove la frattura tra ricchi e poveri sta spaccando tutti i paesi, compresi quelli occidentali, si può reggere solo sulla repressione, una repressione più sottile e penetrante del classico autoritarismo.

In alternativa c’è da sperare che la partecipazione dei cittadini di diversi paesi afflitti da problemi comuni, la possibilità di comunicare istantaneamente grazie ad internet, le grandi campagne internazionali in favore dell’ambiente, della giustizia fiscale, dei diritti umani alimentino un cambiamento reale. Ma non si può escludere che alla fine siano proprio le masse impoverite della ex classe media a rinunciare alla democrazia in cambio di un buono sconto al centro commerciale.

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Cosa ne è stato scritto

  1. Antonio Capolongo

    Ottimo articolo per ritornare al rispetto del prossimo… anche se remoto. Per tentare di capire ciò che è accaduto non c’è che un modo: leggere.
    Grazie Max

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